COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI GIOVANNI
Sant’Agostino

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PROLOGO

[Motivo della scelta: la lettera è di Giovanni e parla della carità.]

La Santità Vostra ricorda che siamo soliti commentare il Vangelo di Giovanni seguendo il criterio della lettura continuata. Senonché sono giunti quei giorni solenni e santi nei quali essendo nella Chiesa fissate particolari letture tratte dal Vangelo ed insostituibili in queste annuali ricorrenze, abbiamo dovuto sospendere la trattazione del programma iniziato; ma ciò non significa che l’abbiamo abbandonato. Stavo appunto pensando quali pagine della Scrittura, intonate alla gioia di questi giorni, dovessi, con l’aiuto del Signore, nel corso di questa settimana, commentarvi così da terminare la trattazione in sette o otto giorni, quando mi capitò sott’occhio l’Epistola del beato Giovanni. Era una buona occasione di ritornare a sentire, col commento della sua Epistola, la voce di quello stesso di cui avevamo, per il momento, messo da parte il Vangelo. Soprattutto perché in quest’Epistola, così gustata da coloro che hanno conservato sano il palato del cuore per sentire il sapore del pane di Dio e che è assai nota nella Chiesa, si tesse, più che in altri scritti, l’elogio della carità della quale Giovanni ha detto molte cose, anzi pressoché tutto. Chi ha conservato in sé la capacità di udire, non può che gioire di quanto ode. Questa lettura sarà allora per lui come l’olio sulla fiamma. Se c’è in lui qualcosa da nutrire, essa lo nutre, lo fa crescere, lo fa durare. Per altri la lettura sarà come una fiamma accostata all’esca; avverrà che chi era senza fiamma di carità, potrà prendere fiamma per effetto della nostra predicazione. Ne risulta perciò che in certuni si dà accrescimento a ciò che già c’è in loro; in altri viene fatta accendere la fiamma della carità che loro manca: e così tutti godiamo in unità di carità. Ma dove è carità, c’è pace, e dove c’è umiltà, c’è carità. E’ tempo ormai di sentire l’apostolo Giovanni e noi cercheremo di esporvi ciò che, davanti alle sue parole, il Signore ci suggerirà, così che possiate anche voi comprenderle bene.

OMELIA 1

Quello che era da principio…

Attraverso la fede possiamo pervenire al Verbo incarnato, esserne illuminati ed averne la vita, se confesseremo umilmente i nostri peccati ed obbediremo al comandamento nuovo della carità fraterna.

[Il Signore si è reso visibile per vivificare i nostri cuori.]

1. Quello che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi e le nostre mani hanno toccato del Verbo di vita (1 Gv 1, 1). Quegli che colle sue mani tocca il Verbo, può farlo unicamente perché il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi (Gv 1, 14). Questo Verbo fatto carne fino a potersi toccare con le mani, incominciò ad essere carne nel seno della Vergine Maria. Non fu invece a quel tempo che egli incominciò ad essere Verbo, perché Giovanni dice che il Verbo era fin dall’inizio. Dal momento che avete appena sentito ripetere le parole: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio (Gv 1, 1), potete confrontare se Giovanni, nella sua Epistola, sia in perfetta armonia col suo Vangelo. Qualcuno potrebbe riferire l’espressione Verbo di vita a qualche particolare modo di parlare del Cristo e non allo stesso suo corpo che fu toccato con le mani. Ma osservate le parole che seguono: La vita stessa si è manifestata (1 Gv 1, 2). Dunque Cristo è il Verbo di vita. Ma come si è manifestata? Essa era fin dall’inizio, ma ancora non si era manifestata agli uomini; s’era invece manifestata agli angeli che la contemplavano e se ne cibavano come del loro pane. Ma che cosa afferma la Scrittura? L’uomo mangiò il pane degli angeli (Sal 77, 25). Dunque la vita stessa si è manifestata nella carne; perché si è manifestata affinché fosse visto anche dagli occhi ciò che solo il cuore può vedere e così i cuori avessero a guarire. Solo col cuore si vede il Verbo; cogli occhi del corpo invece si vede anche la carne. Noi potevamo vedere la carne, ma per vedere il Verbo non avevamo i mezzi. Allora il Verbo si è fatto carne e questa la potemmo vedere, onde ottenere la guarigione di quella vista interiore che sola ci può far vedere il Verbo.

[Sposalizio tra il Verbo e la carne.]

2. Noi l’abbiamo veduto e ne siamo testimoni (1 Gv 1, 2). Forse alcuni di voi, fratelli, ignari di greco, non sanno quale significato ha in greco il termine testimonio, termine comunissimo del vocabolario religioso. Il greco chiama martiri quelli che il latino chiama testimoni. E chi mai non sentì parlare di martirio? su quali labbra di cristiano non risuona ogni giorno il nome dei martiri? Potesse quel nome stabilirsi anche nel cuore, tanto da farci imitare le sofferenze dei martiri e non metterle invece sotto i piedi. Per questo Giovanni ci ha detto: Noi abbiamo visto e ne siamo testimoni: noi abbiamo visto e siamo i suoi martiri. Questi, dando testimonianza sia di quanto videro, come di quanto udirono da testimoni oculari, sopportarono tutte le sofferenze del martirio perché quella testimonianza spiacque agli uomini contro i quali era diretta. I martiri sono i testimoni di Dio. Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini affinché a sua volta gli uomini abbiano come loro testimone Dio stesso. Abbiamo visto – dice Giovanni – e siamo suoi testimoni. Dove videro? nella rivelazione; ma dire rivelazione è come dire sole; essi perciò videro in questa nostra luce. Ma colui che fece il sole, come poté essere visto, se non perché egli ha posto nel sole la sua tenda e, quale sposo che esce dal talamo, balzò innanzi, come un gigante, verso la sua meta (Sal 18, 6)? Chi fece il sole è prima del sole, prima della stella del mattino, prima degli astri tutti, prima di tutti gli angeli. Egli è il vero creatore poiché: tutto per mezzo di lui fu creato e senza di lui niente fu fatto (Gv 1, 3)ma perché anche con quegli occhi della carne che vedono il sole egli fosse visto, pose la sua dimora nel sole stesso, fece cioè vedere a noi la sua carne nel chiarore di questa luce terrena. L’utero della Vergine fu la sua stanza nuziale, poiché è là che si sono uniti lo sposo e la sposa, il Verbo e la carne. Poiché sta scritto: E saranno i due una sola carne (Gn 2, 24); ed anche il Signore dice nel Vangelo: Dunque non sono due ma una sola carne (Mt 19, 6). Molto opportunamente Isaia ricorda che quei due sono un solo essere; parlando in persona di Cristo dice: Egli pose sul mio capo una mitra come al suo sposo e mi arricchì di un ornamento come la sua sposa (Is 61, 10). Qui, come si vede, è uno solo che parla e si dichiara insieme sposo e sposa, poiché non sono due ma una sola carne. E ciò avviene perché il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi. La Chiesa si unisce a quella carne ed abbiamo il Cristo totale, capo e membra.

[Conosciamo il Verbo incarnato con gli occhi della fede.]

3. Noi – dice Giovanni – siamo testimoni e vi annunciamo la vita eterna che era presso il Padre e si è manifestata in noi, cioè in mezzo a noi; più chiaramente si direbbe: manifestata a noi. Le cose dunque che abbiamo visto e sentito le annunciamo a voi. Faccia bene attenzione la vostra Carità: Le cose che abbiamo visto e udito noi vi annunciamo. Essi videro presente nella carne il Signore stesso, da quella bocca raccolsero le sue parole e ce le hanno trasmesse. Perciò anche noi abbiamo sentito, sebbene non abbiamo visto. Siamo forse meno felici di quelli che videro ed udirono? Ma perché allora aggiunse: Affinché anche voi abbiate parte insieme con noi (1 Gv 1, 2-3)? Essi videro, noi no, e tuttavia ci troviamo insieme; la ragione è questa, che abbiamo comune tra noi la fede. Ci fu un tale che, avendo visto, non credette e volle palpare per arrivare in questo modo alla fede. Disse costui: Io non crederò se non metterò le mie dita nel segno dei chiodi e non toccherò le sue cicatrici. Il Signore permise che le mani degli uomini lo palpassero per un poco, lui che sempre si offre allo sguardo degli angeli. Il discepolo dunque palpò ed esclamò: Signor mio e Dio mio. Egli toccò l’uomo e riconobbe Dio. Il Signore allora, per consolare noi che non possiamo stringerlo con le mani, essendo egli già in cielo, ma possiamo raggiungerlo con la fede, gli disse: Tu hai creduto, perché hai veduto: beati quelli che non vedono e credono (Gv 20, 25-29). In questo passo siamo noi stessi ritratti e designati. S’avveri dunque in noi quella beatitudine che il Signore ha preannunziato per le future generazioni; restiamo saldamente attaccati a ciò che non vediamo, perché essi che videro ce lo attestano. Affinché – afferma Giovanni – anche voi abbiate parte con noi. Che c’è di straordinario a far parte della società degli uomini? Aspetta ad obiettare; considera ciò che egli aggiunge: E la nostra vita sia in comune con Dio Padre e Gesù Cristo suo Figlio. Queste cose ve le abbiamo scritte, perché sia piena la vostra gioia (1 Gv 1, 3-4). Proprio nella vita in comune, proprio nella carità e nella unità, Giovanni afferma che c’è la pienezza della gioia.

[Anche noi possiamo divenire luce, se illuminati dalla luce che è Dio.]

4. Questo è il messaggio che udimmo da lui ed annunciamo a voi (1 Gv 1, 5). Che cosa abbiamo qui? Essi videro e palparono con le loro mani il Verbo di vita; palparono Colui che dall’inizio era unico Figlio di Dio e divenne nel tempo visibile e palpabile. A quale scopo venne, quale novità ci annunciò? Che insegnamento volle impartirci? Perché mai fece ciò che fece così che, essendo Verbo, divenne carne, essendo Dio, soffrì da parte degli uomini le cose più indegne, sopportò gli schiaffi dati da quelle stesse mani che egli aveva plasmato? Che cosa ci volle insegnare? Che cosa mostrare? Che cosa annunciare? Sentiamo. Se noi sentiamo discorrere di questi fatti, cioè della nascita e della passione di Cristo, senza ricavarne un insegnamento, ciò significa piuttosto un’evasione che un arricchimento dello spirito. Senti parlare di grandi cose? Bada con quale frutto ne senti parlare. Che cosa dunque volle insegnare il Verbo, che cosa annunciare? Ascolta cosa dice Giovanni: Poiché Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre (1 Gv 1, 5; cf. Gv 8, 12). Qui egli parla di luce, non c’è dubbio, ma le sue parole sono oscure: è bene allora che la luce stessa di cui ci ha parlato l’Apostolo, rischiari i nostri cuori per comprendere ciò che egli disse. E’ questo il nostro annuncio: Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Chi oserebbe dire che in Dio ci sono tenebre? Ma che cosa si intende per luce, che cosa per tenebre? Non deve capitare di stabilire nozioni che abbiano qualche legame con la nostra vista materiale. Dio è luce dice uno qualsiasi, ma anche il sole è luce, anche la luna è luce, anche la lucerna è luce. La luce di Dio deve essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il creatore dalla sua creazione, la sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Potremo essere vicini a questa luce, se conosceremo quale essa sia, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce e non essere dalla luce confusi, dato che siamo da noi stessi confusi. Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi s’accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischiarato da quella luce, ad essa s’accosta. Perciò dice il salmo: Accostatevi a lui e siatene illuminati e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Ma non arrossirai di essa, se nel momento in cui ti rivelerà ripugnante a te stesso, sentirai dispiacere di questo tuo stato e capirai quanto è bella quella luce. E’ questo che Giovanni ci vuole insegnare.

[I nostri peccati sono le tenebre che respingono quella luce.]

5. Forse ci si potrebbe chiedere se abbiamo dato un’interpretazione troppo precipitosa. Giovanni stesso ce lo dirà con le dichiarazioni che seguono. Da quanto ho detto all’inizio della predica, dovete ricordare che tutta quest’Epistola è un’esortazione alla carità. Dio è luce – dice Giovanni – e in lui non ci sono tenebre. Che cosa aveva detto prima? Affinché vi associate a noi e possiamo essere insieme con Dio Padre ed il Figlio suo Gesù Cristo. Pertanto se Dio è luce e in lui non ci sono tenebre e noi dobbiamo associarci a lui, le tenebre che sono in noi devono essere disperse, affinché in noi ci sia la luce; tenebre e luce non possono stare insieme. Fa perciò attenzione a ciò che segue: Se noi diremo di essere una sola cosa con lui ma camminiamo nelle tenebre siamo mentitori (1 Gv 1, 6). Tu sai che anche Paolo dice: Che comunanza c’è tra luce e tenebre? (2 Cor 6, 14). Tu sostieni di vivere con Dio e poi cammini nelle tenebre. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Come è possibile una convivenza tra luce e tenebre? Ognuno perciò dica: Che posso fare? Come sarò luce io che vivo nei peccati e nelle iniquità? Subentrano allora la tristezza e la disperazione. Non v’è salvezza fuor che nell’unione con Dio. Dio è luce ed in lui non vi sono tenebre. Ma i peccati sono tenebra, poiché l’Apostolo chiama il diavolo ed i suoi angeli signori delle tenebre (cf. Ef 6, 12). Così non li chiamerebbe, se non fossero anche i padroni dei peccatori, i dominatori degli iniqui. Che possiamo fare, fratelli miei? Dobbiamo associarci a Dio, poiché non esiste altra speranza di vita eterna. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Ogni iniquità è tenebra e noi siamo sommersi dalle iniquità, così che non possiamo associarci a Dio; che speranza ci resta allora? Non vi avevo forse avvisato che vi avrei intrattenuto su cose che procurano gioia? Non facendolo, siamo immersi nella tristezza. Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre. I peccati sono tenebre. Che sarà di noi? Cerchiamo di ascoltare, perché quanto ci viene dicendo potrebbe recarci consolazione, sollevarci e darci speranza, così che non veniamo meno per strada. Sì, siamo impegnati in una corsa e siamo diretti verso la patria; se disperiamo di giungervi questa disperazione ci fa fermare. Orbene: colui che desidera vederci giungere al termine, ci somministra il cibo lungo il cammino, per averci con sé nella patria. Perciò ascoltiamo le parole di Giovanni: Se diremo di vivere con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non siamo nella verità. Non possiamo dire di essere associati a lui, se viviamo nelle tenebre. Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1 Gv 1, 7). Camminiamo dunque nella luce, come lui è nella luce, per poter stare in sua compagnia. Ma i peccati? Ascolta il seguito: Il sangue di Gesù Cristo ci purificherà da ogni delitto (1 Gv 1, 7; cf. Eb 9, 14; Ap 1, 5). Dio ci ha dato una grande assicurazione e noi a buon diritto celebriamo la Pasqua, nella quale fu versato il sangue del Signore per mezzo del quale siamo purificati da ogni delitto. Restiamo perciò tranquilli. Il diavolo aveva nei nostri riguardi e per nostro danno un credito di schiavitù, ma col sangue di Cristo esso fu eliminato. Dice infatti Giovanni: Il sangue del Figlio suo ci purifica da ogni delitto. Che significa: da ogni delitto? Fate attenzione: ormai nel nome e per causa del sangue di Colui che questi fanciulli hanno appena professato, tutti i loro peccati sono stati mondati. Sono entrate qua dentro come creature antiche e ne escono nuove. Entrarono vecchi e ne uscirono infanti. La vecchiaia è antichità, vita decrepita: l’infanzia invece viene da una rigenerazione: è una vita nuova. Che faremo? Non solo a costoro sono stati condonati i peccati del passato, ma anche a noi; vivendo poi in mezzo al mondo forse abbiamo commesso altri peccati, dopo che i precedenti ci erano stati totalmente condonati e cancellati. Veda perciò ciascuno di fare ciò che è in grado di fare; confessi le cose come sono, affinché colui che è sempre uguale a se stesso, ieri ed oggi, possa curare noi che un tempo non eravamo, adesso invece abbiamo l’esistenza.

[Condanna ciò che sei, se vuoi che Dio ti perdoni.]

6. Fa’ dunque attenzione a ciò che Giovanni dice: Se diremo che in noi non c’è peccato, ci inganniamo ed in noi non c’è verità. Se dunque ti confesserai peccatore, la verità è in te, poiché la verità è luce. Non ancora pienamente splende la tua vita, perché vi sono dei peccati; ma ecco, cominci ormai ad illuminarti, poiché riconosci i tuoi peccati. Considera le parole che seguono: Se confesseremo i nostri delitti, egli è fedele e giusto per condonarceli e purificarci da ogni iniquità (1 Gv 1, 8-9). Qui Giovanni non si riferisce soltanto ai peccati del passato, ma anche a quelli eventualmente commessi al presente; l’uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia non devi dar poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce empiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza resta allora? Si faccia anzitutto la confessione dei peccati: perché nessuno si reputi giusto, e l’uomo che prima non era ed ora è, innalzi la cresta davanti a quel Dio che vede ciò che è. Prima di tutto ci sia dunque la confessione, poi l’amore: che cosa fu detto della carità? La carità copre la moltitudine dei peccati (1 Pt 4, 8). Vediamo se appunto Giovanni non esorti proprio alla carità, in considerazione dei delitti che stanno nascosti dentro le anime. Soltanto la carità elimina i delitti. La superbia invece distrugge la carità, mentre questa toglie i delitti. L’umiltà è collegata alla confessione, per mezzo della quale ci dichiariamo peccatori; ma l’umiltà non è quella per cui ci dichiariamo peccatori soltanto con la lingua; come se, dichiarandoci giusti, non dispiacessimo agli uomini, a causa della nostra arroganza. Questo lo fanno gli empi e i dissennati. Dicono: io so di essere giusto, ma mi conviene dichiararlo davanti agli uomini? Se mi dichiarerò giusto, chi sopporterà questo, chi lo tollererà? Sia nota davanti a Dio la mia giustizia, io tuttavia mi dichiarerò peccatore; non già perché lo sono, ma perché l’arroganza non mi renda odioso. Di’ agli uomini ciò che tu sei e dillo a Dio. Se non dirai a Dio ciò che sei, Dio condannerà ciò che troverà in te. Vuoi che egli non pronunci condanne? Accusati da te stesso. Vuoi che perdoni? Vedi in te stesso, sì da poter dire a Dio: Distogli il tuo sguardo dai miei peccati. Ripeti a lui anche le altre parole di quel salmo: Poiché io riconosco le mie iniquità (Sal 50, 11 5). Che se confesseremo i nostri delitti, egli fedele e giusto, può da essi scioglierci e purificarci da ogni iniquità. Ma se diremo che non abbiamo peccato, lo trattiamo da ingannatore e la sua parola non è in noi (1 Gv 1, 9-10). Se dirai: non ho peccato, tratti lui da menzognero, proprio quando vuoi presentare te come veritiero. Come è possibile che Dio sia menzognero e l’uomo veritiero, dal momento che la Scrittura si oppone a questa conclusione? Ogni uomo è menzognero, Dio solo è veritiero (Rm 3, 4). Dio dunque è veritiero per se stesso, tu sei veritiero per mezzo di Dio; da te stesso invece sei menzognero.

[Preoccupati di migliorare sempre.]

7. Ma perché non sembri che Giovanni ha lasciato via libera ai peccati, dicendo: Egli, fedele e giusto, può purificarci da ogni iniquità; perché poi gli uomini non concludessero: dunque pecchiamo pure, facciamo con tranquillità ciò che vogliamo, poiché Cristo ci purifica, Egli, fedele e giusto, ci purifica da ogni iniquità; ecco qui toglierti ogni falsa sicurezza e destarti un opportuno timore. Vai in cerca di una pericolosa tranquillità: sii piuttosto preoccupato. Egli, fedele e giusto, può scioglierci dai nostri delitti, se sempre sarai dispiaciuto di te stesso e cambierai condotta, migliorandoti. Che cosa aggiunge poi Giovanni? Figliuoli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate. Ma il peccato potrebbe insinuarsi nella vita di un uomo; che cosa farà costui? Ditelo! S’abbandonerà alla disperazione? Ecco, ascolta: Se uno – dice Giovanni – peccherà, abbiamo presso il Padre un avvocato, Gesù Cristo, il giusto, e lui stesso è il propiziatore dei nostri peccati (1 Gv 2. 1-2). Lui dunque è l’avvocato; tu bada di non peccare: ma se il peccato verrà fuori ugualmente, data la debolezza della natura, subito fa di sentirne dispiacere, subito condannalo; se lo condannerai, potrai presentarti al giudizio con animo tranquillo. Vi troverai l’avvocato: non temere di perdere la causa, una volta che avrai confessato il tuo peccato. Se può capitare in questa vita che uno faccia affidamento su chi ha scioltezza di lingua e riesca a cavarsela, tu che fai affidamento sul Verbo, potrai forse correre il rischio di perderti? Grida più forte: Abbiamo un avvocato presso il Padre.

[Riconosci che solo Cristo ti può giustificare.]

8. Considera come Giovanni stesso si tenga nell’umiltà. Egli certamente era un uomo giusto e grande, poiché attingeva dal petto del Signore i segreti di alti misteri; attingendo dal suo petto, fu lui, proprio lui, a portare in luce la Divinità del Signore: In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio (Gv 1, 1). Grande qual era, quest’uomo non disse: abbiamo un avvocato presso il Padre, ma: Se qualcuno peccherà, abbiamo un avvocato. Non disse: avete come avvocato Cristo stesso. Egli invece ci presentò Cristo, non se stesso, e disse: Abbiamo, non già: avete. Preferì mettersi nel numero dei peccatori, per avere nel Cristo il suo avvocato, piuttosto che presentare se stesso come avvocato invece di Cristo e trovarsi poi tra i superbi degni di condanna. Fratelli, ecco chi abbiamo per avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto: egli è propiziazione per i nostri peccati. Chi ha aderito a questa verità, non ha causato né eresie né scismi. Da dove sono derivati gli scismi? dal fatto che gli uomini dicono: Noi siamo giusti; e aggiungono: noi santifichiamo gli immondi, noi rendiamo giusti gli empi, noi eleviamo preghiere, noi impetriamo grazie. Che cosa disse invece Giovanni? Se uno peccherà, abbiamo come avvocato presso il Padre Gesù Cristo, il giusto. Qualcuno avrà da obiettare: dunque i santi non intercedono per noi? i vescovi e i presbiteri non chiedono in nome del popolo? Esaminate la Scrittura e vedete come anche chi comanda si raccomanda alle preghiere del popolo. Paolo apostolo dice ai fedeli: Pregate in pari tempo anche per noi (Col 4, 3). Prega l’Apostolo per i fedeli, pregano questi per l’Apostolo. Noi, o fratelli, preghiamo per voi, ma voi pregate per noi. Le membra preghino per loro stesse, vicendevolmente, la testa interceda per tutti. Nessuna meraviglia perciò che Giovanni, colle parole successive, voglia chiudere la bocca a quanti portano divisioni nella Chiesa di Dio. Dopo aver detto: Abbiamo Gesù Cristo, il giusto; egli stesso è propiziazione dei nostri peccati; avendo di mira coloro che si sarebbero divisi ed avrebbero detto: Eccolo qui il Cristo, eccolo là (Mt 24, 23), quelli che vorrebbero restringere ad una fazione colui che tutti riscattò e tutto ha in suo potere, subito Giovanni aggiunse: Non solo dei nostri peccati ma dei peccati di tutto il mondo (1 Gv 2, 2). Che significa questo, o fratelli? Certamente anche noi l’abbiamo trovato nelle distese di regioni boscose (Sal 131, 6), abbiamo trovato la Chiesa in tutte le nazioni. Questo dunque è il Cristo propiziazione dei nostri peccati, non soltanto dei nostri, ma dei peccati di tutto il mondo. Poiché trovi la Chiesa in tutto il mondo, non seguire quelli che falsamente si presentano come giustificatori ma in realtà sono causa di divisioni. Resta su quel monte che ha coperto tutta la terra (cf. Dn 2, 35): poiché Cristo è propiziazione dei nostri peccati, non solo dei nostri, ma dei peccati di tutto il mondo, da lui riscattato col suo sangue.

[Ama in modo che tutti diventino tuoi fratelli.]

9. Proseguendo Giovanni dice: In questo lo conosciamo se osserveremo i suoi comandamenti. Quali comandamenti? Chi dice di conoscerlo e non osserva i suoi comandamenti è menzognero e in lui non c’è verità. Ma tu torni a chiedere: quali comandamenti? Giovanni ti dice: Chi osserverà la sua parola, veramente in lui è perfetto l’amore di Dio (1 Gv 2, 3-5). Vediamo se questo comandamento non sia l’amore. Ci domandavamo quali fossero questi comandamenti e Giovanni ci risponde: Chi osserverà la sua parola, veramente in lui è perfetto l’amore di Dio. Esamina il Vangelo e vedi se non è questo precisamente quel comandamento. Dice il Signore: Vi dò un comandamento nuovo, che vi amiate a vicenda (Gv 13, 34). A questo segno noi conosciamo di essere in lui, se in lui saremo perfetti (1 Gv 2, 5). Egli parla di perfetti nell’amore. Ma qual’è la perfezione dell’amore? E’ amare anche i nemici ed amarli perché diventino fratelli. Il nostro amore infatti non deve essere carnale. E’ buona cosa chiedere per un altro la salute del corpo; ma se questa mancasse, non deve scapitarne la salute dell’anima. Se auguri al tuo amico la vita, fai bene. Se ti rallegri per la morte del tuo nemico, fai male. Forse la vita che auguri all’amico è inutile, mentre quella morte del nemico di cui ti rallegri, può essere a lui utile. Non è certo se questa nostra vita sia utile o inutile, mentre è indubbiamente utile la vita presso Dio. Ama i tuoi nemici con l’intento di renderli fratelli; amali fino a farli entrare nella tua cerchia. Cosí ha amato colui che, pendendo sulla croce, disse: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno(Lc 23, 34). Non che abbia detto: Padre, costoro abbiano una vita lunga; loro che mi uccidono abbiano a vivere; ma ha detto: Perdona loro perché non sanno quello che fanno. Egli li volle preservare da una morte perpetua con una preghiera piena di misericordia e di forza. Molti tra essi credettero e fu loro perdonato di aver versato il sangue di Cristo. Quando si mostrarono crudeli, versarono quel sangue; quando credettero, lo bevvero. In questo noi conosciamo che siamo in lui, se in lui saremo perfetti. Il Signore ci ammonisce ad essere perfetti quando ci parla del dovere di amare i nemici: Siate dunque perfetti, come è perfetto il vostro Padre celeste (Mt 5, 48). Chi dunque dice di rimanere in lui, deve camminare come lui camminò (1 Gv 2, 6). In quale modo, o fratelli? Che ammonizione è questa? Colui che dice di rimanere in lui – cioè in Cristo – deve camminare come lui camminò. Che ci ammonisca forse di camminare sul mare? No, evidentemente. Ci ammonisce invece di camminare nella via della giustizia. Quale via? L’ho ricordato. Egli, quando era inchiodato alla croce, camminava proprio su questa via, che è la strada della carità. Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Se dunque imparerai a pregare per il tuo nemico, camminerai sulla strada del Signore.

[E’ il comandamento nuovo, perché riguarda l’uomo nuovo.]

10. Dilettissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico, che avevate fin dall’inizio. Quale antico comandamento intende ricordare? Quello che avevate fin dall’inizio. Esso è vecchio in quanto già l’avevate udito. Altrimenti sarebbe in contraddizione col Signore che disse: Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate a vicenda. Ma perché lo chiama comandamento vecchio? Non perché riguarda il vecchio uomo. Perché allora? Perché è: Quello che avevate fin dall’inizio. Il comandamento vecchio è la parola che avete udito (1 Gv 2, 7). Vecchio dunque perché già l’udiste. Ma Giovanni ci mostra che si tratta anche di un comandamento nuovo, quando dice: Ancora vi scrivo un comandamento nuovo. Non un altro comandamento ma quel medesimo che chiamò vecchio ed è ad un tempo vecchio e nuovo. Perché? Ciò si è verificato in lui ed in voi. Avete udito perché esso viene detto vecchio: perché già lo conoscevate. Perché allora viene detto nuovo? Perché: le tenebre se ne sono andate ed ormai splende la luce vera (1 Gv 2, 8; cf. Gv 13, 34). Da ciò deriva che si tratta di un comandamento nuovo: le tenebre riguardano l’uomo vecchio, la luce l’uomo nuovo. Che dice l’apostolo Paolo? Spogliatevi dell’uomo vecchio e rivestitevi dell’uomo nuovo (Col 3, 9-10). Che dice ancora? Un tempo voi foste tenebre, ora siete luce nel Signore (Ef 5, 8).

[Amare il fratello è camminare nella luce, cioè in Cristo.]

11. Chi dice di essere nella luce – ecco che si rivela tutto il suo pensiero – chi dice di essere nella luce ed odia il fratello è ancora nelle tenebre (1 Gv 2, 9). Ahimé, o fratelli, fin quando vi dovremo dire: Amate i nemici (Mt 5, 44)? Guardatevi almeno dall’odiare il fratello, che è cosa peggiore. Se voi amate soltanto i fratelli, perfetti non sarete, ma se li odiate, che siete mai? Dove siete? Ciascuno guardi nel suo cuore; non tenga odio contro il fratello, per qualche dura parola che ha ricevuto; per litigi terreni, non dobbiamo diventare terra. Chi odia il fratello, non può dire di camminare nella luce. Anzi, non dica di camminare in Cristo. Chi dice di essere nella luce e odia il suo fratello è ancora avvolto nelle tenebre. Poniamo che un pagano diventi cristiano. Capitemi: quando era pagano, era nelle tenebre; ora è diventato cristiano. Sia lode al Signore, dicono tutti, e si congratulano e ripetono le parole augurali dell’Apostolo: Un giorno foste nelle tenebre; ora invece siete nella luce del Signore. Colui che adorava gli idoli, ora adora Dio; adorava cose da lui fatte, adora adesso chi fece lui. E’ cambiato. Sia lode a Dio; tutti i cristiani se ne rallegrano. Perché? Perché adesso egli è adoratore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e detesta i demoni e gli idoli. Giovanni prende a cuore questo individuo e, nonostante la festa che tutti gli fanno, nutre qualche preoccupazione per lui. O fratelli, accettiamo volentieri questa sollecitudine materna. Non senza motivo nostra madre ha delle apprensioni per noi, anche quando gli altri si congratulano con noi e questa madre è la carità. Essa è nel cuore di Giovanni, quando fa queste raccomandazioni. E perché le fa se non perché teme per qualcosa che è in noi, pur se gli altri ci fanno congratulazioni? Che cosa teme? Chi dice di essere nella luce. Che significano queste parole? Significano: colui che dice di essere cristiano e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Qui non occorrono spiegazioni, ma c’è da gioire se la cosa non s’avvera, c’è da piangere se essa si avvera.

[Se possederai la carità, non potrai separarti né da Cristo né dalla Chiesa.]

12. Chi ama il suo fratello, resta nella luce, e in lui non c’è scandalo (1 Gv 2, 10; cf. Gv 13, 34). Vi scongiuro in nome di Cristo: è Dio che ci nutre, ristoreremo i nostri corpi in nome di Cristo, come già abbiamo fatto un poco, ed ancora faremo; che la mente abbia il suo cibo. Questo affermo, non perché debba ancora parlare a lungo; il testo della lettura sta per finire: ma facciamo in modo che il tedio non diminuisca la nostra attenzione per queste cose che hanno grandissima importanza. Chi ama suo fratello, resta nella luce ed in lui non c’è scandalo. Chi sono coloro che patiscono o danno scandalo? Coloro che trovano motivo di scandalo in Cristo e nella Chiesa. Chi trova motivo di scandalo in Cristo, è come colui che viene scottato dal sole, mentre colui che trova motivo di scandalo nella Chiesa, è come colui che viene scottato dalla luna. Dice il salmo: Di giorno il sole non ti brucerà né di notte la luna (Sal 120, 6) e significa: se avrai mantenuto la carità, non soffrirai scandalo né a motivo di Cristo, né a motivo della Chiesa. Non abbandonerai Cristo né la Chiesa. Chi abbandona la Chiesa, come può essere nel Cristo, se non appartiene alle sue membra? Come può essere nel Cristo, se non fa parte del suo corpo? Subiscono lo scandalo dunque quelli che abbandonano o Cristo o la Chiesa. Da che cosa desumiamo che il salmo dicendo: Di giorno il sole non ti brucerà, né di notte la luna, vuole che nel termine “bruciatura” si veda indicato lo scandalo? Innanzi tutto fai attenzione alla similitudine; come colui che viene scottato dice: non riesco a tollerare, non sopporto, e perciò si allontana; cosí coloro che non sopportano alcune cose nella Chiesa e si allontanano dal nome di Cristo o della Chiesa, patiscono scandalo. Osservate infatti quale scandalo hanno subito, come scottati dal sole, quegli uomini carnali ai quali Cristo predicava di dare la sua carne dicendo: Chi non mangerà la carne del Figlio dell’uomo e non berrà il suo sangue, non avrà in sé la vita. Circa una settantina di persone dissero: Che discorso duro è questo? e si allontanarono da lui; rimasero i dodici. Quelli furono tutti scottati dal sole e se ne andarono, non riuscendo a sopportare la forza della parola di Cristo. Rimasero dunque i dodici. E perché non credessero di fare un favore a Cristo credendo in lui, quando invece era Cristo a compiere per loro un beneficio, ai dodici rimasti il Signore disse: Volete andare anche voi? Sappiate infatti che non voi siete indispensabili per me, ma io per voi. Ma essi, che non erano stati scottati dal sole, risposero per bocca di Pietro: Signore, tu hai parole di vita eterna: dove potremo noi andare? (Gv 6, 54 61 68 69). E chi sono quelli che vengono scottati dalla Chiesa, come dalla luna nel corso della notte? Quelli che han fatto scisma. Ascoltate la parola stessa dell’Apostolo: Chi è ammalato e non lo sono anch’io? Chi patisce scandalo e io non ne brucio?(2 Cor 11, 29). Come avviene che non c’è scandalo in colui che ama i fratelli? Perché chi ama i fratelli sopporta tutto per l’unità, perché l’amore fraterno consiste nell’unità della carità. Supponiamo che ti offenda uno qualunque che è cattivo, o che tu giudichi cattivo o anche soltanto immagini tale: abbandoni forse per questo tanti altri che sono buoni? Ma che carità fraterna è quella che si mostra in questi Donatisti? Accusano i Cristiani di Africa e perciò abbandonano l’universa terra. Non c’è forse santo alcuno nel mondo? E questi, senza neanche essere ascoltati, furono da voi abbandonati. Ma se amate i fratelli, non ci sarebbe scandalo in voi. Ascolta la voce del salmo: Quanta pace a chi ama la tua legge e non c’è scandalo per lui (Sal 118, 165). Annunzia gran pace a coloro che amano la legge di Dio e perciò soggiunge che non c’è scandalo per loro. Coloro infatti che si scandalizzano perdono la pace. E chi (è detto nel salmo) non patisce scandalo o non lo fa? Chi ama la legge di Dio. Ecco, esso è nella carità. Obietterà qualcuno: si tratta di chi ama la legge di Dio e non di chi ama i fratelli. Ascolta allora ciò che dice il Signore: Un comando nuovo io vi dò, di amarvi gli uni e gli altri. La legge non è forse un comando? E come non si patisce scandalo se non sopportandosi scambievolmente? Dice l’apostolo Paolo: Ci sopportiamo l’un l’altro nell’amore, cercando di mantenere l’unità di spirito in un legame di pace (Ef 4, 2-3). E che questa sia la legge di Cristo lo si deduce dalle parole stesse dell’Apostolo che questa legge raccomanda: Portate, dice, l’uno il peso dell’altro e cosí adempirete la legge di Cristo (Gal 6, 2).

[Gli eretici si sono separati dalla Chiesa, perché hanno odiato i fratelli.]

13. Poiché chi odia il proprio fratello sta nelle tenebre e cammina nelle tenebre e non sa dove va. Che gran cosa, fratelli miei; fate attenzione, ve ne preghiamo. Chi odia il proprio fratello cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre l’hanno accecato (1 Gv 2, 11). Chi è più cieco di coloro che odiano i propri fratelli? E lo vedete che sono ciechi poiché sono andati a sbattere contro la montagna. Vi ripeto le stesse cose perché non vi sfuggano. Questa pietra che è stata staccata dal monte senza concorso di mano umana non è forse il Cristo, nato dalla stirpe regale di Giuda, senza concorso di uomo? Non è lui quella pietra che ha infranto tutti i regni del mondo, cioè tutte le dominazioni degli idoli e dei demoni? Non è lui quella pietra che, cresciuta fino a divenire un gran monte, ha riempito tutto l’universo (cf. Dn 2, 34-35)? Non è forse vero che noi mostriamo a dito questo monte, cosí come facciamo con la luna, quando è al terzo giorno? Quando gli uomini vogliono, ad esempio, vedere la luna nuova, dicono: Ecco la luna, eccola là; se poi sono presenti persone incapaci di individuarla e che dicono: dove è?, allora si alza il dito perché la vedano. A volte capita che alcuni vergognosi di apparire ciechi, affermano di vederla, mentre non è vero. E’ cosí che noi o fratelli, mostriamo la Chiesa? Non è cosa visibile chiaramente? Non ha essa raccolto nel suo seno tutte le genti? Non si verifica la promessa fatta tanti anni or sono ad Abramo: che le genti sono benedette nel suo seme (cf. Gn 22, 18)? La promessa fu fatta ad un solo credente, ed il mondo si è riempito di migliaia di credenti. Ecco il monte che copre tutta la superficie della terra: ecco la città della quale fu detto: Non può una città, edificata su una cima, restare nascosta (Mt 5, 14). Ma quelli vengono a urtare contro la montagna. E quando si dice loro: salite! essi rispondono: dove, se non c’è monte? Trovano più facile sbattere la testa contro di essa, che non cercarvi rifugio. Ieri è stato letto Isaia: chiunque di voi era attento, ha compreso non solo cogli occhi ma con le orecchie, né solo con le orecchie del corpo, ma con quelle del cuore: Negli ultimi giorni, sarà visibile il monte della casa del Signore, stabilito sulla cima delle montagne. C’è qualcosa più visibile di una montagna? Ma ci sono anche monti sconosciuti, perché occupano uno spazio limitato della terra. Chi di voi conosce il monte Olimpo? Parimenti coloro che abitano là, non conoscono il nostro monte Giddabam. Questi monti occupano zone limitate. Ma il monte di cui parliamo non è come questi, perché esso occupa tutta la superficie della terra; di esso si dice: E’ collocato sulla cima dei monti. Esso dunque sorpassa le cime di tutti gli altri monti. E tutte le nazioni accorreranno verso di esso, dice Isaia (Is 2, 2). Chi può sbagliare sentiero su questo monte? Chi si rompe la testa cozzando contro di esso? Chi non conosce la città che sorge sulla sua cima? Non meravigliatevi se esso è ignorato da coloro che odiano i fratelli: costoro infatti camminano nelle tenebre, e non sanno dove vanno, perché le tenebre hanno accecato i loro occhi. Essi non vedono il monte: c’è motivo di meravigliarsene, dal momento che non hanno occhi? Ma perché non hanno occhi? Perché le tenebre li hanno accecati. Ne abbiamo una prova? Sì: essi odiano i loro fratelli; urtatisi coi loro fratelli d’Africa, si separano da tutti gli altri, perché non sopportano per la pace di Cristo quelli che essi infamano, e sopportano, per sostenere Donato, quelli che essi condannano.

OMELIA 2

Scrivo a voi, figlioli…

La Scrittura ha predetto di Cristo e dell’universalità della Chiesa. Perché figli, padri, giovani. Amore di Dio e amore del mondo.

[La Scrittura ci parla di Cristo, ma occorre saperla intendere.]

1. Bisogna ascoltare attentamente quanto si legge nelle Sacre Scritture a nostra istruzione e salvezza. Ma è soprattutto necessario affidare alla nostra memoria quelle pagine che più valgono nella confutazione degli eretici. Costoro non cessano con insidie di ingannare i più impreparati e trascurati. Ricordate: Cristo è morto ed è risorto per noi; è morto per i nostri delitti ed è risorto per la nostra giustificazione (cf. Rm 4 25). Avete sentito poco fa come i due discepoli che il Signore incontrò sulla strada non riuscivano a riconoscerlo. Egli li sorprese sfiduciati riguardo a quella redenzione che era nel Cristo, persuasi invece che il Cristo aveva sofferto ed era morto come uomo, non credendo essi che, come figlio di Dio, egli sempre vive. Non ritenevano possibile che Cristo, morto nel corpo, ritornasse a vita, quasi fosse uno fra i Profeti. Poco fa avete potuto sentire la loro parola. Ma egli spiegò loro le Scritture, partendo da Mosè giù giù fino ai Profeti, per dimostrare loro che quanto era accaduto, compresa la sua passione e la sua morte, già era stato predetto. Il fatto che il Signore fosse risorto, li avrebbe ancor più turbati e confermati nella loro incredulità, se le cose che riguardano il Cristo, non fossero state preannunziate. La fermezza della fede sta in questo appunto, che ogni predizione riguardante il Cristo si è avverata. Perciò i discepoli lo riconobbero solo al gesto dello spezzare del pane. E veramente lo riconosce a questo gesto anche chi mangia e beve di lui, ma in modo che non gli sia a condanna. Anche gli undici pensavano, in altra occasione, di vedere uno spirito. Egli allora volle che lo palpassero, avendo prima voluto che lo crocifiggessero. Volle che lo crocifiggessero i nemici, e lo palpassero gli amici. Era però medico di tutti, dell’iniquità dei primi, dell’incredulità dei secondi. Durante la lettura degli Atti, voi avete sentito quante migliaia degli uccisori di Cristo credettero in lui (cf. At 2, 41). Se credettero in lui, quelli che lo uccisero, come pensare che non gli avrebbero creduto quelli che soltanto avevano avuto per lui qualche dubbio? Ma fate bene attenzione e tenete bene a mente che Dio volle mettere nella Scrittura la difesa contro insidiosi errori, dato che contro la Scrittura nessuno, se vuole apparire cristiano, osa parlare: quando dunque il Signore volle farsi toccare da quei suoi discepoli, non si preoccupò d’altro che di confermare con le Scritture il cuore dei credenti. Egli aveva dinanzi alla sua mente noi che saremmo venuti dopo. Ora noi non abbiamo nessuna possibilità di toccare qualche parte del suo corpo, ma abbiamo la possibilità di leggere quello che di lui si dice. Quei discepoli dunque credettero, perché lo trattennero in mezzo a loro e lo palparono; ma noi che faremo? Cristo è già salito al cielo e non ritornerà che alla fine dei tempi, per giudicare i vivi e i morti. Su quali fondamenta poggeremo la nostra fede, se non partendo da quella stessa base sulla quale, facendo loro toccare con mano, egli volle che i suoi discepoli rafforzassero la loro fede? Rivelò ad essi il senso nascosto delle Scritture e mostrò che il Cristo doveva soffrire, e che le cose predette su di lui nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, dovevano avverarsi. Nessuno dei testi delle antiche Scritture fu da lui tralasciato. Tutto nelle Scritture parla di Cristo; purché ci siano orecchi ad ascoltare. Egli allora svelò il senso delle Scritture, così che quei discepoli le comprendessero. Dobbiamo anche noi pregare perché ci riveli lui stesso il senso delle Scritture.

[Sposalizio, nella passione e resurrezione, fra Cristo e la Chiesa, diffusa ovunque.]

2. Che cosa il Signore mostrò che c’era scritto intorno a se stesso nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi? Che cosa rivelò? Ci risponda lui stesso. L’Evangelista su questo punto è stato breve perché imparassimo da noi stessi che cosa dobbiamo capire e credere tra tanti e così estesi testi delle Scritture. Anche se molte sono le pagine e molti i libri, tutti contengono ciò che il Signore disse in poche parole ai suoi discepoli. Che cosa? Che il Cristo doveva patire e risorgere il terzo giorno (cf. Lc 9, 22; 24, 7; Mt 16, 21; 17, 21; Mc 8, 31; 9. 30). A proposito dello sposo senti dire che il Cristo doveva patire e risorgere. Eccoti dunque descritto lo sposo. Vediamo che cosa dice la Scrittura della sposa: così, conoscendo lo sposo e la sposa, verrai alle nozze ben istruito. Ogni celebrazione liturgica è infatti una festa nuziale; la festa delle nozze della Chiesa. Il figlio del re deve prendere moglie e questo figlio del re è lui stesso; la sua sposa sono quelli che assistono alle sue nozze. Coloro che nella Chiesa assistono alle celebrazioni liturgiche, se vi partecipano bene, diventano la sposa, a differenza di quanto succede nelle nozze carnali, dove quelli che assistono sono diversi da colei che si sposa. Tutta la Chiesa infatti è sposa di Cristo, dalla cui carne essa prende l’inizio e ne rappresenta la primizia: in quella carne la sposa si è congiunta allo sposo. Giustamente egli spezzò del pane, quando volle mostrare la realtà della sua carne; e giustamente gli occhi dei discepoli si aprirono al segno della frazione del pane e lo riconobbero. Che cosa dunque disse il Signore essere scritto su di lui nella Legge, nei Profeti, e nei Salmi? Che bisognava che il Cristo patisse. Se non aggiungesse anche e che risorgesse, giustamente lo piangerebbero coloro i cui occhi erano chiusi. Ma anche il risorgere fu predetto. E a che pro? Perché bisognava che il Cristo patisse e risorgesse? E’ detto in quel salmo che vi abbiamo con gran cura spiegato, mercoledì, nella prima riunione della scorsa settimana. Perché occorreva che il Cristo patisse e risorgesse? Perché in tutti i confini della terra si ricorderanno del Signore e a lui si rivolgeranno e tutte le nazioni si prosterneranno al suo cospetto (Sal 21, 28). Anche qui il salmo, affinché comprendiate che Cristo doveva patire e risorgere, aggiunge dell’altro per attirare la nostra attenzione sopra la sposa, dopo averla attirata sopra lo sposo. Dice dunque: La penitenza e la remissione dei peccati saranno predicati nel suo nome fra tutte le genti, incominciando da Gerusalemme(Lc 24, 47). Fratelli, sentendo queste parole, fissatele bene nella memoria. Nessuno può dubitare che la Chiesa non sia presente in tutto il mondo; nessuno può dubitare che essa ha avuto inizio da Gerusalemme ed ha raggiunto tutte le nazioni. Abbiamo conosciuto il campo dove fu piantata la vite: quando questa ormai è cresciuta, non riconosciamo più il campo, avendolo essa tutto ricoperto. Da dove ha preso l’avvio? Da Gerusalemme. Dove è giunta? A tutte le genti. Poche ne mancano, ma presto le raggiungerà tutte. Frattanto mentre giunge a tutte, l’agricoltore ha ritenuto necessario tagliare alcuni rami inutili, che produssero eresie e scismi. Ciò che è stato tagliato non abbia influsso su di voi, per non correre il rischio che anche voi siate tagliati; pregate anzi perché le parti tagliate vengano di nuovo inserite. E’ manifesto a tutti che Cristo è morto, è risorto ed è asceso al cielo: anche la Chiesa si mostra a tutti chiaramente, poiché nel suo nome viene predicata la penitenza e la remissione dei peccati a tutti i popoli. Da dove la Chiesa ha avuto inizio? Da Gerusalemme. Colui che sentendo queste cose non vede la grande montagna e chiude gli occhi davanti alla luce che brilla sul candelabro, è uno stolto ed uno sciocco ed è senz’altro un cieco.

[Nella venuta dello Spirito fu manifestata la universalità della Chiesa.]

3. Quando diciamo a questa gente: Se siete cristiani cattolici, dovete essere in comunione con quella Chiesa dalla quale il Vangelo è diffuso in tutto il mondo; quando diciamo loro: dovete essere uniti alla vera Gerusalemme, ci rispondono: Non vogliamo avere nulla a che fare con quella città nella quale è stato ucciso il nostro re, dove è stato ucciso nostro Signore. Sembra dunque che essi odiano la città dove il Signore nostro è stato ucciso. Ma i Giudei l’hanno ucciso, quando egli era sulla terra, costoro lo uccidono quando ormai siede in cielo. Sono peggiori quelli che l’hanno disprezzato giudicandolo come un uomo o quelli che mandano in fumo i sacramenti di Colui che già ritengono Dio? Essi odiano veramente la città in cui è stato ucciso il loro Signore. Uomini pii e misericordiosi quali sono, s’addolorano grandemente perché Cristo è stato ucciso, ma poi uccidono Cristo negli uomini. Cristo amò la sua città e ne ebbe misericordia; da essa ordinò che prendesse inizio la sua predicazione: Incominciando da Gerusalemme. Lì volle che si iniziasse a parlare del suo nome e tu senti orrore ad esserne cittadino? Non c’è da meravigliarsi se tu, essendo stato reciso, hai in odio la radice. Non disse forse Cristo ai suoi discepoli: Restate qui fin quando manderò a voi colui che vi ho promesso (Lc 24, 49)? Questa è la città che essi odiano. Se la abitassero i Giudei, forse l’amerebbero perché i Giudei sono stati gli uccisori di Cristo. Tutti gli uccisori di Cristo sono stati espulsi, come ben si sa, da quella città. Se prima essa ospitava quelli che infierirono contro Cristo, ora ospita coloro che adorano Cristo. I primi la odiano, perché vi trovano i cristiani. Cristo volle che vi restassero i suoi discepoli per inviare ad essi, qui, lo Spirito Santo. La Chiesa prese le mosse appunto là dove stavano insieme centoventi persone. Il loro numero di dodici si era decuplicato. Stavano dunque insieme centoventi persone e venne lo Spirito Santo e riempì tutto il luogo dove s’udì un suono come di vento gagliardo e lingue come di fuoco andarono a posarsi sulle loro teste. Avete sentito leggere appunto questo brano degli Atti degli Apostoli: Essi incominciarono a parlare in lingue diverse, come lo Spirito dava loro di parlare (At 2, 4). Ciascuno dei presenti che erano Giudei provenienti da popoli diversi, riconosceva il proprio linguaggio e tutti si meravigliarono che persone non istruite e rozze avessero imparato non una o due lingue ma quelle addirittura di tutti i popoli. Si mostrava così che laddove tutte le lingue risuonavano, tutte avrebbero aderito alla fede. Ma costoro che amano tanto Cristo e non vogliono aver nulla a che fare con la città che l’uccise, onorano Cristo a loro modo, dicendo che egli ha dato la preferenza a due sole lingue, la latina e la punica, cioè l’africana. Cristo si sarebbe dunque legato a due sole lingue? Quelle che sono usate nel partito di Donato, dove non se ne conoscono altre? Stiamo all’erta, o fratelli, e consideriamo invece il dono dello Spirito di Dio; crediamo quanto di lui fu detto in precedenza, facendo sì di veder realizzato quanto già fu predetto nel salmo: Non c’è lingua, non ci sono parole di cui non si è sentito il suono (Sal 18, 4). E perché tu creda che non le lingue si sono mosse verso Cristo ma che il dono di Cristo ha investito tutte le lingue, ascolta ciò che segue: in ogni luogo è giunto il suono della loro voce, le loro parole hanno raggiunto gli estremi confini del mondo (Sal 18, 5). Perché è avvenuto ciò? Perché egli ha posato la sua dimora nel sole (Sal 18, 6), cioè sotto gli occhi di tutti. Questa dimora è la sua carne, cioè la sua Chiesa, ch’è posta sotto la luce del sole, non nelle tenebre della notte ma nella chiarezza del giorno. Perché allora quelli non lo riconoscono? Ritornate con la mente alla lettura, che ieri abbiamo terminato e vedete perché non lo riconoscono: Chi odia suo fratello cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi (1 Gv 2, 11). Sentiamo dunque ciò che segue, affinché non rimaniamo nelle tenebre. Come non trovarci nelle tenebre? Amando i fratelli. Quale la prova che amiamo i fratelli? Questa: che non rompiamo l’unità ed osserviamo la carità.

[Figli, perché nati in Cristo.]

4. Scrivo a voi, figlioli, perché vi sono rimessi i peccati nel suo nome (1 Gv 2, 12). Noi siamo i figlioli, perché con la remissione dei peccati avviene in noi una nascita. Ma i peccati in nome di chi sono rimessi? Forse in nome di Agostino? no; e neppure in nome di Donato. Tu conosci Agostino e sai chi è Donato; ma neppure nel nome di Paolo e di Pietro sono rimessi i peccati. L’Apostolo infatti, pieno di quella materna carità nella quale ha generato i suoi figli, ci svela il suo cuore e in certo qual modo si strappa il seno con le sue parole, piange i figli che vede rapiti da quanti seminano divisioni nella Chiesa e cercano in tutti i modi di costituire dei partiti, per distogliere dall’unità. Egli riconduce ad un unico nome coloro che volevano assumersi molti nomi, cerca di allontanarli dall’amore verso la propria persona per volgerli all’amore di Cristo e dice loro: Forse fu crocifisso Paolo per voi? o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? (1 Cor 1, 13). Che dice dunque? Io non voglio che voi siate miei ma che siate con me, poiché tutti siamo di colui che per noi è morto, per noi fu crocifisso; perciò aggiunge: nel suo nome, non nel nome di un uomo qualsiasi, vi sono rimessi i peccati.

[Padri, perché avete conosciuto il Principio.]

5. Scrivo a voi, padri. Perché prima si è rivolto ai figli? perché a voi sono rimessi i peccati nel suo nome, così che siete generati ad una nuova vita e perciò siete figli. Ma perché ora padri? Perché voi lo avete conosciuto: Avete conosciuto lui fin dal principio (1 Gv 2, 13). Il principio è una prerogativa della paternità. Ora Cristo è nuovo nella carne, ma antico nella divinità. Quanto egli è antico? Di molti anni? E’ più antico di sua madre? Certo è maggiore di sua madre. Tutte le cose infatti sono state create per mezzo di lui (Gv 1, 3). Se egli, l’antico, creò tutte le cose, creò anche sua madre dalla quale potesse nascere come nuovo. Lo crediamo anteriore soltanto a sua madre? No, poiché egli è prima ancora degli avi di sua madre. Abramo è l’avo di sua madre ed il Signore dice: Prima di Abramo io sono (Gv 8, 58). Prima di Abramo soltanto? Cielo e terra furono creati prima che esistesse l’uomo. Prima di essi c’era il Signore, anzi prima di essi egli è. Disse bene perciò: non prima di Abramo io fui; ma prima di Abramo io sono. Quando di una cosa si dice che fu, significa che non esiste più; quando si dice: sarà, significa che ancora non esiste; ma egli non conosce altra esperienza che quella dell’essere. Conosce l’essere in quanto è Dio; ma non sa che cosa significhi essere stato, né conosce l’attesa del dover essere. C’è in lui un giorno solo, ma sempiterno. Quel giorno non ha dietro di sé un ieri, né davanti a sé un domani. Il giorno di oggi fa seguito a quello di ieri ed avrà termine con l’avvento del domani. Quel suo giorno unico è invece senza tenebre, senza notte, senza divisione di ore, di minuti o di altre unità di misura. Chiamalo come vuoi, chiamalo pure giorno, se ti piace, ma puoi chiamarlo anche anno ed attribuirgli il valore di interi anni. Di Cristo infatti è stato scritto: I tuoi anni non finiranno (Sal 101, 28). E quando fu chiamato giorno? Quando al Signore fu detto: Oggi ti ho generato (Sal 2, 7). Generato da un Padre eterno, eterna è pure la sua generazione: essa è senza inizio, senza termine, senza limiti di tempo, poiché egli è l’essere ed è colui che è. Questo è il nome che disse a Mosè: Dirai loro: Colui che è mi ha mandato a voi (Es 3, 14). Che cosa esisteva dunque prima di Abramo, prima di Noè, prima di Adamo? Ce lo dice la Scrittura: Io ti ho generato prima dell’aurora (Sal 109, 3). Egli fu dunque generato prima del cielo e prima della terra. Perché? Perché tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui niente è stato fatto (Gv 1, 3). Voi che siete padri, riconoscetelo: padri si diventa riconoscendo colui che è fin dal principio.

[Giovani, perché avete vinto il mondo.]

6. Scrivo a voi, giovani. Voi siete figli, siete padri, siete giovani; figli per effetto della nascita, padri perché riconoscete il principio. Ma perché giovani? Perché avete vinto il maligno(1 Gv 2, 13). Nei figli troviamo la nascita; nei padri l’antichità, nei giovani la fortezza. Se il maligno viene vinto dai giovani, questo significa che egli lotta contro di noi. Lotta ma non vince. Perché? Perché siamo forti ma ancor più perché in noi è forte colui che abbiamo visto inerme nelle mani dei persecutori. E’ lui che ci fa forti, lui che non ha opposto resistenza ai persecutori. Crocifisso nella sua carne inferma, egli vive per virtù di Dio (cf. 2 Cor 13, 4).

7. Scrivo a voi, fanciulli. Perché fanciulli? Perché avete conosciuto il Padre (1 Gv 2, 14). Scrivo a voi, padri: lo dice con insistenza ed aggiunge; perché avete conosciuto colui che è fin dal principio. Ricordate: voi siete padri, ma se dimenticate colui che è fin dal principio, perdete la vostra paternità. Scrivo a voi, giovani. Considerate con attenzione e ricordate sempre che siete giovani. Combattete per poter vincere, raggiungete la vittoria per ottenere la corona; ma siate umili per non soccombere durante il combattimento. Scrivo a voi, giovani, perché siete forti e la Parola di Dio rimane in voi e voi avete vinto il maligno (1 Gv 2, 14).

[Opposizione fra amore di Dio e amore del mondo.]

8. Tutti questi privilegi sono nostri, o fratelli, perché abbiamo conosciuto colui che è fin dal principio, siamo forti ed abbiamo conosciuto il Padre: tutte queste realtà allargano le nostre conoscenze ma devono anche sostenere la nostra carità. Se conosciamo, non possiamo anche non amare: una conoscenza senza amore non ci salva. La scienza gonfia, la carità edifica (1 Cor 8, 1). Se professate la fede ma non amate, voi incominciate ad assomigliare ai demoni. Anche i demoni davano testimonianza al Figlio di Dio e dicevano: Che abbiamo noi a che fare con te? (Mt 8, 29). Essi però erano da lui scacciati. Voi confessatelo ed abbracciatelo. Essi temevano a causa della loro iniquità; voi invece amatelo perché vi ha perdonato le iniquità commesse. Ma come ameremo Dio, se amiamo il mondo? Egli vuole farsi accogliere in noi mediante la carità. Ci sono due amori: quello del mondo e quello di Dio; se alberga in noi l’amore del mondo, non potrà entrarvi l’amore di Dio. Si tenga lontano l’amore del mondo e resti in noi l’amore di Dio; abbia posto in noi l’amore migliore. Se prima amavi il mondo, ora non amarlo più; se saziavi il tuo cuore cogli amori terreni, dissetati ora alla fonte dell’amore di Dio, e incomincerà ad abitare in te la carità, dalla quale nulla di male può derivare. Date dunque ascolto alla voce di colui che ora vi purifica. Quasi come un campo trova i cuori degli uomini. Come trova questi cuori? Se li trova simili ad una selva, incomincia allora ad estirparla, ma se li trova come un campo già purgato, si dà subito a seminarlo. Vuole piantarvi l’albero della carità. E quale è la selva che egli vuole estirpare? L’amore del mondo. Senti come Giovanni parla della estirpazione della selva: Non vogliate amare il mondo; e prosegue: né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui (1 Gv 2, 15).

[Radice di una virtù sincera è la carità.]

9. Dunque avete sentito: Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Nessuno pensi che queste dichiarazioni siano false. E’ Dio che parla, è lo Spirito Santo che ha parlato per mezzo dell’Apostolo e nulla v’è di più vero. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Vuoi avere l’amore del Padre, per poter essere coerede col Figlio? Non amare il mondo. Scaccia l’amore malvagio del mondo, per riempirti dell’amore di Dio. Sei come un vaso che è ancora pieno; butta via il suo contenuto, per accogliere ciò che ancora non possiedi. I nostri fratelli certo sono già rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo; anche noi da un po’ di anni siamo rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo. E’ nostro interesse non amare il mondo, affinché i sacramenti non abbiano a risolversi nella nostra dannazione, cessando così di essere sostegni della nostra salvezza. Sostegno di salvezza è possedere le radici della carità, la virtù della pietà e non soltanto la sua esteriore apparenza. Buona e santa è l’apparenza; ma che vale, se manca del suo sostegno? Il tralcio tagliato non viene forse gettato al fuoco? Mantieni pure la forma esterna, ma sia essa legata alla radice. Ma in che modo staremo uniti alla radice, onde non correre il rischio di venire da essa tagliati? Conservando la carità, come dice Paolo apostolo: Radicati e fondati nella carità (Ef 3, 17). Come potrebbe mettere le sue radici la carità, là dove l’amore del mondo tutto copre al pari di una selva? Fate scomparire questa selva. Dovete gettare nel terreno un seme prezioso ed il campo nulla deve conservare che possa soffocare quel seme. Le parole di Giovanni ci spingono ad operare questa estirpazione. Non vogliate amare il mondo, e neanche ciò che c’è nel mondo. Poiché chi ama il mondo non ha più in sé l’amore del Padre.

[Ti travolge l’amore del mondo? stringiti a Cristo.]

10. Tutto ciò che è nel mondo è desiderio carnale, cupidigia degli occhi e ambizione terrena, tre realtà affermò: e queste non provengono dal Padre, ma dal mondo. Ed il mondo passa, come passano i suoi desideri; ma chi avrà fatto la volontà di Dio, resterà in eterno, come Dio stesso rimane in eterno (1 Gv 2, 16-17). Perché non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Ebbene scegli: vuoi amare le cose temporali ed essere travolto dal tempo insieme con esse? Non preferirai forse odiare il mondo e vivere in eterno con Dio? La corrente delle cose temporali ci trascina dietro di sé: ma il Signore nostro Gesù Cristo nacque come un albero presso le acque di un fiume. Egli assunse la carne, morì, risorse, ascese al cielo. Volle in certo modo mettere le sue radici presso il fiume delle cose temporali. Tu sei trascinato con violenza dalla forza della corrente? Attaccati al legno. Ti travolge l’amore del mondo? Stringiti a Cristo. Per te egli è comparso nel tempo, proprio perché tu divenissi eterno. Anch’egli si è sottomesso al tempo, ma per restare eterno. Si è inserito nel tempo, ma senza staccarsi dall’eternità. Tu invece sei nato nel tempo, e sei diventato schiavo del tempo a causa del peccato. Tu dunque sei diventato schiavo del tempo a causa del peccato; egli invece si è sottomesso al tempo, per esercitare la misericordia nel perdono dei peccati. Quale differenza tra il reo e chi è venuto in carcere per visitarlo, anche se queste due persone rimangono insieme nel carcere! Uno venne un giorno a visitare l’amico ed ambedue sembravano dei carcerati. Ma grande è la differenza che passa tra di loro, che rimangono assai diversi. Il processo imminente riempie di angoscia il primo, mentre un senso di umanità ha guidato il secondo. Così nella nostra condizione mortale: noi eravamo in carcere a causa di un reato ed egli, mosso da misericordia, è sceso fino a noi; è venuto a trovare, in veste di redentore, chi era prigioniero. Non è venuto come aguzzino. Il Signore ha versato per noi il suo sangue, ci ha redento, ha rinverdito la nostra speranza. Mentre portiamo ancora con noi la carne mortale. Possiamo pensare che certamente possederemo la immortalità futura; mentre ancora siamo sballottati dai flutti del mare, già gettiamo verso terra l’ancora della speranza.

[Non le creature, ma Dio è il fine del nostro amore.]

11. Ma non dobbiamo amare il mondo e le cose del mondo. Esse sono: le cupidigie carnali, la cupidigia degli occhi, l’ambizione degli onori mondani. Sono tre realtà di fronte alle quali nessuno dica: non è opera di Dio tutto ciò che è nel mondo? non sono opera di Dio il cielo, la terra, il mare, il sole, la luna, le stelle, ornamento dei cieli? Ed i pesci non sono l’ornamento del mare? Così dicasi per la terra degli animali, degli alberi, degli uccelli. Queste realtà sono nel mondo e le ha fatte il Signore. Perché allora non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Lo Spirito del Signore ti aiuti a vedere realmente queste cose buone; ma guai a te se amerai le creature ed abbandonerai il Creatore. Queste cose ti appaiono belle ma quanto più bello sarà l’autore della loro bellezza? Cercate di comprendermi, fratelli carissimi. I paragoni possono servire ad istruirvi, onde Satana non vi tragga in inganno, mettendovi davanti questa obiezione: nelle creature di Dio non vi è altro che bene; non per altro egli le avrebbe create che per arrecarvi del bene. Molti si lasciano persuadere a loro perdizione e dimenticano il Creatore: quando delle creature si fa un uso smodato si reca offesa al creatore. Di costoro dice l’Apostolo: Onorarono e servirono le creature invece del Creatore, che è benedetto nei secoli (Rm 1, 25). No! Dio non ti proibisce di amare le sue creature, ma ti proibisce di amarle allo scopo di ottenere da esse la felicità. Non è proibito invece accettare ed ammirare le creature per amare il Creatore. Fratelli, ponete che uno sposo fabbricasse l’anello destinato alla sposa e questa amasse di più l’anello che non il suo sposo che lo costruì; forse che attraverso quel dono non risulterebbe che la sposa ha un cuore adultero anche se essa ama ciò che è dono del suo sposo? Certo essa ama ciò che ha fatto il suo sposo, ma se dicesse: a me basta il tuo anello e non mi interessa affatto di vedere lui, che sposa sarebbe mai costei? Chi non detesterebbe la sua insulsaggine? Chi non porrebbe sotto accusa quest’animo da adultera? Invece del marito, tu che sei la sua sposa, ami l’oro, ami un anello; se tali sono i tuoi sentimenti da amare un anello invece del tuo sposo e lui non vuoi neppure vederlo, significa che egli ti ha dato questo dono in caparra non per possederti ma per perderti. Lo scopo per cui un fidanzato offre un dono come caparra, è di assicurarsi l’amore della sposa, per mezzo di quel dono. Dio ti ha dunque dato le cose create ma perché tu amassi chi le ha fatte. Egli ti vuole dare assai di più, cioè vuole darti se stesso. Ma se avrai amato le cose, pur fatte da Dio, se avrai trascurato il loro Creatore per amare il mondo, il tuo non può essere giudicato altro che un amore adultero.

[Significato del termine “mondo”.]

12. Col termine “mondo” vengono indicati non soltanto il cielo e la terra, le cose visibili ed invisibili, opere tutte del Signore, ma anche gli abitatori del mondo, così come il termine “casa” indica tanto l’edificio come i suoi abitanti. A volte ti capita di lodare la casa ma di vituperare i suoi abitanti. Diciamo: questa casa è bella, è ricca di marmi e di ornamenti. Ma possiamo anche dire, con altro intento: questa casa è buona, nessuno vi patisce ingiustizie, non vi avvengono rapine, né oppressioni. In questo caso, non lodiamo le pareti della casa ma i suoi abitanti; e tuttavia sia nel primo come nel secondo caso, noi usiamo lo stesso identico termine di “casa”. Ora tutti coloro che coll’affetto del cuore si legano al mondo, ne divengono gli abitatori, come divengono abitatori del cielo quelli che tengono il loro cuore sollevato in alto, anche se camminano qui in terra ancora col loro corpo. Tutti coloro che amano il mondo vengono indicati col termine “mondo”. Queste sono le loro tre aspirazioni: i desideri della carne, la cupidigia degli occhi, l’ambizione della gloria. Desiderano mangiare e bere, fornicare e darsi ad ogni voluttà. Ma se usiamo queste cose con misura, non è forse cosa lecita? Quando vi diciamo: Non amate queste cose, intendiamo forse dirvi che non dovete né mangiare, né bere, né procreare figli? No certamente: non è questa la nostra intenzione. Dobbiamo però usare moderazione, per rispetto al Creatore e perché queste creature non abbiano a tenerci legati col loro affetto. Non vogliate amare nel godimento le cose che vi sono state date solo in vista del loro fine che è il semplice uso. Ma si dà il caso che vi troviate di fronte a due possibilità e siate così messi alla prova; vuoi essere giusto o vuoi guadagnare? Io non ho nulla per vivere, non ho nulla da mangiare, nulla da bere e non posso avere queste cose necessarie alla vita, se non commettendo degli atti di ingiustizia! Non sarà meglio per te amare quel bene che non si perde, piuttosto che commettere una iniquità? Sai misurare il lucro che ti viene dal denaro e non t’avvedi del danno che la tua fede subisce. Questo appunto ci dice Giovanni quando accenna ai desideri della carne; cioè di tutte quelle realtà che sono in rapporto col nostro corpo, quali il cibo, gli amplessi sessuali e altre cose del genere.

[La curiosità.]

13. L’Apostolo ci parla anche della cupidigia degli occhi. Questa espressione indica la curiosità di ogni genere. E’ vasto il campo cui si estende la curiosità. La ritrovi negli spettacoli, nei teatri, nei simboli diabolici, nelle arti magiche, nei malefici. Si tratta sempre di curiosità. Essa tenta a volte gli stessi servi di Dio a fare dei miracoli e provare Dio perché esaudisca il loro desiderio di poter operare un miracolo. Questa è curiosità, cioè cupidigia degli occhi, e questa curiosità non viene dal Padre. Se Dio ti ha dato il potere di fare miracoli, adoperalo pure: per questo egli te lo ha dato; ma se uno non lo avesse, non per questo resta escluso dal Regno di Dio. Allorché gli Apostoli si sentirono pieni di gioia, perché anche i demoni stavano loro soggetti, che cosa disse loro il Signore? Non vogliate gioire per questa cosa, gioite invece perché i vostri nomi sono scritti in cielo (Lc 10, 20). Egli volle dunque che gli Apostoli gioissero per qualcosa di cui anche tu puoi gioire. Guai a te infatti, se il tuo nome non fosse scritto in cielo. Ti dovrei forse dire: guai a te se non avrai fatto risorgere i morti? se non avrai camminato sopra le acque del mare? se non avrai scacciato i demoni? Qualora però tu avessi ricevuto il potere di compiere queste cose miracolose, usalo con umiltà, non con sentimento di superbia. Il Signore infatti, parlando di certi falsi profeti, disse che anch’essi avrebbero compiuto segni miracolosi e prodigi (cf. Mt 24, 24). Non sia in voi dunque l’ambizione degli onori del secolo. Bramare questa gloria è segno di superbia. L’uomo vuole pavoneggiarsi con gli onori; crede di essere grande, se ha grandi ricchezze o una posizione di potere.

[Cristo tentato dal diavolo.]

14. Ecco dunque le tre concupiscenze: ogni cupidigia umana è messa in moto dai desideri della carne, dalla bramosia degli occhi e dall’ambizione degli onori. Il Signore stesso fu tentato dal diavolo su queste tre concupiscenze. Fu tentato nei desideri della carne, quando gli fu detto: Se sei il Figlio di Dio, di’ a queste pietre che diventino pane (Mt 4, 3). Dopo il digiuno infatti egli sentiva fame. Ma in qual modo respinse il tentatore ed a noi suoi soldati insegnò a combattere? Fà attenzione a quanto rispose: L’uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che viene da Dio (Mt 4, 4; Deut 8, 3). Fu tentato anche nella cupidigia degli occhi e sollecitato a fare un miracolo, quando il tentatore gli disse: Buttati giù, poiché sta scritto: egli per te ha dato ordine ai suoi Angeli, affinché ti sorreggano e non batta il tuo piede contro la pietra (Mt 4, 6; cf. Ps 90, 11). Ma il Cristo si oppose al tentatore; se avesse fatto quel miracolo, sarebbe parso che avesse ceduto alla tentazione o si fosse lasciato trascinare dalla curiosità: egli operò dei miracoli ma quando volle agire come Dio e per curare degli ammalati. Se avesse compiuto il miracolo allora, avrebbe dato a vedere di avere il solo scopo di dare spettacolo. Ma perché gli uomini non avessero questa impressione, senti bene ciò che rispose al demonio, così che anche tu possa ripetere queste parole, quando ti assalisse la medesima tentazione. Rispose dunque: Via da me, o Satana; sta scritto infatti: Non tenterai il Signore Dio tuo (Mt 4, 7). Cioè: se farò questo, tenterò il Signore. Egli ti ha suggerito le parole che anche tu devi ripetere. Quando il nemico ti viene a dire: Che uomo sei tu, che cristiano sei? che miracoli hai fatto, quali morti sono resuscitati in forza delle tue orazioni, quale salute hai ridato ai febbricitanti? se fossi cristiano di valore, saresti in grado anche di fare dei miracoli. Allora tu rispondi: Sta scritto: non tenterai il Signore Dio tuo (Dt 6, 16). Non tenterò Dio, mentre quasi che soltanto facendo miracoli io potessi appartenere a Dio, mentre non facendoli, non potessi dire di appartenergli. Che significherebbero allora le parole: Godete, perché i vostri nomi sono scritti in cielo? In che modo invece il Signore fu assalito con la tentazione della gloria di questo mondo? Essa avvenne quando il diavolo lo sollevò sopra un monte altissimo e gli disse: Tutto questo ti darò se, prostrato, mi adorerai. Il diavolo volle tentare il Re dei secoli, dandogli la speranza di essere innalzato a re di tutta la terra; ma il Signore che creò il cielo e la terra, disprezzò il diavolo. C’è forse da meravigliarsi che il diavolo venga vinto dal Signore? Egli rispose al diavolo ciò che tu stesso, come egli ti insegnò, devi rispondergli: E’ scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a lui solo (Mt 4, 10; Deut 6, 13). Se ricorderete queste parole e le praticherete, non avrete in voi la concupiscenza del mondo, non vi domineranno né i desideri della carne, né la cupidigia degli occhi, né la brama della gloria; allora permetterete alla carità di entrare in voi più largamente e così amerete il Signore. Se invece ci sarà in voi l’amore del mondo, non potrà esservi l’amore di Dio. Conservate l’amore di Dio affinché restiate in eterno, così come Dio è eterno. Ciascuno è tale quale l’amore che ha. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? dovrei concludere: tu sarai Dio. Ma non oso dirlo io e perciò ascoltiamo la Scrittura: Io ho detto: Voi siete dèi e figli tutti dell’Altissimo (Sal 81, 6). Se dunque volete essere dèi e figli tutti dell’Altissimo, non vogliate amare il mondo e ciò che si trova nel mondo. Tutto ciò che è nel mondo, è desiderio carnale, cupidigia degli occhi, ambizione di gloria; ora tutto ciò non proviene dal Padre ma dal mondo: cioè dagli uomini che amano il mondo. Il mondo passa e le sue concupiscenze; chi invece fa la volontà di Dio, rimane in eterno (1 Gv 2, 15-17).