Noi viviamo in un periodo in cui l’attrattiva delle cose naturali si è fatta assai suggestiva; natura, scienza, tecnica, economia e godimento impegnano potentemente la nostra attenzione, il nostro lavoro, la nostra speranza. La fecondità che l’ingegno e la mano dell’uomo hanno saputo trarre dal seno della terra, ci ha procurati beni, ricchezze, cultura, piaceri, che sembrano saziare ogni nostra aspirazione, e che sembrano corrispondere perfettamente alle nostre facoltà di ricerca e di possesso. Qui è la vita, dice la nostra conquista del mondo circostante; e qui si dirigono, si legano e si arrestano i nostri desideri; qui arriva la nostra speranza, qui si ferma il nostro amore. E quando è così – e come spesso lo è –, non siamo più capaci di pregare, di aspirare alle cose trascendenti e supreme, di porre la nostra speranza al di là del quadro della nostra immediata esperienza. Il mondo della religione ci sembra vano; quello soprannaturale, che ci invita alla beatitudine eterna con Maria ed i Santi, ci riesce inconcepibile. L’aldilà è stato sostituita dall’aldiquà. L’Idea della Madonna che ora, di là appunto, ci osserva e ci attende, ci sembra strana e forse importuna. E invece certamente quella Beatissima nostra Mamma, se ancora oggi fosse capace di trepidazione e di lacrime, soffrirebbe per noi, vedendoci intenti ad altri fini, non a quello che ci conduce a lei: e soffrirebbe dolorosamente vedendoci fermi e distratti sul sentiero che invece dovrebbe stimolare i nostri passi verso la meta dove Ella ci aspetta.

Omelia del Card. G.B. Montini (Arcivescovo di Milano), durante il Pontificale nel duomo di Mìlano, 15 agosto 1956