Il prelato vicentino racconta l’aggressione: «Sono un italiano-sudsudanese colpito dalla stessa violenza di cui loro sono vittime da decenni. Se volevano intimidirmi, hanno ottenuto l’effetto contrario»

di Pier Luigi Vercesi
27/04/2021
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Il medico keniota agguanta il telefono e ci intima di non affaticare padre Christian Carlassare, il giovane vescovo vicentino di Rumbek, in Sud Sudan, vittima di un attentato nella notte tra domenica e lunedì scorsi: «Va tutto bene, l’abbiamo operato questa notte, le pallottole non hanno tranciato né ossa né nervi né tendini, hanno lacerato solo i muscoli, ma ha perso troppo sangue e deve riposare».

Padre Christian lo disarma con un sorriso e allunga la mano per riprendere il ricevitore, facendosi poi sistemare meglio nel letto dell’ospedale di Nairobi dove è stato trasferito in aereo ieri sera dopo le prime cure ricevute dai medici del Cuamm. È sereno, come lo era mentre pronunciava l’omelia della messa domenicale poche ore prima dell’agguato. «Per miracolo» esordisce, «un giovane volontario aveva appena scoperto di avere il mio stesso sangue, A Rh-negativo, raro e introvabile in Africa. Senza la sua donazione non so se ce l’avrei fatta». Solo domani si avrà la certezza che le ferite non si siano infettate.

Le agenzie di stampa hanno appena battuto una notizia inquietante: sarebbero stati arrestati alcuni religiosi, tra i quali il coordinatore della diocesi, padre John Mathiang, perché sospettati di essere i mandanti dell’attentato. È mai possibile?

«Non mi hanno detto nulla. È normale che indaghino anche negli ambienti della Chiesa, ma non correrei troppo, lasciamo che le autorità facciano le loro indagini. Io posso solo perdonare. Se emergerà qualcosa di sgradevole, servirà a rinsaldare la mia comunità. Ieri, mentre mi portavano all’aeroporto, la gente è scesa in strada per salutarmi, manifestandomi il suo amore nonostante sia a Rumbek da così pochi giorni. Gli abitanti della mia diocesi sono in maggioranza Dinko e io ho vissuto dieci anni con i Nuer, tanto da essermi guadagnato l’appellativo di “bianco-Nuer”, ma prima di tutto sono un italiano-sudsudanese colpito dalla stessa violenza di cui loro sono vittime da decenni. Se volevano intimidirmi, hanno ottenuto l’effetto contrario».

Ma com’è possibile che due persone armate siano potute giungere fino alla porta della sua camera da letto?

«L’area su cui sorge il vescovado è molto vasta. Ci sono punti in cui si può entrare senza essere visti. Se vuole farmi dire che qualcuno li ha instradati non ci riuscirà, semplicemente perché non so nemmeno immaginarlo. Quando hanno forzato la mia porta sono uscito e ho cercato di farli ragionare, di capire quali ragioni li spingessero a un atto così violento, se cercassero qualcosa in particolare. Ho abbastanza esperienza per sapere che in simili circostanze devi reagire con fermezza ma senza prenderli di petto. Loro però sfuggivano alle mie parole, non hanno aperto bocca, hanno solo fatto fuoco con i kalashnikov».

Li ha riconosciuti?

«No, erano due giovani e non li avevo mai visti. Non volevano colpire me come persona, questo è chiaro, miravano al ruolo che ricopro».

Che cosa ha pensato mentre la tenevano sotto tiro: ha rivisto tutta la sua esperienza di missionario in Africa?

«Ero certo che mi avrebbero ammazzato. Ho pensato solo: così sia, sono pronto. La mia vita è data. E basta… Non ho avuto molto tempo e mi sono concentrato sull’attimo che stavo vivendo. Per un istante ho calcolato se vi fosse una via di fuga ma ho riposto subito l’idea, sarebbe stato assurdo farmi uccidere con una pallottola alla schiena. Parlavo, parlavo, e loro non rispondevano. Poi hanno esploso i colpi, sei o sette, e quattro mi hanno raggiunto alle gambe. Quando ero già a terra credo mi abbiano colpito alla testa».

Quindi non sa cosa è accaduto dopo?

«Sono arrivati tre sacerdoti, credevano fossi morto mentre invece ero vigile, solo che mi sforzavo di parlare e non usciva la voce. Lì sì che mi si sono affastellati nella testa i tanti momenti vissuti in Africa, in positivo, però: capivo che mi avevano reso più forte, che ce l’avrei fatta anche questa volta. Sono riuscito a parlare solo quando sono arrivati i seminaristi, loro mi hanno raccolto da terra e mi hanno portato all’ospedale del Cuamm».

Appena in forze intende tornare al suo posto?

«Certo, un istante dopo essermi rimesso in piedi. La mia gente sta soffrendo più di me per quanto è accaduto. Ripartiremo insieme, più forti e, spero, più saggi di prima. Quando ho accettato la nomina a vescovo sapevo di poter correre qualche rischio, ma l’idea di poter essere vittima di un agguato premeditato non mi ha mai sfiorato. Ora che ci penso è stata una mia leggerezza: questa terra ha subito tale e tanta violenza da essersi dimenticata il valore del dialogo. La gente conosce l’amore, ma ha bisogno di essere educata alla pace. Mentre mi portavano all’aeroporto, una donna, per strada, ha gridato: “Torna padre, se devi morire, moriremo insieme”».