Formazione Permanente
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IL MONDO DI FRONTE ALL’AVVENTO DI CRISTO GESÙ

1. PERCHÉ TANTE RELIGIONI?

Nel mondo si sente la necessità di una salvezza che venga da Dio. Tutta l’umanità è cosciente del disordine presente nel mondo: tutti aspirano ad una vita migliore.

Ma come accoglie il mondo l’annuncio biblico della salvezza che dobbiamo sperare da Dio in Cristo Gesù? “Perché tante religioni?”.

Questa domanda è stata posta a Giovanni Paolo II dal giornalista Vittorio Messori, esplicitandola in questi termini:

«Ma se il Dio che è nei cieli – e che ha salvato e salva il mondo – è Uno solo, ed è Quello che si è rivelato in Cristo Gesù, perché ha permesso tante religioni? Perché renderci così ardua la ricerca della verità, in mezzo alla foresta dei culti, delle credenze, delle rivelazioni, delle fedi che sempre – e oggi ancora – vigoreggiano tra ogni popolo?».

La risposta del Papa si trova nel suo libro-intervista «Varcare la soglia della speranza» (pp. 87-91):

«Lei parla di tante religioni. Io invece tenterò di mostrare che cosa costituisce per queste religioni il comune elemento fondamentale e la comune radice.

Il Concilio ha definito le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane nella Dichiarazioneche inizia con leparole: «Nostra aetate» (Nel nostrotempo). È un documento conciso, eppuremolto ricco. Vi è contenuta un’autentica trasmissione della tradizione: quanto vi è detto corrisponde a ciò che pensavano i Padri della Chiesa già dai tempipiù antichi.

La Rivelazione cristiana, sin dall’inizio, ha rivolto alla storia spirituale dell’uomo uno sguardo in cui entrano in qualche modo tutte le religioni, mostrandol’unità del genere umano riguardo agli eterni e ultimi destini dell’uomo. La dichiarazione conciliare parla di tale unità, ricollegandosi alla propensione tipica del nostro tempo ad avvicinare e unire l’umanità in virtù dei mezzi di cui dispone la civiltà attuale. La Chiesa vede l’impegno a favore di questa unità come uno dei propri compiti: «Una sola comunità infatti costituiscono i vari popoli. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra; essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui provvidenza, testimonianza di bontà e disegno di salvezza si estendono a tutti… Gli uominiattendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che oggi come ieri turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e il fine del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo. Dai tempi più antichi fino ad oggi, presso i vari popoli si trova una certa sensibilità di quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta si riconosce la Divinità Suprema o anche il Padre. Sensibilità e conoscenza che compenetrano la loro vita di un intimo senso religioso. Le religioni, invece, connesse col progresso della cultura, si sforzano di rispondere alle stesse questioni con nozioni più raffinate e con un linguaggio più elaborato» (Nostra sciate, nn. 1-2).

E qui la dichiarazione conciliare ci conduce verso l’Estremo Oriente. Prima di rutto verso l’Est asiatico, un continente nel quale l’attività missionaria della Chiesa, intrapresa sin dai tempi apostolici, ha portato frutti, dobbiamo riconoscere, modestissimi. E risaputo che soltanto una ridotta percentuale della popolazione, in questo che è il più grande continente, confessa Cristo.

Ciò non significa che l’impegno missionario della Chiesa sia stato trascurato. Tutt’altro: l’impegno è stato ed è sempre intenso. Eppure la tradizione di culture molto antiche, anteriori al cristianesimo, rimane in Oriente molto forte. Se la fede in Cristo trova accesso ai cuori e alle menti, tuttavia l’immagine della vita nelle società occidentali (le cosiddette società «cristiane»), che è piuttosto un’antitestimonianza, costituisce un notevole ostacolo all’accettazione del Vangelo. Ne ha fatto più volte cenno il Mahatma Gandhi, indiano e indù, a suo modo profondamente evangelico, tuttavia deluso da come il cristianesimo si esprimeva nella vita politica e sociale delle nazioni. Poteva un uomo, che combatteva per la liberazione della sua grande nazione dalla dipendenza coloniale, accettare il cristianesimo nella forma a esso conferita proprio dalle potenze coloniali?

Il Concilio Vaticano II s’è reso conto di tali difficoltà. Proprio per questo la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con l’induismo e con le altre religioni dell’Estremo Oriente è così importante. Vi leggiamo: «Nell’induismo, gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con l’inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; essi cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione, sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza. Nel buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l’aiuto venuto dall’alto» (Nostra aetate, n. 2).

Più avanti, il Concilio ricorda che«la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in questereligioni. Essaconsidera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, sebbene in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramenteriflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annuncia, ed è tenuta ad annunciare, ilCristo che è “via, verità e vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con Se stesso tutte le cose»(Nostra aetate, n. 2).

Le parole del Concilio si richiamano alla convinzione, da tanto tempo radicata nella tradizione, dell’esistenza dei cosiddetti semina Verbi (semi del Verbo), presenti in tutte le religioni. Consapevole di ciò, la Chiesa cerca di individuarli in queste grandi tradizioni dell’Estremo Oriente, per tracciare, sullo sfondo delle necessità del mondo contemporaneo, una sorta di via comune. Possiamo affermare che, qui, la posizione del Concilio è ispirata da una sollecitudine veramente universale. La Chiesa si lascia guidare dalla fede cheDio Creatore vuole salvare tutti in Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini, poiché ha redentotutti. Il Misteropasquale è ugualmente apertoa tutti gli uominie, inesso, a tutti è aperta anche la strada verso la salvezza eterna.

In un altro passo il Concilio dirà che lo Spirito Santo opera efficacemente anche fuori dell’organismo visibile della Chiesa (cfr. LG n. 13). Opera proprio in base a questi semina Verbi, che costituiscono quasi una comune radice soteriologica di tutte le religioni.

Ebbi occasione diconvincermi di ciò numerose volte, sia visitando i paesi dell’Estremo Oriente, sia incontrando i rappresentanti di quelle religioni, specialmente durante lo storicoincontro di Assisi, nel quale ci trovammo insieme a pregare perla pace.

Così, dunque, invece di meravigliarci che la Provvidenza permetta una tanto grande varietà di religioni, ci si dovrebbe piuttosto stupire dei numerosi elementi comuni che in esse si riscontrano.

A questo punto sarebbe opportuno ricordare tuttele religioni primitive, le religioni di tipo animistico, che pongono in primo piano il culto degli avi. Sembra che coloro che lepraticano siano particolarmente vicini al cristianesimo. Con essi anche l’attività missionaria della Chiesa trova più facilmente un linguaggio comune. C’è, forse, in questa venerazione degli avi, una qualche preparazione alla fede cristiana nella comunione dei santi, per la quale tutti i credenti – vivi o morti che siano – formano un’unica comunità, un unico corpo? E la fede nella comunione dei santi è, in definitiva, fede in Cristo, che Solo è fontedi vita e di santità per tutti.Niente di strano, dunque, che gli animisti africani e asiatici abbastanza facilmente diventino confessori di Cristo, più facilmente dei rappresentanti delle grandireligioni dell’Estremo Oriente.

Queste ultime, anche nella presentazione che ne fa il Concilio, possiedono carattere di sistema. Sono sistemi cultuali e, insieme, sistemi etici, con un’accentuazione molto forte del bene e del male. A essi appartengono certamente sia il confucianesimo cinese, sia il taoismo: Tao vuol dire eterna verità – qualcosa di simile al cristiano Verbo – che si rispecchia nell’agire dell’uomo mediante la verità e il bene morale. Le religioni dell’Estremo Oriente hanno portato un grande contributo nella storia della moralità e della cultura, hanno formato la coscienza dell’identità nazionale negli abitanti della Cina, dell’India, del Giappone, del Tibet, e anche nei popoli del Sudest dell’Asia, o degli arcipelaghi dell’Oceano Pacifico.

Alcuni di questi popoli hanno culture che risalgono a epoche molto lontane. Gli indigeni australiani vantano una storia di alcune decine di migliaia di anni, e la loro tradizione etnica e religiosa è più antica di quella di Abramo e di Mosè.

Cristo è venuto nel mondo per tutti questi popoli, li ha redenti tutti e ha certamente le Sue vie per giungere a ciascuno di essi, nell’attuale tappa escatologica della storia della salvezza. Di fatto, in quelle regioni, molti Lo accettano e molti di più hanno in Lui una fede implicita (cfr. Eb 11,6).

2. BUDDA

Dopo aver considerato il significato dell’esistenza di tante religioni, Giovanni Polo II dà il suo punto di vista sul Buddismo e sulla relazione tra buddismo e pratica della vita cristiana.

La domanda gli viene posta in questi termini:

«Prima di passare ai monoteismi, alle altre due religioni (ebraismo e islamismo) che adorano un unico Dio, vorrei chiederLe di soffermarsi ancora un poco sul buddismo. In effetti come Ella ben sa – è, questa, una «dottrina salvifica» che sembra affascinare sempre di più molti occidentali, sia come «alternativa» al cristianesimo, sia come una sorta di completamento, almeno per certe tecniche ascetiche e mistiche».

«Sì, lei ha ragione e le sono grato di questa domanda. Tra le religioni indicate dalla Nostra aetate, bisogna prestare particolare attenzione al buddismo, che sotto un certo punto di vista è, come il cristianesimo, una religione di salvezza. Tuttavia occorre aggiungere subito che le soteriologie del buddismo e del cristianesimo sono, per così dire, contrarie.

In Occidente è ben nota la figura del Dalaì-Lama, capo spirituale dei tibetani. Anch’io l’ho incontrato alcune volte. Egli avvicina il buddismo agli uomini dell’Occidente cristiano e suscita interesse sia per la spiritualità buddista sia per i suoi metodi di preghiera. Mi fu pure dato di incontrare il «patriarca» buddista a Bangkok in Thailandia, e tra i monaci che lo circondavano c’erano alcune persone provenienti, per esempio, dagli Stati Uniti. Oggi riscontriamo un certo diffondersi del buddismo in Occidente.

La soteriologia del buddismo costituisce il punto centrale, anzi l’unico, di questo sistema. Tuttavia, sia la tradizione buddista sia i metodi da essa derivanti conoscono quasi esclusivamente una soteriologia negativa.

L’«illuminazione» sperimentata da Budda si riduce alla convinzione che il mondo è cattivo, che è fonte di male e di sofferenza per l’uomo. Per liberarsi da questo male bisogna liberarsi dal mondo; bisogna spezzare i legami che ci uniscono con la realtà esterna: dunque, i legami esistenti nella nostra costituzione umana, nella nostra psiche e nel nostro corpo. Più ci liberiamo da tali legami, più ci rendiamo indifferenti a quanto è nel mondo, e più ci liberiamo dalla sofferenza, cioè dal male che proviene dal mondo.

Ci avviciniamo a Dio in questo modo? Nell’«illuminazione» trasmessa da Budda non si parla di ciò. Il buddismo è in misura rilevante un sistema «ateo». Non ci liberiamo dal male attraverso il bene, che proviene da Dio; ce ne liberiamo soltanto mediante il distacco dal mondo, che è cattivo. La pienezza di tale distacco non è l’unione con Dio, ma il cosiddetto nirvana, ovvero uno stato di perfetta indifferenza nei riguardi del mondo. Salvarsi vuoi dire, prima di tutto, liberarsi dal male, rendendosi indifferenti verso il mondo che è fonte del male. In ciò culmina il processo spirituale.

A volte si tenta di stabilire a questo proposito un collegamento con i mistici cristiani: sia con quelli del Nordeuropa (Eckhart, Taulero, Suso, Ruysbroeck), sia con quelli successivi dell’area spagnola (santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce). Ma quando san Giovanni della Croce, nella sua Salita del monte Carmelo e nella Notte oscura, parla del bisogno di purificazione, di distacco dal mondo dei sensi, non concepisce tale distacco come fine a se stesso. «Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi. Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai. Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai» (Salita del monte Carmelo, 1,13,11). Questi testi classici di san Giovanni della Croce a volte, nell’Est asiatico, vengono interpretati come una conferma dei metodi ascetici propri dell’Oriente. Ma il dottore della Chiesa non propone soltanto il distacco dal mondo. Propone il distacco dal mondo per unirsi a Ciò che è al di fuori del mondo: e non si tratta del nirvana, ma di un Dio personale. L’unione con Lui non si realizza soltanto sulla via della purificazione, ma mediante l’amore.

La mistica carmelitana inizia nel punto in cui cessano le riflessioni di Budda e le sue indicazioni per la vita spirituale. Nella purificazione attiva e passiva dell’anima umana, in quelle specifiche notti dei sensi e dello spirito, san Giovanni della Croce vede prima di tutto la preparazione necessaria affinché l’anima umana possa essere pervasa dalla viva fiamma dell’amore. E tale è anche il titolo della sua opera principale: Fiamma viva d’Amore.

Così, nonostante gli aspetti convergenti, c’è un’essenziale divergenza. La mistica cristiana diogni tempo – a partire dall’epoca dei Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente, attraverso i grandi teologi della scolastica, come san Tommaso d’Aquino, e i mistici nordeuropei, sino a quelli carmelitani – non nasce da un’«illuminazione» puramente negativa, che rende l’uomo consapevole del male che sta nell’attaccamento al mondo mediante i sensi, l’intelletto e lo spirito, ma dalla Rivelazione del Dio vivente. Questo Dio si apre all’unione con l’uomo e suscita nell’uomo la capacità di unirsi a Lui, specialmente per mezzo delle virtù teologali: la fede, la speranza e soprattutto l’amore.

La mistica cristiana di tutti i secoli sino ai nostri tempi – e anche la mistica di meravigliosi uomini di azione come Vincenzo de’ Paoli, Giovanni Bosco, Massimiliano Kolbe – ha edificato e costantemente edifica il cristianesimo in ciò che esso ha di più essenziale. Edifica anche la Chiesa come comunità di fede, speranza e carità. Edifica la civiltà: in particolare, quella «civiltà occidentale» segnata da un positivo riferimento al mondo e sviluppatasi grazie ai risultati della scienza e della tecnica, due branche del sapere radicate sia nella tradizione filosofica dell’antica Grecia, sia nella Rivelazione giudeo-cristiana. La verità su Dio Creatore del mondo e su Cristo suo Redentore è una forza potente che ispira un atteggiamento positivo verso la creazione e una costante spinta a impegnarsi nella sua trasformazione e nel suo perfezionamento.

Il Concilio Vaticano II ha ampiamente confermato questa verità: l’indulgere a un atteggiamento negativo verso il mondo, nella convinzione che per l’uomo esso sia solo fonte di sofferenza e che perciò da esso ci si debba distaccare, non è negativo soltanto perché unilaterale, ma anche perché fondamentalmente contrario allo sviluppo dell’uomo e allo sviluppo del mondo, che il Creatore ha donato e affidato come compito all’uomo.

Leggiamo nella Gaudium et spes: «Il mondo che esso [il Concilio] ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi suoi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall’amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma dal Cristo crocifìsso e risorto, con la sconfitta del Maligno, liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento» (n. 2).

Tali parole ci mostrano come tra le religioni dell’Estremo Oriente, in particolare il buddismo, e il cristianesimo ci sia un’essenziale differenza nel modo di intendere il mondo. Esso, infatti, è per il cristiano creatura di Dio, redenta da Cristo. Nel mondo l’uomo incontra Dio: non ha perciò bisogno di praticare un così assoluto distacco per ritrovare se stesso nel profondo del Suo intimo mistero. Per il cristianesimo non ha senso parlare del mondo come di un male «radicale», poiché all’inizio del suo cammino si trova Dio Creatore che ama la Propria creatura, un Dio che ha dato «il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

Non è perciò fuori luogo mettere sull’avviso quei cristiani che con entusiasmo si aprono a certe proposte provenienti dalle tradizioni religiose dell’Estremo Oriente, in materia, per esempio, di tecniche e metodi di meditazione e di ascesi. In alcuni ambienti sono diventate una specie di moda, che viene accettata in maniera piuttosto acritica. Occorre prima conoscere bene il proprio patrimonio spirituale, e riflettere se sia giusto accantonarlo a cuor leggero. È doveroso far qui riferimento all’importante, anche se breve, documento della Congregazione per la dottrina della fede Su alcuni aspetti della meditazione cristiana (15.10.1989). In esso si risponde precisamente al quesito «se e come» la preghiera cristiana «possa essere arricchita da metodi di meditazione nati nel contesto di religioni e culture diverse» (n. 3).

Una questione a parte è la rinascita delle antiche idee gnostiche nella forma del cosiddetto New Age. Non ci si può illudere che esso porti a un rinnovamento della religione. È soltanto un nuovo modo di praticare la gnosi, cioè quell’atteggiamento dello spirito che, in nome di una profonda conoscenza di Dio, finisce per stravolgere la Sua Parola sostituendovi parole che sono soltanto umane. La gnosi non si è mai ritirata dal terreno del cristianesimo, ma ha sempre convissuto con esso, a volte sotto forma di corrente filosofica, più spesso con modalità religiose o parareligiose, in deciso anche se non dichiarato contrasto con ciò che è essenzialmente cristiano» (Varcare la soglia…, pp. 95-99).

3. MAOMETTO

Dopo il buddismo, l’intervistatore chiama l’attenzione del Papa sull’islamismo:

«Discorso ben diverso, ovviamente, è quello che ci conduce nelle moschee dove (come nelle sinagoghe) si raccolgono coloro che adorano l’Unico, il Dio solo».

Nella sua risposta, il Papa sottolinea che deve essere fatto un discorso diverso per le religioni monoteistiche, a cominciare dall’islamismo:

«Sì, certo: un discorso diverso deve essere fatto per queste grandi religioni monoteistiche, a cominciare dall’islamismo. Nella più volte citata Nostra aetate leggiamo: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del ciclo e della terra» (n. 3). Grazie al loro monoteismo i credenti in Allah sono a noi particolarmente vicini.

Ricordo un evento della mia gioventù. Stavamo visitando, nel convento di San Marco a Firenze, gli affreschi del Beato Angelico. A un certo momento si unì a noi un uomo che, condividendo con noi l’ammirazione per la maestria di quel grande religioso artista, non tardò ad aggiungere: «Però nulla si può paragonare al nostro magnifico monoteismo musulmano». La dichiarazione non ci impedì di continuare la visita e la conversazione in tono amichevole. Fu in quella occasione che quasi pregustai il dialogo tra il cristianesimo e l’islamismo, che si tenta di sviluppare in modo sistematico nel periodo postconciliare.

Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s’è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti, e poi in modo definitivo nel Nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo Testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata.

Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. Viene menzionato Gesù, ma solo come profeta in preparazione dell’ultimo profeta, Maometto. È ricordata anche Maria, Sua Madre verginale, ma è completamente assente il dramma della redenzione. Perciò non soltanto la teologia, ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana.

Tuttavia, la religiosità dei musulmani merita rispetto. Non si può non ammirare, per esempio, la loro fedeltà alla preghiera. L’immagine del credente in Allah che, senza badare al tempo e al luogo, cade in ginocchio e si immerge nella preghiera, rimane un modello per i confessori del vero Dio, in particolare per quei cristiani che, disertando le loro meravigliose cattedrali, pregano poco o non pregano per niente.

Il Concilio ha chiamato la Chiesa al dialogo anche con i seguaci del «Profeta» e la Chiesa procede lungo questo cammino. Leggiamo nella Nostra aetate: «Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il Sacrosanto Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (n. 3).

Da questo punto di vista hanno certamente avuto, come ho già accennato, un grande ruolo gli incontri di preghiera di Assisi (specialmente la preghiera per la pace nella Bosnia, nel 1993), nonché gli incontri con i seguaci dell’islamismo durante i miei numerosi viaggi apostolici in Africa o in Asia, dove talvolta, in un dato paese, la maggioranza dei cittadini era costituita proprio da musulmani: ebbene, nonostante ciò, il Papa veniva accolto con grandissima ospitalità e con pari benevolenza ascoltato.

La visita in Marocco su invito del re Hassan II può essere senza dubbio definita un evento storico. Non si trattò soltanto di una visita di cortesia, ma di un fatto di ordine veramente pastorale. Indimenticabile fu l’incontro con la gioventù allo stadio di Casablanca (1985). Colpiva l’apertura dei giovani nei riguardi della parola del Papa quando illustrava la fede nell’unico Dio. Certamente fu un evento senza precedenti.

Non mancano, tuttavia, anche delle difficoltà molto concrete. Nei paesi dove le correnti fondamentaliste arrivano al potere, i diritti dell’uomo e il principio della libertà religiosa vengono interpretati, purtroppo, molto unilateralmente: la libertà religiosa viene intesa come libertà di imporre a tutti i cittadini la «vera religione». La situazione dei cristiani in questi paesi a volte è addirittura drammatica. Gli atteggiamenti fondamentalisti di questo tipo rendono molto difficili i contatti reciproci. Ciononostante, da parte della Chiesa rimane immutabile l’apertura al dialogo e alla collaborazione».(Varcare la soglia…, pp. 103-105).

4. LA SINAGOGA DI WADOWICE

Dall’islamismo, il Papa è sollecitato a passare alla religione del popolo di Dio dell’Antica Alleanza, che è quella più vicina a noi cristiani:

«A questo punto – è naturale prevederlo – Sua Santità intende giungere a Israele».

«È così. Mediante la sorprendente pluralità delle religioni, che si dispongono fra loro quasi in cerchi concentrici, arriviamo alla religione più vicina a noi: quella del popolo di Dio dell’Antica Alleanza.

Le parole della Nostra aetate costituiscono un punto di svolta. Il Concilio dice: «La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei Patriarchi, Mosè e i Profeti. … Per questo la Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che si nutre dalla radice dell’ulivo buono in cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i Gentili…. Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo Sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo» (n, 4).

Dietro le parole della dichiarazione conciliare sta l’esperienza di molti uomini, sia ebrei sia cristiani. Sta anche la mia esperienza personale sin dai primissimi anni della mia vita nella città natale. Ricordo innanzitutto la scuola elementare a Wadowice, dove nella mia classe almeno un quarto degli alunni era composto da ragazzi ebrei. E devo ora menzionare la mia amicizia, ai tempi della scuola, con uno di loro, Jerzy Kluger. Amicizia che è continuata dai banchi di scuola sino a oggi. Ho viva davanti agli occhi l’immagine degli ebrei che ogni sabato si recavano alla sinagoga, situata dietro il nostro ginnasio. Ambedue i gruppi religiosi, cattolici ed ebrei, erano uniti, suppongo, dalla consapevolezza di pregare lo stesso Dio. Nonostante la diversità del linguaggio, le preghiere nella chiesa e nella sinagoga si basavano in considerevole misura sugli stessi testi.

Poi venne la seconda guerra mondiale, con i campi di concentramento e lo sterminio programmato. In primo luogo lo subirono proprio i figli e le figlie della nazione ebraica, soltanto perché erano ebrei. Chiunque viveva allora in Polonia venne, anche solo indirettamente, in contatto con tale realtà.

Questa fu, dunque, anche la mia esperienza personale, un’esperienza che ho portato dentro di me fino a oggi. Auschwitz, forse il più eloquente simbolo dell’olocausto del popolo ebreo, mostra fin dove può spingersi in una nazione il sistema costruito su premesse di odio razziale e di brama di dominio. Auschwitz non cessa di ammonire ancora ai giorni nostri, ricordando che l’antisemitismo è un grande peccato contro l’umanità; che ogni odio razziale finisce inevitabilmente per condurre al conculcamento della dignità umana.

Vorrei ritornare alla sinagoga di Wadowice. Fu distrutta dai tedeschi e oggi non esiste più. Qualche anno fa venne da me Jerzy per dirmi che il luogo in cui si trovava la sinagoga doveva essere onorato da una apposita lapide commemorativa. Debbo ammettere che in quel momento ambedue provammo una profonda commozione. Ci si presentarono davanti agli occhi le immagini delle persone conosciute e care, e quei sabati della nostra infanzia e adolescenza, quando la comunità ebraica di Wadowice si recava alla preghiera. Gli promisi che volentieri avrei scritto una mia nota personale per la circostanza, in segno di solidarietà e di unione spirituale con quell’importante evento. E così fu. La persona che trasmise ai miei concittadini di Wadowice il contenuto di tale lettera fu proprio Jerzy. Quel viaggio gli costò molto. Tutta la sua famiglia, rimasta in quella cittadina, era infatti perita ad Auschwitz, e la visita a Wadowice per l’inaugurazione della lapide commemorativa della sinagoga locale era per lui la prima dopo cinquant’anni.

Dietro le parole della Nostra aetate sta, come ho detto, l’esperienza di molti. Torno con il ricordo al periodo del mio lavoro pastorale a Cracovia. Cracovia, e specialmente il quartiere Kazimierz, conservano molte tracce della cultura e della tradizione ebraiche. A Kazimierz, prima della guerra, c’erano alcune decine di sinagoghe, in parte grandi monumenti della cultura. Come arcivescovo di Cracovia, ebbi intensi contatti con la comunità ebraica della città. Rapporti molto cordiali mi univano con il suo capo: essi sono continuati anche dopo il mio trasferimento a Roma.

Eletto alla Sede di Pietro, conservo dunque nell’animo ciò che ha radici molto profonde nella mia vita. In occasione dei miei viaggi apostolici nel mondo cerco sempre di incontrare i rappresentanti delle comunità ebraiche. Ma un’esperienza del tutto eccezionale fu per me, senza dubbio, la visita alla sinagoga romana. La storia degli ebrei a Roma è un capitolo a parte nella storia di questo popolo, capitolo strettamente collegato, del resto, con gli Atti degli Apostoli. Durante quella visita memorabile, definii gli ebrei come fratelli maggiori nella fede. Sono parole che riassumono in realtà quanto ha detto il Concilio, e ciò che non può non essere una profonda convinzione della Chiesa. Il Vaticano II in questo caso non si è dilungato molto, ma quello che ha affermato copre un’immensa realtà: una realtà non soltanto religiosa, ma anche culturale.

Questo straordinario popolo continua a portare dentro di sé i segni dell’elezione divina. Lo dissi una volta parlando con un politico israeliano, il quale concordò volentieri. Aggiunse soltanto: «Se questo potesse costare meno!…». Davvero, Israele ha pagato un alto prezzo per la propria «elezione». Forse attraverso ciò è divenuto più simile al Figlio dell’uomo, il quale, secondo la carne, era anche Figlio d’Israele: il duemillesimo anniversario della Sua venuta al mondo sarà festa pure per gli ebrei.

Sono lieto che il mio ministero presso la Sede di Pietro sia capitato nel periodo postconciliare, mentre l’ispirazione che ha guidato la Nostra astate si sta rivestendo di forme concrete. In tale modo si avvicinano tra loro queste due grandi parti della divina elezione: l’Antica e la Nuova Alleanza.

La Nuova Alleanza trova le sue radici in quella Antica. Quando il popolo dell’Antica Alleanza potrà riconoscersi in quella Nuova è, naturalmente, questione da lasciare allo Spirito Santo. Noi, uomini, cerchiamo solo di non ostacolarne il cammino. La forma di questo «non porre degli ostacoli» è certamente il dialogo cristiano-giudaico, che è portato avanti per conto della Chiesa dal pontificio consiglio per l’unità dei cristiani.

Sono pure lieto che, quale effetto del processo di pace in atto, pur fra remore e ostacoli, nel Medio Oriente, anche per iniziativa dello Stato di Israele, s’è resa possibile l’instaurazione di rapporti diplomatici tra la Sede Apostolica e Israele. Quanto al riconoscimento dello Stato d’Israele, occorre ribadire che non ho avuto mai dubbi in proposito.

Una volta, dopo la conclusione di uno dei miei incontri con le comunità ebraiche, qualcuno dei presenti disse: «Voglio ringraziare il Papa per quanto la Chiesa cattolica ha fatto per la conoscenza del vero Dio nel corso di questi duemila anni».

In queste parole si comprende indirettamente come la Nuova Alleanza serva al compimento di ciò che ha le sue radici nella vocazione di Abramo, nell’Alleanza del Sinai stretta con Israele e in tutto quel ricchissimo patrimonio dei profeti ispirati da Dio, i quali, già centinaia di anni prima del compimento, resero presente tramite i Libri Sacri Colui che Dio doveva mandare nella «pienezza del tempo» (cfr. Gal 4, 4)». (Varcare la soglia…, pp. 109-133).

A cura di P. Carmelo Casile, missionario comboniano