Alessandro D’Avenia
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La festa di oggi ci concede una vacanza perché nella tradizione cristiana si festeggiano «Tutti i Santi», cioè non solo quelli del calendario, ma tutti quelli che godono di una condizione di «beatitudine». Alla parola «santo» (uomo portatore del divino), che viene associata a un inarrivabile supereroe della fede capace di cose straordinarie se non bizzarre, preferisco la parola usata da Cristo per indicare «chi ha la vita eterna»: «beato». Beato vuol dire infatti felice e la vita eterna non è la vita dopo la morte, ma la vita superiore a qualsiasi tipo di morte (noia, abitudine, dolore…), vita a massima intensità, che non può essere spenta. Quando dico «beato te!» dico a qualcuno che è vivo più che mai, felice. Infatti felice (dalla stessa radice di physis, la natura in greco, ciò che genera) era l’aggettivo usato dai contadini romani per indicare la pianta che dà frutto (arbor felix è l’albero fecondo). Il beato è felice perché la sua vita è feconda, dà frutto, ha la gioia che proviamo vedendo un campo di grano maturo, un albero carico di ciliegie o un cespuglio pieno di rose. Il beato è infatti «con-tento», come dice la parola stessa, è «tenuto insieme», come un bambino in braccio alla madre, egli è in braccio alla vita: ogni aspetto della vita attorno a lui e in lui mostra unità e pienezza. Ma si può davvero esser beati in mezzo alle fatiche e alle sofferenze del vivere quotidiano, adesso, subito?

Quando ho chiesto ai miei ragazzi di ricordare l’episodio più felice dell’estate, hanno riportato sempre e solo momenti in cui si sono sentiti «uniti» (con-tenuti) agli altri (amici, amori, familiari…) e al mondo (luoghi e momenti speciali). Non c’era traccia di sballi ma di balli dell’anima, non c’era traccia di solitarie connessioni digitali ma di con-tatti reali. Inoltre le situazioni descritte si accompagnavano sempre a una percezione del tempo particolare: «volava», espressione che indica il fermarsi dell’orologio, la vita eterna, che non è la vita dell’aldilà ma dell’aldiqua, quando è intensa, piena di senso, di «con-tenuto» e quindi di «con-tentezza». Se invece la vita è senza senso, senza con-tenuto, è vuota e il tempo non passa mai. Scriveva il filosofo Bergson: «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell’uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d’informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia» (L’energia spirituale). Vivere felici e contenti, come si dice alla fine delle favole, non indica solo ciò che accadrà ai protagonisti dopo la narrazione, ma soprattutto ciò che è avvenuto: «hanno vissuto» felici e contenti proprio perché hanno realizzato i loro desideri, a costo di rischiare la loro stessa vita. Le favole ci ricordano che la gioia è il frutto di una risposta coraggiosa alla propria chiamata in un mondo che resiste e spesso ci ostacola. Ma si può esser «beati» solo se non ci si «accontenta», se si vive a misura del proprio desiderio e non si vivacchia a misura dei desideri altrui. Dove c’è il beato la vita diventa più viva, cioè si moltiplica, e non perché lui sia migliore degli altri ma semplicemente perché prova a dare frutti buoni agli altri, facendo maturare la propria originalità, che non è eccentricità (esser fuori centro) ma esser centrati sull’origine: seme, radici, terra… Non si può essere felici, contenti, beati, se non si è uniti a sé e al mondo: il beato restituisce con gli interessi

ciò che prende, in lui non c’è emorragia di vita ma la sua moltiplicazione. E questo accade proprio perché si nutre dell’humus (terra), la parte del terreno più ricca di letame: dalla stessa radice di humus viene umorismo e dalla stessa di letame viene letizia. Il beato non ignora ferite e fallimenti, ma se ne serve come concime necessario a dare frutti e buon umore, perché la beatitudine non sta nel mero benessere ma nell’unione con cose e persone, e la gioia tiene conto del dolore perché non si riduce a una superficiale allegria che lo cancella.

Leopardi, usando proprio il lessico della felicità-fecondità, in uno degli ultimi pensieri dello Zibaldone, si interrogava sull’eredità del suo esser poeta e concludeva: «Uno dei maggiori frutti che mi propongo e spero dai miei versi è contemplare le bellezze e i pregi di un figliuolo, non con altra soddisfazione che di aver fatta una cosa bella al mondo, sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui». Il beato non si concentra su se stesso e sul successo di pubblico, ma sul «pro-creare» (Leopardi paragona i versi a un figlio), fare qualcosa di bello al mondo, secondo la propria chiamata originale alla «vita eterna», la vita piena di senso, quella in cui nulla va sprecato. Beata è la rosa che fiorisce, beato l’usignolo che canta, beati l’uomo o la donna che danno frutto. Non fuggono dalla realtà, per quanto dura e sporca sia, perché è solo là dentro che possono diventare beati: santi subito.