Formazione Permanente – italiano – 15/2021

HA UN SENSO MORIRE?
P. Carmelo Casile

Testo base: 1Cor 15,14-27; Gv 1; GS 18; AG 24b

1. SCOPO DELLA MEDITAZIONE

La realtà della morte illumina, alla luce della fede, il nostro presente: ci fa vedere con una nota di speciale serietà (e non di terrore) la verità o la falsità dei cammini che stiamo percorrendo. Questo è ciò che ci suggerisce il testo del Deuteronomio: “Vedi, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (30,15). Lì mi viene offerta la possibilità di un discernimento della situazione in cui mi trovo: di morte o di vita, di realizzazione o di fallimento del mio essere e sono indotto a fare opzioni concrete. In questo senso, non c’è nulla di evasivo nella meditazione sulla morte. Non è il pensiero pagano che si esprime in un lamento: “Oh, i miei anni fuggevoli scappano!”, ma il pensiero pratico nell’urgenza di mettermi in quella direzione da cui viene la vita, che è la direzione stabilita da Colui che è “la Via, la Verità e la Vita”.

Solo in questo modo la mia morte sarà una partecipazione alla sua morte, che è stata il culmine di una prassi salvifica, una morte in cui Gesù ha vinto e salvato. Anche la mia morte, partecipazione alla sua morte, può diventare un contributo efficace e fruttuoso al processo di liberazione del mio popolo e del mondo intero (AG 24b).

Non è stato questo il contributo fecondo della morte di san Oscar Romero e di tutti i martiri di ieri e del momento presente?

Le morti che hanno superato la violenza degli elementi naturali o la violenza umana che le ha provocate, hanno smussato il pungiglione delle ideologie, che le hanno giustificate come difesa dell’ “ordine”, hanno violentato nella loro serena pace l’arrogante violenza dei loro criminali. In queste morti, come in quella di Gesù, la debolezza dei giusti diventa un veicolo efficace per lo sviluppo dell’onnipotenza salvifica di Dio. In essa si realizza la parabola di Gesù: “se il chicco di grano, caduto in terra, muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

E non possiamo contemplare in questa luce la morte di Daniele Comboni, un cristiano caduto sul campo di battaglia che grida: “Nigrizia o morte!”?

2. LA MORTE DELLA PERSONA

a) La morte come processo

La morte della persona è il momento culminante di un processo iniziato nel momento del concepimento. Quando un bambino viene procreato, dandogli l’esistenza, gli viene dato contemporaneamente l’appuntamento con la morte come suo destino inesorabile. In effetti, il nuovo essere umano, che lo voglia o no, dal primo momento del suo concepimento, inizia a camminare infallibilmente verso il momento della morte più o meno rimandato nel tempo.

Questo evento estremo si manifesta già nell’insieme delle “passività di diminuzione” della vita (T. de Chardin), cioè una serie di morti che interrompono i processi della vita in noi, fermano o rovinano le possibilità di essere, tagliano o deteriorano la qualità della nostra espressione davanti agli altri. Malattie fisiche o mentali, incidenti o fallimenti imprevisti, perdite, ecc., costituiscono il morire costante, l’andare sminuendo. Un’esperienza negativa un giorno o l’altro attende tutti; ci sono quelli che l’hanno avuta fin dalla nascita, rimanendo limitati in qualche parte del proprio organismo o del proprio interno. E tutti, in fine, sopportiamo la più inevitabile di tutte: l’usura del tempo, il passare, l’invecchiamento.

Alla fine della giornata, possiamo affermare che siamo costantemente condannati a uno sforzo continuo e progressivo che porta alla fine della vita.

b) Fenomenologia della morte

La morte come fine inevitabile della vita è un fatto complesso, un’esperienza unica, irripetibile e incomunicabile, essendo un’esperienza della non-esperienza della fine

Gli elementi più salienti che possiamo captare in questo fatto sono:

1. Disintegrazione fisiologica

La morte implica soprattutto la disintegrazione più o meno rapida ma irreversibile delle funzioni fisiologiche e delle loro strutture anatomiche: è la fine della vita fisica.

2. L’annientamento delle relazioni che costituiscono l’essere umano

La morte si manifesta come una rottura delle relazioni mantenute dalla vita, e prima di tutto quelle che gli amici e le altre persone avevano o potevano avere con la persona scomparsa: è la fine della vita familiare e sociale. La rottura è stata consumata non in virtù di una decisione della volontà, ma per una legge inesorabile che accompagna il fenomeno della vita. La ferita è profonda, una ferita che colpisce non chi è scomparso ma quelli che rimangono.

La morte sotto l’aspetto della rottura delle relazioni si presenta come:

  • Un ordine o un’azione di sfratto senza possibilità di presentare ricorso: lascia tutto e parti!
  • Un naufragio: tutto ciò che è stato acquistato e costruito in così tanti anni, si disfa in una volta: amicizie, specializzazioni, titoli accademici, posizioni importanti, ecc.
  • La chiusura di una mostra: cerco di mostrare le mie qualità, le mie esperienze spirituali, le mie azioni illuminate in campo teologico, politico, sociale e pastorale, mi sento importante e indispensabile davanti a Dio stesso e agli altri, perché sono l’unico che capisce cosa sta succedendo nel mondo e qual è la terapia da adottare.
  • Il momento della solitudine più assoluta: si vorrebbe condividere l’incomunicabile: la morte è vissuta in solitudine: gli altri accompagnano, ma fino a un certo limite, dietro il quale c’è la persona morente totalmente sola.

In effetti la morte è il momento dell’assoluta incomunicabilità. Quando una persona si avvicina alla morte, capiamo sempre meno cosa succede in essa. Immaginiamo, supponiamo, ma comprendiamo sempre qualcosa di meno, finché non entriamo nell’assoluta incomunicabilità, nell’assoluta incapacità di dare e ricevere.

Ogni morte contiene questo segno di mistero assoluto, carico anche del peso della definitività!

“È la prima volta che vedo morire qualcuno che amo … Chi sta per morire è mio padre … Mi sono fermato a lungo a contemplare il suo volto.
Il suo sguardo, a poco a poco, si discosta dal nostro.
Ancora un’altra sorpresa: ha paura. “Ho paura” … Tutta la famiglia è intorno a lui con un sacro rispetto; sua moglie si prende cura di lui con una delicatezza e un amore ammirevole. Tuttavia, lui, mio padre, si sente solo. Lo dice. Gli diciamo che siamo con lui, che preghiamo per lui. Risponde: “No, sono solo” (Thierry Maertins).

3. La rottura del rapporto della persona con se stesso

Nella morte la solitudine raggiunge il suo apice con lo spegnersi della coscienza. L’ “io”, che è già solo, entra in un’oscurità assoluta: il rapporto della persona con se stessa si spezza, la sua coscienza scompare, svanisce. L’ “io” entra nel sonno della morte, dal quale non si risveglierà mai in forza delle sue stesse capacità. Indubbiamente, la disintegrazione della psiche può iniziare molto prima che il cuore si fermi definitivamente, ma una volta che tutto è finito, nessun lampo di coscienza emergerà dalla notte.

Da questo processo nasce il terribile orrore della morte, l’orrore del non essere, captato nella negatività della privazione. Non è l’assenza, ma il vuoto, l’antro, l’abisso infinito. Di fronte a lui non c’è semplicemente l’altro, il diverso, l’essere, ma sembra piuttosto una nuvola che intossica tutto, un veleno che fa decomporsi e corrompe tutto, rendendo tutto vano e insignificante (Dicc. Teol. Int., p. 621).

Per questo motivo la morte è il più terribile dei momenti terribili, è la discesa agli inferi di noi stessi (L. Boff).

3. IL VOLTO DELLA MORTE ALLA LUCE DELLA FEDE

a) La morte come kenosi radicale e realizzazione

L’uomo religioso vede nel totale e tremendo blackout della morte uno scorcio di luce, destinato a diventare l’alba della nuova vita sotto la potente azione di Dio, che scende nel pozzo della nostra morte tirandoci fuori e gettandoci in una vita che ci aspetta “oltre” i limiti del mondo visibile.

In effetti, l’uomo di tutti i tempi nota in lui la presenza di un “seme di eternità”, sente che c’è qualcosa in lui (il suo “io” = il suo spirito) che è al di sopra del tempo e della morte stessa e che è invisibilmente legato all’eternità.

L’ “io” che nella morte perde tutto, anche la propria coscienza, dalla pianta che era, diventa un seme, ma un nuovo seme, contenente in sé tutta la sua memoria genetica (natura e grazia, frutto della sua chiamata all’esistenza e al Battesimo) per diventare una nuova creatura.

L’ “io” alla luce della fede è vissuto come una “scintilla di vita” che nemmeno la morte può estinguere. Una scintilla di vita che rimane sepolta sotto la cenere e la polvere a cui la morte riduce la persona e che il respiro vivificante dello Spirito di Dio farà rivivere, dandogli un nuovo significato e un nuovo modo di relazionarsi con se stesso, con gli altri e l’intero universo: nasce il “corpo spirituale” che senza perdere le caratteristiche fondamentali del sé umano (conoscere-volere-amare), inizia a vivere in una nuova situazione, distaccata dalla materia e in contatto immediato con Dio.

“Dopo questa vita, Dio stesso sarà il nostro posto“. Questo è ciò che afferma Sant’Agostino nel suo commento al Salmo 30. Quando ha scritto questo, si è reso conto che ci stava dando un trattato di escatologia di mille pagine riassunto in mezza riga?

Non c’è altro posto nella vita futura se non Dio.

Dio, nella misura in cui chiama l’uomo ad apparire davanti a lui, è la morte; come giudice è il giudizio; come beatificante, è il paradiso; come assente, è un inferno; come purificatore, è il purgatorio (J. M. Cabodevilla).

b) Vista in questa prospettiva, la morte è la situazione di solitudine, di povertà assoluta come condizione necessaria per l’irruzione definitiva della ricchezza divina in noi.

Improvvisamente capisco, Signore, che Tu ci ami senza niente; senza soldi, senza casa, senza amici, senza figli; veramente povero, forse per la prima volta.
Se Tu, Signore, eri solo e nudo prima della morte, non era forse condividere la nostra povertà prima che il Padre ti riempisse delle sue ricchezze?
(Thierry Maertens, citato in” “Celebración cristiana de la muerte”, pág.71).

c) La morte è una debolezza incurabile che permette a Dio di penetrarci definitivamente.

In sé, la morte è un’incurabile debolezza degli esseri corporei, debolezza complicata, nel nostro Mondo dall’influenza di una colpa originale.
È il tipo e la somma di quelle diminuzioni contro cui dobbiamo lottare senza aspettarci una vittoria personale diretta e immediata. Precisamente, il grande trionfo del Creatore e del Redentore, nelle nostre prospettive cristiane, consiste nell’aver trasformato in un essenziale fattore di vivificazione ciò che è, in sé, una forza universale di diminuzione e di distruzione. Proprio per penetrare definitivamente in noi, Dio deve, in qualche modo, scavare dentro di noi e crearsi un vuoto che diventerà il suo posto. 
Per poterci assimilare, Egli deve rimaneggiare, rifondere, spezzare le molecole del nostro essere.
La Morte ha il compito di praticare, fino dal più intimo di noi stesi, il varco necessario. 
Essa ci farà subire la dissociazione attesa. Ci metterà nello stato organicamente richiesto perché possa scendere su di noi il Fuoco divino. E in questo modo, il suo nefasto potere di decomposizione e dissolvimento si troverà captato in vista dell’operazione più sublime della Vita. Ciò che, per natura, era vuoto, lacuna, ritorno alla pluralità, può diventare, in ogni esistenza umana, pienezza e unità in Dio.
(T. de Chardin, L’Ambiente divino, Ed. Mondadori, p. 89).

d) La morte è la fine dello stato di via, della prova: è tempo di dar conto della vita, di come è stata vissuta, di ciò che ne è stato fatto: la situazione dell’uomo nell’eternità è il risultato della sua maturazione nella giustizia e nella carità su questa terra: “Sì – dice lo Spirito – essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono” (Ap 14,13). Avrà valore tutto ciò che è stato fatto in giustizia e carità.

4. DUE MODI PER MORIRE

Da questa prospettiva di fede, ci sono due modi di morire: la morte del giusto e la morte del fallito. 

a) La morte del giusto

Nel cantico di Simeone (Lc 2,29-32), nell’ultimo verso del cantico di Zaccaria (Lc 1,79) e in Efesini 5,14 (“Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”), vediamo che nella morte c’è una visita della luce e della pace. Cristo è la luce, il sole che sorge dall’Oriente, è anche la nostra pace (Ef 2,14), cioè il dono supremo del Padre che soddisfa tutte le nostre aspirazioni di felicità e benessere.

Pertanto, l’oscurità dell’uomo morente lascia il posto alla chiarezza del Sole che sorge sul suo orizzonte. E all’uomo morente è permesso di andare verso la pace, i suoi passi sono guidati lungo il sentiero della pace. La morte del giusto è il vertice, in cui raggiunge la sua piena assimilazione a Gesù Cristo ed esercita al massimo grado la vita teologale (fede-speranza-carità) che è stata infusa in lui nel Battesimo.

… Sappiamo che la vita del cristiano è un sacrificio continuo che può solo finire con la morte. Sappiamo che, come Gesù, entrando nel mondo, si è considerato e offerto a Dio come un olocausto e una vera vittima … così anche ciò che si è realizzato in Cristo Gesù deve realizzarsi in tutti i suoi membri …
Poiché Dio vede gli uomini solo attraverso il suo mediatore Gesù Cristo, gli uomini devono vedere se stessi e gli altri uomini solo attraverso Gesù Cristo …
Pertanto consideriamo la morte in sintonia con quella di Gesù e non senza Gesù. Senza di lui, la morte è terribile, spaventosa, orrore della natura. In Gesù diventa completamente diversa: amabile, santa, gioia del credente. In Gesù Cristo tutto è dolce, persino la morte.
Per questo ha sofferto ed è morto, per santificare la morte e le sue pene. Per questo, Lui, come Dio e come uomo, è stato tutto ciò che c’è di grande e di abbietto, per santificare in se stesso tutti i casi, tranne il peccato …
Così stanno le cose per tutto ciò che riguarda nostro Signore.
Vediamo ora cosa succede in noi. Dal momento in cui siamo entrati nella Chiesa …, ci hanno offerti e santificati. Questa offerta come sacrificio dura tutta la nostra vita e si consuma nella morte. In questo momento l’anima si distacca veramente da tutti i vizi e da tutto l’amore per la terra, il cui contagio la macchia sempre in questa vita, consumando così la sua immolazione e venendo accolta nel seno di Dio.
Non rattristiamoci, dunque, come pagani che non hanno speranza! Non abbiamo perso il padre al momento della sua morte: lo avevamo già perso, per così dire, quando è entrato nella Chiesa mediante il Battesimo. Da allora appartenne a Dio; la sua vita fu consacrata a Dio; le sue azioni appartenevano al mondo solo nella misura in cui erano ordinate a Dio. Alla sua morte si staccò completamente dal peccato … e in quel momento Dio lo accolse e il suo sacrificio raggiunse il suo culmine e incoronazione … (Lettera di Pascal a sua sorella sulla morte di suo padre, in “Celebración cristiana…”).

b) La morte del fallito

Potrebbe esserci un altro tipo di morte: nell’oscurità più totale, “tristi come coloro che non hanno speranza” (1Ts 4,13). Una vita insignificante, ostinatamente chiusa alla comunità, renderà la morte il più tremendo strappo dalla presenza degli altri che sono stati misconosciuti. Non c’è compagnia che lo sostenga, perché non c’è stata solidarietà. La nostra vita, che è un tessuto di relazioni, ha prodotto un soggetto tessuto di negazione degli altri. Il cristianesimo ci dice che “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, … sia che viviamo sia che moriamo, siamo del Signore” (Rm 14,7).

Ma possiamo pensare a qualcuno che ha testardamente chiuso le orecchie al pianto degli altri, è diventato sordo alla richiesta degli altri e ha voluto vivere per se stesso. La sua morte, non sarà anche un morire per se stesso, una morte solitaria? La solitudine di chi muore dopo una vita per gli altri, è un affrontare da solo, non solitario, il passaggio supremo; è una solitudine che sta per essere riempita dalla Presenza: tutte le persone a cui si è donato vivono quella sua morte in solidarietà con lui e ne vedono un significato, Cristo lo avvolge anche con la sua presenza luminosa e manifesta che questa morte è sua (noi siamo del Signore), è compartecipazione nella sua morte redentrice. 

Al contrario, l’altra morte è solitaria, chi la affronta non vive quella solitudine serena che annuncia compagnia, ma l’isolamento che porta al vuoto. Ecco perché diciamo che la morte condensa tutti i percorsi intrapresi o tentati, facendoli convergere sul cammino della pace o sul cammino della frustrazione.

5. IMPARA A MORIRE

Affinché la morte non ci sorprenda come un ladro e possiamo viverla come un atto positivo, il più radicale, operativo e fecondo della nostra vita, il primo passo da compiere è integrarla nella nostra vita come obiettivo da raggiungere; un obiettivo in cui esprimiamo il meglio della nostra condizione di fratelli innestati nel Signore Gesù mediante il Battesimo.

Ciò implica che io accetto il fatto che la morte debba venire e verrà per me. Non so quando, come e dove arriverà. Tuttavia, arriverà e arriverà presto. In effetti, tutto ciò che è accaduto nella mia vita, appartiene già alla morte. Inoltre, morirò una sola volta: l’atto della mia vita, l’ultimo e definitivo, che non posso ripetere.

Il campo di allenamento che ci prepara per una morte positiva e feconda, è costituito dal modo in cui affrontiamo “le passività di diminuzioni della vita”, cioè quelle morti quotidiane che ci accompagnano fin dalla nascita.

In effetti, o assumiamo – mediante la fede e il nostro impegno cristiano – questo morire come un morire con Cristo che fa sì che tutti questi mali diventino sempre, in qualche modo, beni o veicoli di un nuovo superamento, o lo sopportiamo amaramente, assumendo atteggiamenti più o meno doloristi, tanto più deplorevoli quanto più generano un dolore solitario, sterile e senza dignità e spesso aggressivo nei confronti degli altri. Dalla fede mi viene offerta la possibilità di integrare questi mali di “morte” nella Pasqua di Gesù, che ha ottenuto che nessun male sia ormai così mortale da uccidere in me il gusto di vivere.

In definitiva, questa esperienza del morire in Cristo è l’unica garanzia per un progetto pasquale personale coerente e realistico: la garanzia di poter sempre progettare un futuro senza paura o fantasticherie, con la serena consapevolezza dell’ambiguità-limitazione delle nostre risposte, in modo che nessuna “morte” o successiva delusione uccida il gusto di vivere.

Da questo continuo morire in Cristo mi rendo conto che:

  • Le cose terrene avvengono, scompaiono; io stesso passo e sparisco con esse. Quindi il mio compito principale, aiutato dalla luce che è Cristo, è trovare il significato vero e ultimo delle cose e le mie relazioni con esse.
  • Devo impegnarmi nelle realtà terrene, nella liberazione del mio popolo, dei popoli di tutto il mondo e nella salvaguardia del creato, ma la mia azione non può favorire la costruzione di un mondo chiuso in se stesso che termina nel non-senso, ma un mondo aperto alla Trascendenza, destinato a trovare la sua pienezza in Cristo. In verità, sono nel mondo un pellegrino che cammina fianco a fianco con altri pellegrini e allo stesso tempo costruttore del mondo definitivo in solidarietà con gli altri.

Pellegrinando attraverso questo mondo seguendo il Signore Gesù, saremo costruttori di un mondo nuovo, il Corpo Mistico di Cristo, di quel mondo di cui Cristo è l’Inizio e la Fine, la sua pienezza. Al di fuori di Cristo c’è solo la morte.

Casavatore, Magio 2020