Roberto Puglisi, Palermo venerdì 20 agosto 2021
Avvenire

Biagio Conte lascia anche la sua opera che assiste poveri e senza dimora. «Tolgo il disturbo e rimango in montagna. Così siamo responsabili e fautori di nuove emarginazioni»

I suoi sandali, il suo saio e il suo sorriso l’hanno portato lontano e fatto conoscere in tutta Italia e anche all’estero. Ma adesso Biagio Conte si ritira, almeno dalla scena abituale su cui sono puntati gli occhi. Il missionario laico, emblema della solidarietà seminata nella sua Palermo e diffusa ovunque, fondatore della Missione “Speranza e Carità”, in pacifica guerra con l’indifferenza del mondo, ha deciso di appartarsi in montagna, di non tornare nel clamore delle città.

E ha scritto quella che potrebbe essere la sua ultima lettera pubblica: «Siamo diventati responsabili e fautori nel produrre nuove povertà, nuove emarginazioni, disagi mentali, depressioni, suicidi e nuovi senza tetto e profughi lasciati alla deriva. È chiaro che chi parla con questi toni non sempre è gradito, per questo toglierò il disturbo, cercando di non essere più assillante e invadente, come pensa una parte di questa malata società; ma un giorno la verità verrà a galla. E così ho sentito di ritirarmi in montagna e nel silenzio (dal giorno 9 luglio, sono ad oggi 40 giorni), finendo e portando a termine gli ultimi giorni che il buon Dio mi ha concesso in questa travagliata vita terrena».

Aggiunge nella missiva: «Sarò immerso nella preghiera, nella penitenza e nel digiuno (solo a pane e acqua) contrastando così l’escalation del male, il proliferare della immoralità, delle ingiustizie e delle violenze in tutte le città e in tutti i Paesi del mondo. Ma c’è ancora una speranza: per rispondere e vincere tutto questo malessere, compreso il Covid di cui siamo pure noi responsabili, dobbiamo tutti insieme unirci, ricchi, meno ricchi e poveri in preghiera, in penitenza e digiuno: solo così il buon Dio potrà liberarci e salvarci da tutti i nostri peccati, dai nostri errori, dai nostri vizi, dal nostro orgoglio e dal nostro io. È doveroso ritornare al buon Dio e al nostro prossimo, per ricostruire tutti insieme un mondo di vera giustizia e di vera pace».

Una scelta irrevocabile o un segnale mandato per scuotere le coscienze, come altre volte è accaduto, che potrebbe subire modifiche nel corso del tempo? Alla Missione, a cominciare dal portavoce di “Fratel Biagio” – così lo chiamano – Riccardo Rossi, non hanno dubbi. Si tratta di un passaggio definitivo che non ammetterà ripensamenti. Allora si può già tracciare un bilancio della storia che ha portato un figlio della borghesia palermitana a diventare un’immagine umile della speranza. Biagio Conte era ancora poco più che un ragazzo quando, con la sua Cinquecento, cercava i poveri, ovunque fossero, per alleviarne gli stenti mentre i suoi coetanei si occupavano di altro. Poi la svolta radicale: un viaggio, a piedi, fino ad Assisi, sulle orme di san Francesco. Il ritorno a Palermo e il dilemma: restare qui a servire o andare in Africa? Dove si abbraccia con più forza il dolore dell’uomo? Biagio decise di restare e di fondare negli anni Novanta le sue Missioni che danno riparo e conforto all’invisibilità degli ultimi. Sono stati anni di paziente battaglia, caratterizzati dal dramma come dalla gioia, di eventi da mettere tutti in fila.

La visita di papa Francesco, in occasione del suo viaggio a Palermo nel 2018, e il pranzo con i poveri della Missione che accolsero il Pontefice come uno di famiglia. Il digiuno sotto i portici di via Roma, nella zona centralissima della città, con un sacco a pelo, per protestare contro la cecità dell’abbondanza. È stato l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, a mostrare la sua vicinanza al missionario chinandosi sul suo giaciglio e a farlo desistere da una privazione che cominciava a farsi pericolosa. Anche di recente, c’è stato un lungo periodo trascorso sotto le stelle, nel sagrato della Cattedrale, per richiamare al dovere della solidarietà. E poi il Covid che ha colpito la Missione, durante il terribile inverno della pandemia, spargendo sale sulle ferite dell’indigenza.

Ora Biagio consuma il suo probabile commiato, scrivendo: «Adesso basta. Con tutto questo mal di vivere abbiamo alterato e trasformato l’essere umano in oggetto – usa e getta – ci usiamo e ci gettiamo, siamo diventati spazzatura, come fotocopie. Calpestiamo la vita, il ruolo di uomo e di donna, stravolgiamo e offendiamo i sessi e la dignità e il rispetto degli uomini e delle donne. Attenzione perché stiamo producendo dei nuovi idoli, terribili mostri, violenze su violenze, atroci omicidi e sopraffazioni, fra non molto ci sbraneremo gli uni con gli altri. Attenzione abbiamo stravolto anche il clima e tutto il pianeta terra. Parlo in questo modo perché amo profondamente e rispetto la Santa Chiesa, le varie religioni, i non credenti, le istituzioni, le professioni, tutti i popoli e anche chi non mi comprende».

I sandali e il sorriso che tanto hanno viaggiato si prendono una pausa che si annuncia definitiva per colui che ha scelto di imboccare una direzione ostinata e contraria. E che adesso desidera dedicarsi all’esperienza eremitica, alla contemplazione, alla preghiera e alla solitudine. Le sue più fedeli compagne di vita assieme al Signore.