“Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini che egli ama.”
(Luca 2,14)

Quante volte abbiamo cantato nella Messa il Gloria in excelsis, e nella nostra memoria è incastonato in modo indelebile anche il suo prosieguo che mette in scena la pax in terra destinata agli hominibus bonae voluntatis.
Quest’ultima espressione è talmente comune da essere divenuta uno stereotipo per definire i giusti, appunto gli «uomini di buona volontà». Può, quindi, sorprendere che la traduzione italiana del Vangelo di Luca che si legge nella liturgia abbia, a differenza della versione latina, la formula «pace agli uomini che egli [Dio] ama», dove è evidente che la volontà è quella divina e non l’umana.

Quest’inno, intonato dagli angeli nella notte natalizia, rivolto ai pastori che, «pernottando all’aperto vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge» (Luca 2,8), vuole infatti esaltare la gloria di Dio, cioè la sua presenza efficace che è trascendente («nei cieli»), ma è anche operante nella storia proprio attraverso il dono della pace offerto all’umanità.

Ebbene, nell’originale greco si parla semplicemente degli «uomini dell’eudokía». Ora, questo vocabolo è usato per designare il progetto salvifico di Dio, è quindi la sua benevolenza, il suo amore. In forma didascalica potremmo parafrasare così: «Pace agli uomini che sono oggetto della buona volontà di Dio».
Tra l’altro, anche nei celebri manoscritti giudaici di Qumran, presso il mar Morto, ci si imbatte in una formula ebraica analoga che esalta la “buona volontà” di Dio di cui gli uomini sono oggetto.

È interessante notare che, alle soglie della passione di Cristo, durante il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, la folla dei suoi discepoli canterà: «Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli» (Luca 19,38). Commentava l’esegeta americano Raymond E. Brown: «È un tocco pieno di fascino che la moltitudine della milizia celeste proclami la pace sulla terra, mentre la moltitudine dei discepoli proclama la pace in cielo: i due passi potrebbero diventare quasi un responsorio antifonale ». Ora, inno natalizio e inno pasquale s’intrecciano tra loro sul tema della pace, lo shalôm messianico, celebrato già nell’Antico Testamento.

La pace biblica, come è noto, non è solo assenza di guerra e di odio, ma è anche pienezza di vita, di amore, di gioia. Il Messia è per eccellenza il «Principe della pace» (Isaia 9,5). Paolo ai cristiani di Efeso ricorda che «Cristo è la nostra pace» perché, abbattendo idealmente il muro che separava nel tempio di Gerusalemme il “Cortile degli Israeliti” dal “Cortile dei Gentili”, ossia dei pagani, ha creato «in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace» (Efesini 2,1415).

Ed è significativo che siano i pastori i primi destinatari di questa “annunciazione” natalizia, figure che un trattato del Talmud, la grande raccolta delle tradizioni e delle norme giudaiche, considerava impure a causa della loro convivenza con gli animali e disoneste per le loro violazioni dei confini territoriali durante le loro migrazioni e le loro soste, e quindi inabili a essere giudici e testimoni nei processi (Sanhedrin 25b). Si prefigurava già il detto di Cristo riguardo agli ultimi destinati a essere i primi.

21 dicembre 2012
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