La Repubblica – 11 ottobre 2021
di Enzo Bianchi

Nella sapienza popolare sovente ascoltiamo: “Chi fa l’angelo fa la bestia!”. Sentenza un po’ enigmatica che vuole metterci in guardia da una certa ingenuità, un preteso angelismo che impedisce di vedere la bestialità, il male che pure è presente nel nostro quotidiano, accanto a noi e anche in noi, soprattutto quando siamo nutriti da ipocrisia. E’ a causa anche di questo angelismo dominante che nella chiesa non si supponevano così estese le piaghe della pedofilia e degli abusi sessuali oggi confessati anche dai vescovi francesi dopo un’accurata indagine indipendente che ha sollevato il velo su quanto è accaduto negli ultimi settant’anni in Francia.

Così è venuto meno la visione idillica dell’istituzione ecclesiale e questo orribile delitto della pedofilia ha suscitato una reazione di rigetto e di profonda diffidenza nei confronti di figure e di istituzioni ecclesiali che raccoglievano fiducia, rispetto e gratitudine.

In verità, le debolezze e i peccati che a volte sono delitti, risultano da sempre presenti nella vita cristiana e non basta una tonaca, un saio o un camice per essere esenti da tentazioni e cadute. Ma va riconosciuto che sono mancati la prudenza, il discernimento, il coraggio, il senso della giustizia e che per lungo tempo si è minimizzato e colpevolmente coperto ciò che è un delitto contro la persona. Di fronte a questi fatti, dopo l’indignazione e la condanna, bisogna interrogarsi sulle molteplici cause che hanno favorito questo fenomeno: l’ambiente chiuso monosessuato, la sacralizzazione della figura del prete, il clericalismo, l’autoritarismo, la mancanza di formazione all’alterità, una devozione sovente ossessionata dal falso mito dell’adolescenza e dell’infanzia.

Nella mia vita ho seguito da vicino in un tragitto di presa di coscienza alcuni presbiteri che avevano avuto un comportamento pedofilo e ho ascoltato le vittime degli abusi con molta fatica e dolore, giungendo a costatare che era in loro presente una patologia che li portava a devastare la vita degli altri e anche la propria. Ho riconosciuto che erano malati da curare, per quanto è possibile, e che nella società civile erano colpevoli da rendere inermi e rieducare con la pena prevista dalle leggi. Al tempo stesso, nella chiesa queste persone dovevano essere dimessi dai loro compiti, ma mai abbandonate e ritenute dei peccatori sui quali sempre invocare la misericordia. L’espressione “tolleranza zero!”, nella vita ecclesiale risulta evangelicamente insipiente e, a ben guardare, contradditoria a quel messaggio di misericordia che a giusto tiolo papa Francesco ripete con insistenza.

Comunque mi rattrista che come oggi nella chiesa si soffra e si denunci doverosamente lo scandalo della pedofilia, non si soffra allo stesso modo per lo scandalo avvenuto in Canada e che solo recentemente abbiamo scoperto: migliaia di bambini indigeni strappati dalle loro famiglie, maltrattati, lasciati e fatti morire, e seppelliti in fosse comuni da religiosi, suore, missionari succubi delle politiche colonialistiche, privi di ogni umanità e dimentichi del Vangelo: in questo comportamento non c’era patologia ma odio razziale, malvagità, esercizio di oppressione su piccoli e inermi.

Gli scandali che emergono devono non solo farci sentire vergogna, non solo chiedere perdono ma interpellarci a fondo su quel “sistema” che ha creato e permesso nella chiesa quelle atrocità, al fine di impedire che l’orrore si ripeta ancora.