Le analisi sociologiche confermerebbero il crescente disinteresse verso la fede. Certo, nella misura in cui le statistiche aiutano a conoscere la realtà sono necessarie e benvenute. Tuttavia la fede è una realtà strana. Se lo ricorda ancora bene il profeta Elia.

di Giovanni Cesare Pagazzi
10 aprile 2021
https://www.osservatoreromano.va/

Mi è stato chiesto di reagire all’intelligente, argomentata, partecipe diagnosi della odierna pratica della fede, firmata da Pier Giorgio Gawronski e ospitata su «L’Osservatore Romano» il 22 febbraio. La diminuzione della pratica religiosa è vista non solo come effetto della secolarizzazione, ma anche come causa di quest’ultima la quale ratificherebbe e incrementerebbe un disinvestimento relazionale già presente nella comunità cristiana. Si tratta appunto di un deficit affettivo, un venir meno dell’«amicizia» tra credenti. L’«amicizia a priori», caratteristica della prima comunità cristiana, avrebbe ceduto il posto a contatti freddi, disinteressati e quindi sempre meno interessanti. Le analisi sociologiche confermerebbero il crescente disinteresse verso la fede.

Certo, nella misura in cui le statistiche aiutano a conoscere la realtà sono necessarie e benvenute. Tuttavia la fede è una realtà strana. Se lo ricorda ancora bene il profeta Elia. Presentò al Signore la statistica precisa dell’andamento della fede in Israele: altari distrutti, idolatria dilagante, indifferenza generale. Non v’era dubbio: lui solo era rimasto fedele. Poca cosa. Il lettore del suo racconto non poteva che confermare. Il Signore, rispondendogli con molta ironia, lo ridimensionò. Gli comunicò che nel popolo si trovavano almeno altre settemila persone fedeli, anche se non apparivano nel preoccupante e indiscutibile conteggio del profeta. La liturgia cristiana ha ben appreso la lezione: durante la messa, ricordando tutti i defunti, il prete deve ammettere davanti a Dio: «Dei quali, Signore, tu solo hai conosciuto la fede». Chissà quanto è consistente il resto fedele a Dio nell’odierna umanità. Speriamo di farne parte.

Condivido in pieno il rilievo riguardante il deficit affettivo nella pratica della fede. In Deus caritas est di Benedetto XVI e ancor più nel magistero di Papa Francesco si evidenzia il carattere decisivo della dimensione affettuosa della fede. Nel titolo del “manifesto” del pontificato di Francesco — Evangelii gaudium — vibra un affetto: gaudium, appunto. Affettive sono le intestazioni di altri suoi importanti documenti: Amoris laetitia, Veritatis gaudium, Gaudete et exsultate. Tuttavia, il legame fondamentale tra i cristiani non è l’«amicizia», ma la fraternità (arriva lì il magistero di Francesco con la sua Fratelli tutti). Gli amici si scelgono; con i fratelli e le sorelle ci si trova legati prima di volerlo. È una relazione innanzitutto patita, decisa da altri; e già questo complica le cose. Il legame fraterno (tra i cristiani, testimoni della fraternità che lega tutti gli uomini) non è affatto fiabesco: non assomiglia né a quello tra Hänsel e Gretel né a quello più dichiarato che praticato della rivoluzione francese. Da Caino e Abele in giù, la fraternità funziona come la risonanza magnetica: non si ferma alla pelle liscia, lucente e ben curata dell’anima, ma evidenzia i suoi organi interni, le sue complicazioni, portando alla luce quanto normalmente rimane nascosto nel buio. Paradossalmente, senza fraternità non ci si accorgerebbe della rivalità, della paura di essere esclusi, del senso di abbandono, dell’incapacità di condivisione, del desiderio di rivalsa, repulsione, rifiuto, del deliberato allontanamento e disinteresse… La fraternità porta a galla anche questo sommerso dell’anima, non solo la bellezza di vivere tra parenti stretti. È il legame più forte, ma anche un metodo diagnostico infallibile. E questo vale per l’umanità e per la Chiesa. Molti dei sintomi di deficit ecclesiale di amicizia, rilevati da Gawronski, sono in realtà la parte scura dell’anima, che la fraternità porta alla luce. Certo, il referto (come quello di una risonanza magnetica) potrebbe deludere o perfino spaventare. Tuttavia è da lì che può cominciare una reale, efficace cura, senza ricorrere a trucchi e cosmetici. Di sicuro siffatti referti non spaventano Dio (ha visto ben di peggio!). Forse non dovrebbero spaventare nemmeno noi.

Dato che la fraternità non è il risultato di una scelta, a differenza dell’amicizia, essa è al riparo dagli umori della volontà. Indifferenti, rivali, arrabbiati, invidiosi, prepotenti, risentiti, delusi, freddi, vendicativi, divisi; in qualsiasi caso due fratelli non smetteranno mai di essere fratelli. Non hanno potere sul legame che li unisce. Chissà, forse è anche per questo che in ogni stagione della Chiesa, perfino la più critica, Dio continua ad avere i suoi settemila.

di Giovanni Cesare Pagazzi