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Nel 1905, in un manoscritto in lingua siriaca, furono identificati quaranta inni definiti le Odi di Salomone. Nella diciannovesima si leggevano questi versi: «Lo Spirito stese le sue ali sul grembo della Vergine / ed ella concepì e partorì divenendo madre-vergine… / Lo generò come esempio, lo possedette con grande potenza, / lo amò come grande salvezza, lo custodì con soavità / e lo mostrò nella sua grandezza». Siamo anche noi davanti a questa che è la prima e la più alta delle donne che Luca ci presenta nel suo Vangelo e che noi stiamo progressivamente allineando settimana dopo settimana.

Siamo ora a Betlemme, «la città di Davide» in Giudea (2,4) ove, dopo un viaggio stremante fin dalla settentrionale Galilea, Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’alloggio» della casa che aveva ospitato la coppia di Maria e Giuseppe (2,7). Alla sobria nota di Luca, ben diversa dalle fantasiose aggiunte dei Vangeli apocrifi, vorremmo accostare solo due brevi considerazioni. La prima riguarda la definizione di Gesù come «figlio primogenito». L’espressione nel linguaggio di allora non indicava che la madre avesse poi generato altri figli perché il termine aveva innanzitutto un valore giuridico: il primogenito era una figura fondamentale nel governo e nella continuità della famiglia. È curioso notare che un testo giudaico del I secolo d.C. citi una donna (anch’essa di nome Maria) morta di parto «dando alla luce il suo figlio primogenito».

L’altra osservazione riguarda la descrizione che Luca fa con finezza dei gesti di Maria che, come una mamma premurosa e affettuosa, avvolge con le fasce il suo piccino e lo depone in quella culla improvvisata. Del Battista si diceva soltanto che «per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio» (1,57). Giovanni era nato nella casa sacerdotale di suo padre Zaccaria; Gesù nasce nella povertà, privo di un guanciale, ma circondato dalla tenerezza di sua madre. Come è noto, i Vangeli apocrifi hanno introdotto, accanto alla coppia modesta di Maria e Giuseppe, anche due animali tipici del mondo dei contadini, il bue e l’asino, ignoti all’evangelista Luca. Forse si voleva fare un’allusione a un passo di Isaia: «Il bue conosce il padrone e l’asino la greppia del suo proprietario, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (1,3).

Era, quindi, un lamento per la solitudine e la povertà del neonato che però aveva accanto, in quello spazio della casa riservato agli animali, non solo la dolcezza di sua madre ma anche il calore di due bestie compagne della vita quotidiana dei contadini. Davanti a questa scena che san Francesco ha riprodotto nel suo presepio di Greccio, concludiamo con una stupenda rappresentazione di Maria mentre contempla il neonato. A formulare in modo luminoso i suoi sentimenti è stato paradossalmente uno scrittore e filosofo ateo francese, Jean-Paul Sartre, nel suo dramma Bariona o il figlio del tuono, composto in un lager nazista nel Natale 1940.

«Maria lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e la forma della sua bocca è la mia. È Dio e mi assomiglia! Nessuna donna ha avuto il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e vive».

20 dicembre 2018
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