Padre João, auguri per i 70 anni di vita!

E grazie per la tua “la mia opera non morirà”, con cui condividi parole di malinconia per il tempo fuggevole, per questo soffio, brevissimo, che se si fa però  respiro d’amore rimane eterno; grazie per la speranza che sento rimanere viva in te, attraverso queste tue parole, attraverso la tua lucidità nell’inviare, come notifiche alla tua mailing list, riflessioni ed articoli sempre importanti, mai banali. E grazie soprattutto per la preghiera a cui tieni di più, perché, più o meno direttamente, è proprio rivolta anche al sottoscritto, perché novizio (non proprio giovanissimo), l’unico, fino a pochi giorni fa, europeo, che tra l’altro ha vissuto un periodo di noviziato proprio in Portogallo, paese che mi ha affascinato per la sua bellezza malinconica, così ben espressa anche nella musica del Fado, bellezza malinconica di cui sono impregnati gli spazi, ed i tempi, di confine. I lembi di terra, e di tempo appunto, di fine. Così come lo è  il Portogallo-  terra di passaggio tra il noto e l’ignoto del mare, nella sua maestosità dell’oceano, del suo orizzonte che si protende all’infinito – confine e fine dell’Europa.

Credo sia proprio sui confini che la nostalgia si faccia più intensa, e che nella nostalgia si espanda il desiderio di Dio, la ricerca del suo mistero.

Ti scrivo perché provo a comprendere la tua inquietudine, che non sento di rassegnazione, nel tuo prepararti a “lasciare”, malinconicamente certo, ma anche con la tentazione che ben descrivi del “muoia Sansone e tutti i Filistei”: ” mi assale la tentazione di pensare come Sansone: che tutto crolla e muore con me. E chiedo a Dio un segno: di poter vedere che qualcuno riprende dalla mia mano la fiamma, qualcuno qui, nella nostra provincia di origine, in Italia e in Portogallo”.

Anch’io, Padre João, mi sto preparando a “lasciare”:  tra poco tempo, non più di due mesi, lascerò il posto da cui ti sto scrivendo, la comunità comboniana di Cavallino- Lecce, in cui vivo da ormai 10 mesi, dopo aver vissuto, e lasciato, negli ultimi tre anni ormai, almeno altre quattro comunità, con le rispettive realtà umane ed ambientali. Provo già malinconia per il momento del distacco, di un nuovo “strappo”: dalla comunità  dei confratelli che mi ospitano, dalla gatta ed i suoi gattini di cui mi occupo, dallo splendido “parco dei comboniani”, in cui passo ore a lavorare e camminare, anche a contemplare, eppoi “lo strappo” dalle persone con cui ho iniziato a costruire relazioni di cura, di ascolto, di confronto e dialogo, anche di affetto. Sto sperimentando malinconia, come più volte è successo nella mia vita nei momenti di “distacco”: eppure ho sentito che è proprio in questa malinconia, in questo “strappo”, se viene trasformato in salto (che sento di libertà se riesco ad essere sempre più libero) che sento più vicina la misericordia ma anche la potenza di Dio. La sua onnipotenza. Quella della libertà e dell’amore liberato. E’ nella malinconia del lasciare che si fa più intensa la ricerca di Dio, è nella malinconia dell’orizzonte e del confine che è possibile, più che altrove, sperimentare il volto misericordioso ed onnipotente di Dio. 

Ai confini Del Tempo.  In questo periodo della mia vita, sento che la risonanza più profonda mi è rimandata dalla relazione che ho con il tempo. Che ho sentito scorrere veloce, che ho sentito sempre come poco, inafferrabile, facendomi sentire un pò sempre in ritardo, ma anche, sempre, ancora in tempo. Sto sperimentando che è il presente il tempo di vivere, sentire ed amare: vivere, sentire ed amare ciò che faccio, le relazioni, la bellezza che mi circonda. Di vivere, sentire ed ed amare il mare ( certo non è l’oceano Atlantico, ma sia l’Adriatico che lo Ionio qui in Salento sono splendidi), eppoi il cielo di qui che guarda ad oriente, ed il parco e gli animali che ci vivono, e di vivere, sentire ed amare le persone che incontro, soprattutto gli emarginati, “gli ultimi” che provo a seguire; ed ancora di vivere, sentire ed amare le strutture che vivo, senza però perdere capacità e spirito critici, chiedendo i doni del discernimento, della sagacia e della parresia. La sinodalità è cammino “inquieto”, è dialogo e confronto, anche animato, che non coincide mai con “un superficiale quieto vivere”, e neppure può coincidere con il “si è sempre fatto così”, tantomeno con il “farsi dire solo ciò che vogliamo sentirci dire”. La sinodalità non può che crescere in una dinamica di servizio, non di servilismo. Sinodalità è saper comprendere, accogliere, accettare anche ciò che ci dicono e che non vorremmo sentire, se questo concorre al bene, per cambiare, per convertirci, insieme. Sinodalita’ e’ provare, insieme, ad aprire alla luce quei ( pericolosi) coni d’ombra che ancora ci sono nella Chiesa e nel mondo. 

Un tempo come kairos.  E’ il tempo il bene più prezioso, ecco perché sono soprattutto i potenti che provano a comprarlo, anche a “rubarlo”, vorrebbero “accumularlo” come surplus, come fanno con le ricchezze materiali, patteggiando col diavolo. Ma più in generale, oggi più che mai, è l’uomo a credersi illimitato, senza confini, tanto che pare volersi bastare a se stesso. Niente di più illusorio. Vivere come se il confine non esistesse e’ rinnegare Dio, quindi rinnegare se stessi, la propria origine, la propria vocazione e meta finale. E’ solo con la consapevolezza della nostra finitezza che ci si può mettere in relazione con l’infinitezza. La malinconia dell’infinito e’ la malinconia dell’uomo verso Dio. Il tempo non è nostro. “l’uomo crede di misurare il tempo e di misurare Dio, ma sono Dio ed il tempo a misurare l’uomo”.  Ecco, se c’e’ una cosa che sento forte, anche come sviluppo di questo periodo di noviziato, è proprio il sentirmi, forse all’inizio, di un cammino verso un totale distacco dal tempo, il sentire che non mi appartiene, ma al contrario, di appartenere ad esso.  E’ l’entrare in una logica di infinito, di amore ad immagine di Dio, in cui tutto viene trasceso, persino le coordinate spazio-temporali. L’ultima, finale, liberazione, è  quella dal tempo. 

Itineranza e stabilità del Comboni.  Proprio in questo senso credo che il Comboni avesse fatto esperienza del tempo: da una parte una continua itineranza di azione ( fino ai confini del mondo allora conosciuto) e di spirito e di pensiero (quest’ultimo mai stantio o fermo, mai inadeguato alla realtà che ha affrontato, ma profetico proprio perché capace di vedere oltre la realtà, anche di trascenderla, standoci e trasformandola), dall’altra, parallelamente, un fondamento, una radice di benevolenza, di speranza, di seme profondo da cui sgorgano bene ed amore.

E’ la stabilità della certezza dell’amore, della passione, come è nell’immagine del sacro cuore di Gesù, quel cuore trafitto da cui “sfavilla” vita, da cui “sfavilla” amore per l’umanità, e tanto più l’umanità è sofferente, lontana, “abbandonata”, tanto più è intenso l’amore che dal cuore di Gesù sfavilla. Così come ha sfavillato dal cuore del Comboni, così come dovrebbe essere dal nostro, di cuore, se siamo alla loro (di Cristo e del Comboni) sequela. In questo senso, “l’opera non morirà”, mi pare sia certezza e non auspicio, da “leggere” non tanto in una dinamica meramente “spazio-temporale”, in una logica di occupazione di spazi, di continuazione delle opere (che certo rappresentano segni importanti), quanto in una logica più profonda, di testimonianza di amore, di seme che lascia, se è autentico, una traccia indelebile, eterna, liberata dallo spazio e dal tempo. Di seme che lascia un ricordo, che è portare nel cuore. 

La malinconia del passaggio, del confine, è certamente abitata dalla grazia.

La malinconia del passaggio, del confine – di quello che è stato, dell’amore donato, di una vita spesa nell’amore – e di quel che sarà – è certamente abitata dalla grazia. Personalmente non ho mai sentito così forte la presenza misericordiosa di Dio proprio nella malinconia di una fine, di un passaggio verso l’ignoto, verso lo sconosciuto. E’ necessario perdersi nel mistero.

Ti auguro, caro Padre João, di viverlo pienamente questo tempo, di grazia, di presenza forte di un cuore, e di un amore, che continueranno a sfavillare, ad agire. Ti auguro di starci in questo tuo tempo. La malinconia e’ tempo di grazia particolare, straordinaria. L’amore, se autentico, nella trascendenza in Cristo, e’ inconfutabile, indelebile. Anche se invisibile agli occhi del mondo. Gesù ha già vinto, così come ha già vinto il Comboni. Così come vince ogni discepolo che ama e testimonia di quell’amore per cui siamo creati. Se abbiamo accarezzato l’umanità, i suoi piccoli, i suoi più abbandonati, allora non passiamo. E’ di questo che dovremmo fare esperienza: da vivere, testimoniare e comunicare. In una comunicazione affettiva, calda, non fredda e burocrate.

 La malinconia dell’attesa.   La nostalgia di Dio è abitata da Dio stesso, ed il con-fine è il luogo d’incontro privilegiato con Lui.

L’opera non morirà, anche se non dovessero esserci più novizi in futuro (con l’auspicio che non sarà così, ma soprattutto con l’auspicio che si avviino processi di sinodalità, capaci di “svuotare” le note di potere- rigidità- chiusura/ autorefernzialita’ di cui ancora soffre la nostra Chiesa, note che  contribuiscono anche ad allontanare giovani di buona volontà).

Buon tempo di nostalgia e di grazia. Buon tempo per, con, in Cristo.

Giuseppe L. Mantegazza (novizio comboniano), Cavallino, Lecce. 2 Nov 2021