Il commento del Direttore dell’«Istituto di Antropologia. Studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone vulnerabili» della Pontificia Università Gregoriana

Hans Zollner sj* 
Pubblicato il 13 Novembre 2021
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Il recente rapporto sugli abusi sessuali nella Chiesa in Francia ha suscitato la domanda già sollevata dopo la pubblicazione di rapporti simili in Australia, Irlanda, Stati Uniti e altrove: un sacerdote che viene a conoscenza in confessione di abusi sessuali commessi contro un minore dovrebbe essere obbligato a denunciarli alle autorità secolari?

Sebbene la Chiesa cattolica non si aspetti che le sue leggi siano considerate al di sopra delle leggi nazionali, i tentativi di rimuovere il segreto confessionale sollevano questioni fondamentali sulla libertà di religione e di coscienza. Non c’è nemmeno alcuna prova convincente che dimostri che si potrebbero prevenire gli abusi rimuovendo il segreto.

Come ha detto l’arcivescovo Éric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese, dopo la pubblicazione del rapporto francese: “È necessario riconciliare la natura della confessione con la necessità di proteggere i bambini”.Questo non è facile quando la discussione è così carica di emozioni e quando c’è molta incomprensione sulla natura della confessione all’interno della Chiesa cattolica. Il Can. 983 §1 del Codice di Diritto Canonico dà la definizione più diretta  possibile del “sigillo confessionale”: “Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto non è assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa”. Un sacerdote non può violare il segreto per salvare la propria vita, per proteggere il suo buon nome, per salvare la vita di un altro, o per aiutare il corso della giustizia. I sacerdoti che lo fanno sono automaticamente scomunicati.

L’assoluta segretezza del confessionale spiega perché le persone si sentono libere di dire in confessione cose che non direbbero in nessun altro luogo. Alcuni vedono l’insistenza sull’inviolabilità del segreto come una conferma del fatto che la Chiesa non mette al primo posto la sicurezza e il benessere dei figli. A volte si pensa che gli autori di abusi sessuali siano in grado di rivelare gli abusi in confessione, ricevere l’assoluzione e poi continuare ad abusare senza ripercussioni. È vero che alcune vittime di abusi sono state adescate e/o abusate nel contesto del sacramento della confessione, che nel diritto canonico è considerato reato grave. Ma è altrettanto vero che, nel corso dei secoli, sacerdoti sono stati torturati e martirizzati per aver rifiutato di rispondere alle richieste dei regimi brutali di rivelare i segreti della confessione. La discussione sul segreto è piuttosto delicata da entrambe le parti, tanto più che riguarda questioni molto sensibili come la vergogna, la privacy e la responsabilità personale.

Forse aiuterebbe se facessimo alcune distinzioni e chiarimenti. Innanzitutto, coloro che parlano di abusi avvenuti durante la confessione potrebbero essere perpetratori, o vittime di abusi, o persone che sono a conoscenza di abusi commessi da altri; e in ognuno di questi tre casi, l’abuso potrebbe essere accaduto anni, o decenni fa, o essere ancora in corso. Ci sono delle idee sulla confessione che pur essendo profondamente radicate, non sono assolutamente vere. Con l’eccezione dei cappellani delle prigioni, è altamente improbabile che i sacerdoti ascoltino direttamente la confessione di un colpevole di abusi sessuali su bambini. Solo un prete mi ha detto di aver ascoltato la confessione di un colpevole – e questo è successo una volta sola.

Sembra che l’idea generale sia che i cattolici si confessino spesso. In realtà, anche nelle città, oggi è spesso difficile trovare un posto dove un cattolico possa confessarsi. E molti non si rendono conto che il prete di solito non conosce la persona presente  nel confessionale e non può costringerla a rivelargli la sua identità. È proprio la garanzia dell’anonimato che porta le persone a confessarsi. Se si togliesse questo, ben poche persone continuerebbero a farlo – e sicuramente nessun colpevole rischierebbe l’arresto. Nel caso in cui un penitente si confessasse con una persona che lo conosce, per caso o per scelta, sarebbe ancora più improbabile che confessasse l’abuso, o che nascondesse il crimine usando espressioni volutamente velate.

Coloro che vogliono abolire il segreto confessionale per i casi di abuso di bambini o altri gravi crimini sostengono che un prete che è a conoscenza di un abuso dovrebbe obbligatoriamente denunciarlo, così come dovrebbero farlo i medici o gli psicoterapeuti o altri professionisti. Le attuali leggi sulla denuncia obbligatoria degli abusi variano molto da paese a paese, ma anche all’interno degli stati dello stesso paese, lasciando spesso spazio a una certa discrezionalità non solo sul tipo di circostanze, ma anche a chi la persona che viene a conoscenza dell’abuso debba presentare la denuncia. Una vittima di abusi sessuali clericali da adulta mi ha fatto notare come molte vittime si sentano in colpa e trovino estremamente difficile parlare per la prima volta dell’indicibile. Si preoccupa che, se non si può essere assolutamente sicuri che ciò che si dice in confessione rimarrà confidenziale, si potrebbe perdere uno dei pochi posti sicuri dove poter iniziare a parlare di un’esperienza di abuso.

L’assoluzione – il perdono dei peccati – è legata all’adempimento delle condizioni di una confessione valida: contrizione sincera, confessione chiara, soddisfazione adeguata. L’assoluzione non può essere data se esistono dubbi su una di queste condizioni. In altre parole, nel caso in cui qualcuno confessi un abuso, a meno che non mostri segni di sincero pentimento e la volontà di rimediare al danno arrecato, il confessore deve sospendere l’assoluzione. Tuttavia, secondo l’insegnamento della Chiesa, se un sacerdote viene a conoscenza di un abuso o di un altro grave crimine durante la confessione, egli non può violare il segreto, anche se queste condizioni non fossero soddisfatte e non fosse in grado di dare l’assoluzione. Questo è il motivo per cui, ad esempio, un rettore non è autorizzato ad ascoltare la confessione di un seminarista, così potrà parlare liberamente dell’opportunità di proporre il candidato all’ordinazione e non è vincolato agli obblighi del segreto.

Mentre secondo il diritto canonico l’assoluzione non può essere vincolata a una condizione come la denuncia del crimine alla polizia, il confessore deve fare tutto ciò che è in suo potere per convincere un colpevole ad assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto. Questo include il tentativo di incontrarlo al di fuori del confessionale, dove il sacerdote può invitare il colpevole a parlare di nuovo del crimine commesso e spingerlo a consegnarsi alla giustizia.

Allo stesso modo, se una vittima viene a confessarsi, il confessore può offrire un incontro al di fuori dello spazio confessionale o suggerire il sostegno e la possibilità di un ulteriore accompagnamento da parte di terapeuti e avvocati.

Se la Chiesa non spiega meglio perché il segreto della confessione non protegge dalla giustizia gli abusatori o altri gravi criminali – e perché può aiutare a tutelare i bambini e gli adulti vulnerabili – i legislatori statali potrebbero prendere di mira l’inviolabilità del segreto confessionale. Penso che se la Chiesa facesse di più per aiutare i confessori ad essere degli ascoltatori empatici e abili interpreti dell’insegnamento morale della Chiesa, sarebbe più chiaro come il sacramento della riconciliazione possa essere uno strumento nella lotta contro gli abusi, che porterebbe ad una maggiore fiducia nei confronti dei confessori, del processo e nella comprensione del sacramento della riconciliazione stesso.

Credo che la Santa Sede potrebbe considerare la formulazione di una nuova istruzione per i confessori, che ribadisca gli obblighi relativi al rispetto delle leggi per la denuncia degli abusi al di fuori del confessionale e con questi il segreto. Un punto cruciale è la responsabilità personale del confessore. Questo include l’invito al perpetratore ad interrompere l’abuso, ad autodenunciarsi alle autorità legali e cercare un aiuto terapeutico; ma anche che l’assoluzione per il peccato di abuso non può essere data a meno che non ci sia non solo una sincera contrizione, ma anche la volontà di rimediare al danno fatto. L’istruzione dovrebbe anche chiarire che nel caso in cui una vittima riferisca di essere stata abusata, il confessore debba ascoltare con empatia e rispetto. Il sacerdote può poi offrire un incontro al di fuori dello spazio confessionale e incoraggiare la vittima a contattare terapeuti e avvocati. È necessario fornire un accompagnamento adeguato, dato che molte vittime nel raccontare per la prima volta dell’abuso  subito si sentono piuttosto a disagio, soprattutto se questo apre la strada a procedimenti legali.

La stessa norma dovrebbe definire (1) chi i confessori possano contattare per chiarimenti e orientamento e che si debbano informare sulle persone a cui indirizzare le vittime e chi è in difficoltà; (2) quali procedure debbano essere seguite da un confessore quando una persona, sia essa autore o vittima, accetti l’incontro al di fuori della confessione per ulteriori chiarimenti; e (3) quale preparazione sia necessaria nella formazione iniziale e permanente dei confessori, così come quale sostegno e accompagnamento serva per poter affrontare principi morali e legali a volte in contraddizione.

Il sottofondo implicito nel dibattito sul Sigillo è il rapporto tra Stato e Chiesa cattolica e altre istituzioni religiose in uno Stato laico e liberale. La crescente sensazione che lo Stato debba intervenire nasce dalla ferita provocata dagli abusi sessuali clericali e la convinzione, presente in Europa e in Nord America, che le Chiese non siano riuscite ad affrontare adeguatamente la questione. Questo crea una tensione Chiesa-Stato che richiede un’attenta navigazione tra il rispetto per i poteri legislativi dello Stato e la libertà religiosa. Una sana laicità riconosce che esiste una tentazione per gli Stati di “esagerare” quando si tratta di comunità religiose, mentre una Chiesa sana sa come rendere a Cesare ciò che è di Cesare.

Il segreto della confessione crea uno spazio sacro in cui il penitente è completamente libero di mettere davanti a Dio tutto ciò che ha sulla coscienza, e – quando mostra contrizione – trova il perdono, la riconciliazione e la guarigione. Se il segreto, in passato, è stato un pretesto per abusi e altri crimini, non deve portare ad abbandonare quello che è un canale di grazia. Ma ci sono questioni complesse che devono essere affrontate, con delicatezza e ragionamento, nel contesto di un rapporto di fiducia reciproca tra Chiesa e Stato. Potrebbe essere il momento per la Chiesa di dare istruzioni più chiare sull’esercizio del sacramento della riconciliazione, perché penitenti, confessori e coloro che sono al di fuori della Chiesa possano comprenderlo come luogo di sicurezza, guarigione e giustizia.

* Director IADC – Istituto di Antropologia. Studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone  vulnerabili – Pontificia Università Gregoriana