Estratto da un articolo della rivista La Civiltà Cattolica
Natale. L’attesa dell’inatteso
di Giancarlo Pani

La nascita di Gesù apre – come è noto – la narrazione dei Vangeli di Matteo e di Luca, con connotazioni diverse legate ai contesti storici in cui essi hanno preso forma. L’Antico Testamento, pur permeato dall’attesa del Messia, non dà riferimenti espliciti sull’evento, ma una serie di passi può aiutarci a scoprire il senso del racconto evangelico. Questi, nel loro insieme, si incentrano sul tema biblico della venuta di Dio per la salvezza del popolo e innervano la liturgia dell’Avvento in preparazione alla solennità del Natale.

Il libro che emerge di più è quello del profeta Isaia, che presenta quattro oracoli di epoca diversa e di vario genere letterario, ma uniti da una linea di fondo: un castigo angosciante e drammatico sta per incombere sul popolo di Dio, ed è di una tale gravità che pare non ci sia scampo. Quando non c’è più alcuna speranza di evitarlo, ecco giungere all’improvviso la salvezza, che supera ogni esperienza storica e rinnova il gesto creatore di Dio all’inizio del mondo. L’intervento divino si congiunge misteriosamente alla nascita di un fanciullo che ha per nome «Emmanuele», che significa «Dio con noi».

«Una vergine darà alla luce un figlio…» (Is 7,14)

Nel primo oracolo (7,1-17) Isaia invita il re Acaz a chiedere un segno. Si tratta di un fatto singolare, perché di solito è Dio a dare i segni. Nel rispondere, il re sembra discreto e timoroso: «Non voglio tentare il Signore» (v. 12), poiché chiedere segni vuol dire forzare il volere divino. In realtà Acaz respinge l’offerta: egli non vuole segni, poiché ritiene Dio lontano dalla sua vita e incurante dei bisogni dell’uomo. L’apparente pietà è considerata da Isaia un atteggiamento ipocrita, perché il re sta per chiedere aiuto alla potenza dell’Assiria, dato che non ha fiducia nel Signore. «Se non avete fede, non sussisterete» (v. 9), afferma il profeta per dire che solo per la fede il popolo avrà vita.

Nonostante il sottrarsi di Acaz, il Signore non abbandona il suo proposito e manda al re un segno: la nascita di un bambino. «La giovane è incinta e darà alla luce un figlio, che chiamerà Emmanuele: Dio-con-noi» (v. 14). La giovane donna è la sposa del re che non ha avuto ancora figli. La nascita realizza la promessa, assicura la continuità dinastica, legata al trono di Davide, e annuncia la salvezza. Il bambino si nutrirà di latte e miele, che sono segni della terra promessa e della benedizione divina.

Nel testo ebraico la giovane (‘almah) è una donna in età di matrimonio. In quanto tale è «vergine», e così è stata intesa e viene presentata ancora prima dell’era cristiana, come documenta la versione greca dei Settanta («una vergine [parthenos] partorirà»). La nascita del figlio di Acaz, Ezechia, assicura la continuità della discendenza e trova compimento nelle generazioni seguenti, perché Dio è fedele alle sue promesse. L’erede di Davide, il Messia, sarà l’Emmanuele (cfr Mt 1,22-23; 28,20), il Dio con noi, che si manifesta nella storia. Ma ciò che il testo mette in evidenza è l’iniziativa divina, che si dispiega anche nonostante il rifiuto e la resistenza del re. Nulla può fermare il progetto salvifico di Dio e l’efficacia della sua presenza in mezzo agli uomini.

L’Emmanuele, presagio di salvezza

Nel secondo testo (Is 8,1-15) ritorna il nome «Emmanuele». Una prima volta in un oracolo di condanna, di cui si dà la motivazione: contro l’arroganza di Resin, re di Damasco, e del figlio di Romelia, re d’Israele, che vogliono conquistare Gerusalemme. Ma la minaccia di condanna sfocia in un oracolo di liberazione: vi sarà certo un’invasione drammatica, e meritata, ma i progetti degli invasori falliranno, perché il nome del bambino – Emmanuele – è presagio di salvezza (vv. 8.10).

Una intensa luce che porta gioia e speranza

Il terzo oracolo (8,23–9,6) richiama i precedenti per il nome del fanciullo. Benché non vi sia esplicitato il soggetto, la forma passiva del verbo indica che il dono del bambino viene da Dio. La profezia si riferisce a un tempo di buio, di tenebre e di sofferenze: il re assiro ha seminato terrore nel Regno del Nord, nella terra di Zabulon e di Neftali, lungo la via del mare. Ora l’oppressione è finita e la guerra si è conclusa: Isaia annuncia «un’intensa luce per il popolo che camminava nelle tenebre» (v. 1); e ne spiega la ragione: «perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (v. 5). La luce porta gioia e speranza, e i nomi del bambino annunciano un potere regale: «Consigliere meraviglioso, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (v. 5). Appellativi, questi, che danno senso e spessore al nome «Emmanuele» e dispiegano un orizzonte infinito in cui la promessa fatta al re Davide si realizza in proporzioni illimitate nella pace che non avrà mai fine «sul trono di Davide e sul suo regno» (v. 6). Un bambino con la sua nascita prepara così un futuro grandioso ed esprime i tratti e il carattere dell’agire divino nella storia degli uomini: Dio sceglie ciò che debole, ciò che è povero, ciò che non conta, per rivelare la sua potenza (cfr 1 Cor 1,27-28).

L’oracolo è chiaramente messianico e afferma che il futuro Messia non è un semplice messaggero divino, ma è partecipe della natura stessa di Dio. Si tratta di uno dei rari testi dell’Antico Testamento in cui la Parola di Dio si esprime con riserbo e con grande sobrietà su un argomento nuovo e insieme delicatissimo, a causa del rigoroso monoteismo che le è proprio. Eppure, misteriosamente, è un’allusione alla natura divina di colui che viene a liberare il popolo: egli è «Dio potente».

Per noi oggi la profezia acquista il suo pieno significato in Cristo, mentre nel primo Testamento dà voce solo a una speranza e a una tensione verso il futuro. Non a caso, esegeti ebrei riferiscono i primi tre titoli a Dio, e il quarto – Principe della pace – al Messia. Invece, gli antichi scrittori cristiani hanno sempre applicato i titoli a Cristo e li hanno spiegati nella maniera più semplice. Scrive san Bernardo: il Messia è «mirabile nella nascita, consigliere nella predicazione, Dio nel perdono, forte nella passione, padre dell’era futura nella risurrezione, principe della pace nella felicità eterna»[1].

Il regno glorioso del Messia

Il quarto oracolo (Is 11,1-13) integra il precedente e profetizza che «un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, […] e su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (vv. 1-2). Iesse è il padre di Davide, e la sua dinastia, che ora è umiliata dalla prepotenza dell’Assiria, sembra un tronco spezzato. Ma da quel tronco nascerà un virgulto regale: è un germoglio, e richiama qualcosa di delicato, di tenero, di fragile, ed è insieme la verga, cioè lo scettro del re. Questi avrà lo Spirito di Dio, qualificato con quattro attributi (sapienza, intelligenza, consiglio e fortezza) che ne fanno l’immagine di Dio, mentre gli ultimi due (conoscenza e timore) lo propongono come modello per gli uomini. La sua opera si manifesterà nella salvezza, soprattutto a favore degli oppressi e dei poveri. I suoi segni distintivi saranno la giustizia e la fedeltà, e porterà la pace fra gli uomini. Egli «non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire, ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra» (vv. 3-4). Si tratta dunque di un re messianico: egli prende a cuore i poveri e i derelitti, quanti, oppressi e umiliati, si riconoscono bisognosi di liberazione. L’opera del Messia viene descritta con termini suggestivi: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme; […] il lattante si trastullerà sulla buca della vipera» (vv. 6-8). È la nuova creazione di un’umanità riconciliata con se stessa e con il mondo circostante, dove perfino gli animali e la natura saranno pacificati con l’uomo, quasi un nuovo paradiso.

Il Messia inaugurerà questo regno glorioso, e il germoglio di Iesse si ergerà a «vessillo per i popoli», poiché «la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare» (vv. 9-10). L’oracolo ha davvero un afflato universale, si riferisce a tutti i popoli della terra, donando gioia e speranza per un mondo rinnovato.