Città del Vaticano, 28 dic. (askanews) – Come per tutti, anche per il Papa il 2020 è stato sconvolto dalla pandemia di coronavirus. Jorge Mario Bergoglio, 84 anni lo scorso 17 dicembre, giunto a marzo, in pieno lockdown, all’ottavo anno di pontificato, ha confidato di sentirsi ‘ingabbiato’ in Vaticano, privo del contatto con i fedeli, impossibilitato a viaggiare, lontano da quel ‘popolo di Dio’ che ha sempre voluto accompagnare da vicino. Rispettoso delle prescrizioni di autorità sanitarie e politiche, fino a sconfessare gli episcopati che chiedevano di celebrare normalmente messa a Pasqua o Natale, Francesco ha però sempre mostrato insofferenza per questa inattesa clausura, nonché per l’uso della mascherina. Aveva profeticamente messo in guardia l’umanità dall’abuso della natura, con l’enciclica Laudato si’, ma certo non immaginava quanto accaduto. A inizio anno, ricevendo gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, faceva un parallelo tra il 2020 e il 1520, anno di morte di Raffaello, augurando al Popolo italiano ‘di riscoprire quello spirito di apertura al futuro che ha contraddistinto il Rinascimento’. Non è andata così. La pandemia ha mandato il mondo in crisi. E anche Papa Francesco, come ha spiegato al giornalista Austen Iverigh nel libro ‘Ritorniamo a sognare’ (Piemme), ha dovuto fare i conti con la crisi: ‘La regola di base è che da una crisi non si esce mai uguali. Se ne esci, ne esci migliore o peggiore; ma non uguale a prima’. Ed ecco, allora, i dieci momenti più salienti dell’anno di crisi di Papa Francesco.

1. Primo, il momento straordinario di preghiera del 27 marzo. Le immagini dell’anziano pontefice che nella luce azzurra del tramonto, claudicante, solca piazza San Pietro da solo, sotto la pioggia, hanno segnato l’immaginario collettivo. ‘A me è sempre sembrato chiaro che la piazza fosse vuota fisicamente, ma piena spiritualmente’, ha commentato mesi dopo padre Federico Lombardi. ‘Anzi, credo che raramente, nella nostra esperienza di molti anni e decenni, ci sia stato un momento in cui abbiamo sentito così tanto la piazza come centro di una presenza spirituale e di una quantità di relazioni, di preghiere e di presenze da tutte le parti del mondo’. Il Papa ha voluto accanto a sé il crocifisso ‘miracoloso’ conservato a San Marcello al Corso, portato in processione 500 anni a Roma fa contro la peste, e l’icona di Maria ‘salus populi romani’, invocata dai romani durante le guerre e i momenti drammatici della storia. Simbologia semplice e potente, che ha fatto da scenografia ad un Papa che è riuscito a trovare parole nelle quali un’umanità smarrita, ben oltre il perimetro dell’umanità, si è ritrovata: ‘Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda’. Anziano, ingabbiato, provato da scandali che non smettono di fiorire in Vaticano, il Pontefice argentino ha ritrovato nella pandemia il ruolo di leader spirituale globale

2. Secondo, il rapporto McCarrick. Scherzando c’è chi lo ha definito il rapporto Krushev della Chiesa cattolica, l’equivalente della denuncia dei crimini dello stalinismo per l’Unione sovietica. Le 461 pagine pubblicate il 10 novembre dalla Segreteria di Stato vaticana si leggono come un romanzo criminale, e dei più raccapriccianti. Theodore McCarrick, oggi 90enne, è stato uno dei più potenti cardinali della storia contemporanea, arcivescovo di Washington, stimato da presidenti repubblicani e democratici, diplomatico globetrotter, efficacissimo fundraiser. E abusatore seriale di seminaristi e ragazzini. Molti sapevano, nessuno ha agito. Quando sono fioccate le prime denunce, il Papa lo ha espulso dal collegio cardinalizio, poi dimesso dallo stato clericale. Un ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, ha accusato tutto il Vaticano di avere insabbiato le accuse, ha chiesto le dimissioni di Francesco. Dopo mesi di meticolosa ricerca negli archivi, interviste, ricostruzioni, portata avanti dall’avvocato statunitense Jeffrey Lena, la Santa Sede ha pubblicato questo ‘devastante ritratto del lavoro interno della gerarchia’, come l’ha definito il primo giornalista a raccontare la pedofilia del clero, Jason Berry. Il pontificato di Giovanni Paolo II, il pontefice che si impuntò a promuovere McCarrick nonostante gli avvertimenti dell’allora arcivescovo di New York, ne esce a pezzi. Un evento che rimarrà nei libri di storia. La prima persona che denunciò il cardinale nei lontani anni ottanta, una madre coraggiosa e sola, racconta: ‘Col passare del tempo, ho iniziato ad avere la sensazione che si trattasse solo di un club di uomini in cui tutti sapevano e avevano ignorato la cosa. E poi ho pensato, o temuto, che fossero in realtà coinvolti. E ho iniziato a dubitare che qualcuno avrebbe fatto qualcosa al riguardo’. Ha avuto giustizia, quaranta anni dopo.

3. Tre, Becciu. Il 24 settembre, dopo una breve udienza serale, il Papa ha licenziato senza preavviso il cardinale Angelo Becciu, fino a quel momento potente prefetto della congregazione per le Cause dei santi, togliendogli anche i diritti legati al cardinalato. Non entrerà in Conclave. Una sanzione estrema e rarissima (dall’inizio del Novecento ci sono solo tre casi analoghi), tanto più eclatante perché riguarda un uomo che sino a quel momento era tra i più stretti collaboratori del Pontefice. La vicenda è tuttora oscura. Né il Papa né il Vaticano hanno spiegato di cosa è accusato Becciu. Quel che si sa lo ha riferito lo stesso porporato sardo in una conferenza stampa improvvisata il giorno dopo la sua defenestrazione: il Papa gli ha contestato di aver usato fondi della Segreteria di Stato, all’epoca in cui Becciu era Sostituto agli affari generali, ossia il numero due, a favore dei fratelli. Ma da quel poco che è emerso nel frattempo, i magistrati vaticani gli contestano anche la ‘offesa al Re’, una fattispecie penale che, al di là della terminologia desueta dovuta al codice in vigore nello Stato pontificio, che risale al 1889, fa balenare ipotesi ben più gravi. Di certo nessuno è intoccabile. E di certo i pm del Papa stanno indagando sulla compravendita-truffa di un immobile a Londra, sempre quando Becciu era in Segreteria di Stato, all’origine di un vero e proprio terremoto. Tanto che la cassa gestita fino ad allora dalla Segreteria di Stato è stata trasferita all’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa), sono stati centralizzati gli investimenti, sono stati introdotti controlli e meccanismi che rendono ormai impossibile sottrarre i soldi del Papa. Unica nota positiva, come ha notato lo stesso Francesco: ‘E’ la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro e non da fuori, il sistema di controllo ha funzionato’.

4. Quattro, le unioni civili. Il 21 ottobre al festival del cinema di Roma viene presentato un film documentario su Francesco realizzato dal regista Evgeny Afineevsky. In teoria non c’era notizia, in pratica è stata una breaking news di livello mondiale. Tra le parole che il Papa pronuncia nella pellicola, infatti, vi è un riconoscimento a tutto tondo delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Sono stati necessari giorni di reticenze, imbarazzi e mezzi silenzi per capire cosa era accaduto. Jorge Mario Bergoglio aveva concesso mesi prima una bella intervista alla giornalista messicana Valentina Alazraki della tv Televisa. Tra i temi affrontati, quello dell’omosessualità. Il Papa ha parlato sia dei gay che vengono rifiutati dalle loro famiglie (‘Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo’), sia delle coppie omosessuali. E qui il Papa ha detto: ‘Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili (‘ley de convivencia civil’, nell’originale spagnolo, ndr.): in questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo’. Questa frase scompare dall’intervista quando viene pubblicata, riappare mesi dopo, come materiale d’archivio, nel film presentato al festival di Roma. Qualcuno ha censurato il Papa? E qualcun altro ha boicottato la censura, volutamente o inavvertitamente? Misteri vaticani. Quel che è sicuro è che la reazione è stata sovreccitata, e speculare: conservatori e reazionari si sono indignati per l’ennesima rivoluzione del Papa argentino, lo ‘spin’ vaticano ha cercato di mostrare che non era cambiato nulla. La verità è a metà: è vero che Francesco aveva già fatto molte aperture, ma una frase così inequivoca sul diritto di garantire ai gay copertura legale non l’aveva mai pronunciata, tanto più che fino a quel momento vigeva ancora un’istruzione della congregazione per la dottrina della fede dell’epoca di Joseph Ratzinger che diceva il contrario. Effettivamente, una notizia degna di fare il giro del mondo.

5. Cinque, codice degli appalti. In Vaticano ci sono notizie eclatanti e notizie poco appariscenti ma non per questo meno epocali. Il primo codice degli appalti approvato nello Stato pontificio appartiene alla seconda categoria. Papa Francesco lo ha firmato il primo giugno, ed è passato quasi inosservato, come una riforma tecnica e minore rispetto a ben altri scandali e ben altre ristrutturazioni. E invece rappresenta una vera e propria rivoluzione culturale in Vaticano, dove per decenni rapporti personali, clientelari o famigliari, si sono intrecciati con le decisioni di spesa; i canali preferenziali hanno prevalso sulla trasparenza; piccoli o grandi privilegi, propiziati da qualche conoscenza eminente hanno soppiantato un’allocazione oculata delle risorse, una scelta lucida dei collaboratori, un affidamento limpido degli incarichi. Un modus operandi del quale hanno beneficiato il sottobosco del generone romano, ambienti imprenditoriali e politici italiani, pasciuti monsignori. Una fauna connaturata ai begli ambienti del palazzo apostolico… fino al codice degli appalti.

6. Sei, accordo con la Cina. Sin dall’inizio del Pontificato Francesco ha perseguito un disgelo con la Cina. Il tentativo era stato avviato dai suoi predecessori, ma Francesco ha accelerato: vuoi perché è latino-americano, sensibile alle ragioni del ‘global south’; vuoi perché ha una spiccata abilità politica; vuoi perché è gesuita, erede del missionario gesuita Matteo Ricci che a Pechino è sepolto e commemorato con tutti gli onori; vuoi perché il Papa argentino ha definitivamente voltato pagina della ‘guerra fredda’ che aveva visto Giovani Paolo II schierato con Washington e Benedetto XVI non mutare significativamente asse; e vuoi perché Bergoglio ha chiamato al suoi fianco, quale Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, gran tessitore delle relazioni sino-vaticane – fatto sta che Francesco è riuscito laddove i suoi predecessori si erano fermati. Nel 2018 ha siglato uno storico accordo con la Cina sulle nomine episcopali. Non si parla ancora di rapporti diplomatici – interrotti nel 1951 con la presa del potere di Mao Tse-tung – ma la svolta è stata comunque epocale. Si è chiusa, pur tra resistenze e perplessità, lo scisma di oltre mezzo secolo tra una Chiesa sotterranea fedele ed una Chiesa normalizzata sotto le autorità cinesi. E se è Pechino che seleziona i candidati, ora è il romano Pontefice che ha l’ultima parola sulla nomina dei nuovi vescovi. L’indiscutibile successo diplomatico – in pochi anni, secondo alcune proiezioni, ci saranno più battezzati in Cina che in Italia – non è stato privo di contraccolpi. Nel contesto di una montante tensione tra la Cina di Xi Jinpng e gli Stati Uniti di Donald Trump, in particolare, da oltreoceano si sono moltiplicate le bordate al Vaticano. E a ridosso del rinnovo dell’accordo per un secondo biennio, lo scorso settembre, con irrituale brutalità, Mike Pompeo, il Segretario di Stato di Trump, ha attaccato apertamente la linea della Santa Sede alla vigilia di una visita in Vaticano. Tanto da far sospettare i collaboratori del Papa che quella di Pompeo fosse più una provocazione che una critica costruttiva. Pochi giorni dopo, la Santa Sede ha rinnovato l’accordo con Pechino. Poche settimane dopo, Trump ha perso le elezioni.

7. Sette, Trump. E se alla fine fossero stati i cattolici fedeli a Papa Francesco a fare la differenza nell’elezione di Joe Biden e nella sconfitta di Donald Trump? L’idea è più una boutade che un’ipotesi concreta, ma qualche indizio statistico c’è. Il voto cattolico da molto tempo non è più monolitico. In passato i cattolici, spesso lavoratori di origine europea (irlandese, polacca, italiana), erano tendenzialmente democratici. Ma da decenni, ormai, il cattolicesimo a stelle e strisce è diviso grosso modo a metà. E dunque, come ha notato E.J. Dionne Jr., ‘il voto cattolico non esiste come tale, eppure conta’. Conta perché è consistente, si mobilita alle elezioni, ed è ben presente nei cosiddetti ‘swing states’ o ‘battleground states’, gli Stati dove la battaglia per scegliere i grandi elettori è più incerta. E, come ha scritto il gesuita Thomas Reese, ‘i cattolici hanno un impatto su chi vince, specialmente in elezioni combattute dove gli elettori cattolici altalenanti (swing) possono determinare i risultati’. Gli elettori cattolici tendono a votare il candidato che vince: nel 2004 hanno votato al 56% per George W. Bush, nel 2008 al 54% Barack Obama, quattro anni dopo di nuovo Obama al 50% e nel 2016 al 52% Donald Trump. Quest’anno una prima indagine, realizzata dall’istituto Norc della University of Chicago su 110mila elettori per la Associated Press ha rilevato che mentre otto elettori su 10 dei protestanti evangelicali – un bacino elettorale tradizionalmente repubblicano – ha votato per Trump, i cattolici sono stati più tiepidi: il 50% ha votato Trump, il 49% ha votato per Biden. Il quadro è complesso, ma la variabile Bergoglio può aver giocato un ruolo non secondario. E se Trump ha cercato di dividere la Chiesa cattolica e conquistare l’elettorato conservatore, a livello globale Papa Francesco è stato forse stata il principale contrappunto al trumpismo – statunitense e internazionale – negli ultimi quattro anni. Per citare solo l’ultimo episodio, a poche settimane dalle elezioni ha deciso di nominare il primo cardinale afro-americano della storia, Winston Gregory, arcivesco di Wahsington, che aveva pubblicamente rimbrottato il presidente all’epoca delle manifestazioni di ‘blak lives matter’. L’elezione di Trump, ad ogni modo, ha segnato un colpo, nel 2016, per Bergoglio: l’opposizione reazionaria, negli Stati Uniti e a Roma, ha alzato la testa, le contestazioni sono diventate feroci. La sconfitta di Trump e l’elezione di Biden segnano ora una fase di maggiore distensione tra Casa Bianca e palazzo apostolico, la ripresa di un multilateralismo caro alla diplomazia vaticana, e, per il Papa, una maggiore tranquillità.

8. Otto, Amazzonia. A febbraio il Papa ha pubblicato ‘Querida Amazonia’, una esortazione apostolica che ha concluso, o quasi, il sinodo sulla regione panamazzonica che aveva avuto luogo in Vaticano a ottobre del 2019. L’assemblea sinodale fu combattuta: all’interno dell’aula, i vescovi della regione denunciarono i cambiamenti climatici, lo sfruttamento della natura, e proposero una serie di riforme ecclesiali: ‘viri probati’ (ossia uomini sposati), un rito amazzonico con canti, liturgie, discipline più adatte alla cultura indigena, donne diacono; fuori dall’aula i settori cattolici conservatori si scatenarono nelle critiche, accusando il sinodo – e il Papa – di voler buttare giù la dottrina sempiterna di Santa Romana Chiesa. Con l’esortazione apostolica di febbraio il Papa… ha deciso di non decidere. Non ha sconfessato il sinodo, ma non ha accolto nessuna delle proposte. Innescando un’ondata di delusione nel mondo cattolico progressista, in America latina e non solo. Poche settimane fa, però, Papa Francesco ha colto l’occasione della prefazione al messale in rito zairese, l’unico rito inculturato della Chiesa latina approvato dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), per sottolineare che esso ‘suggerisce una via promettente anche per l’eventuale elaborazione di un rito amazzonico’. Tra le possibili implicazioni, come spiegò all’epoca del sinodo mons. Rino Fisichella, ‘una espressione della fede e della testimonianza che potrebbe avere, come in altri riti, il clero uxorato’, ossia i preti sposati. La partita amazzonica non è chiusa.

9. Nove, abusi. Il dramma degli abusi sessuali è lungi dall’essere risolto nella Chiesa cattolica, ma due episodi avvenuti quest’anno danno il senso di un approccio innovativo di Papa Francesco. Il 14 ottobre si è aperto nel tribunale vaticano il primo processo penale per pedofilia nella storia dello Stato pontificio. Sul banco degli imputati due sacerdoti accusati il primo di abusi, il secondo di favoreggiamento ai danni di un giovane ospite del preseminario San Pio X che forma i ‘chierichetti’ di San Pietro. Nonostante i fatti denunciati risalissero ad anni in cui la legge all’epoca in vigore impediva il processo in assenza di querela della persona offesa, il rinvio a giudizio è stato possibile in virtù di un apposito provvedimento del Papa, che ha rimosso la causa di improcedibilità. Secondo episodio: in Francia l’ex nunzio apostolico ormai in pensione, mons. Luigi Ventura, è stato accusato di molestie sessuali da cinque giovani uomini. Il tribunale correzionale di Parigi ha processato il presule contumace, e lo scorso 16 dicembre lo ha condannato a otto mesi con la condizionale, dopo che, per volontà di Francesco, la Santa Sede ha rinunciato all’immunità giurisdizionale di cui godeva il presule. Se il dramma degli abusi mostra ancora il suo volto mostruoso, il Papa procede in modo che nulla rimanga impunito.

10. Dieci, Fratelli tutti. Pubblicata il 4 ottobre, giorno di San Francesco d’Assisi, la nuova enciclica del Papa non contiene nulla di nuovo rispetto a quello che Francesco dice da otto anni, non è inattesa come fu la ‘Laudato si” (2015), non marca una svolta interreligiosa come la dichiarazione sulla fratellanza umana che il pontefice ha firmato ad Abu Dhabi con il grande imam di al-Azhar (2019), non riassume lo spirito del tempo come la preghiera solitario in piazza San Pietro… e proprio per questo si tratta di un documento rilevante. Jorge Mario Bergoglio ha ricapitolato, ribadito, radicalizzato il proprio pensiero. Perché una parte della Chiesa ancora non lo ha digerito. Perché c’è ancora chi tende a considerare l’aborto o i sacramenti più cattolici che l’impegno sociale. E perché un evangelizzatore infaticabile come il Papa gesuita non avrebbe mai perso la triste occasione di una pandemia per invitare con ancora più forza gli esseri umani a convertirsi, riscoprirsi fratelli, figli dello stesso Padre misericordioso.

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