Papa Francesco sfida la pandemia e torna a viaggiare: volerà in Iraq, dal 5 all’8 marzo 2021. Una visita storica, perché Bergoglio sarà il primo pontefice a mettere piede sulla terra di Abramo.

DOMENICO AGASSO JR
07 Dicembre 2020
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CITTÀ DEL VATICANO. Papa Francesco sfida la pandemia e torna a viaggiare. «Accogliendo l’invito della Repubblica d’Iraq e della Chiesa Cattolica locale, Papa Francesco compirà un Viaggio Apostolico nel suddetto Paese dal 5 all’8 marzo 2021, visitando Bagdad, la piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, la città di Erbil, così come Mosul e Qaraqosh nella piana di Ninive. A suo tempo sarà pubblicato il programma del viaggio, che terrà conto dell’evoluzione dell’emergenza sanitaria mondiale». Lo fa sapere in una dichiarazione il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni.

Per il Pontefice una trasferta di quattro giorni, dunque, dopo quindici mesi durante i quali ha sospeso i pellegrinaggi internazionali a causa della pandemia. Il viaggio rappresenta «un gesto concreto di vicinanza a tutta la popolazione di quel martoriato Paese», evidenzia Vatican News». Jorge Mario Bergoglio «aveva espresso chiaramente l’intenzione di visitare l’Iraq il 10 giugno 2019, durante l’udienza ai partecipanti alla Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali (Roaco). “Un pensiero insistente mi accompagna pensando all’Iraq – diceva, condividendo la volontà di andare nel 2020 – perché possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della società, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali”».

Una possibilità apparsa sempre più concreta e vicina, quando il 25 gennaio 2020, il Papa «riceveva in Vaticano Barham Salih, Presidente della Repubblica d’Iraq. Il Capo di Stato, aveva incontrato anche il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Erano state affrontate le sfide del Paese, come quella di “favorire la stabilità e il processo di ricostruzione – evidenziava una nota della Sala Stampa vaticana – incoraggiando la via del dialogo e della ricerca di soluzioni adeguate a favore dei cittadini e nel rispetto della sovranità nazionale”. Centrale “l’importanza di preservare la presenza storica dei cristiani” e “la necessità di garantire loro sicurezza e un posto nel futuro” del Paese».

In Iraq, infatti, prima del 2003, anno del conflitto che porta alla caduta di Saddam Hussein, i cristiani «erano circa 1-1,4 milioni. L’orrore della guerra e l’occupazione della Piana di Ninive da parte del sedicente Stato islamico, tra il 2014 e il 2017, li ha ridotti a circa 300-400mila». Salih ha più volte sottolineato «il valore dei cristiani e il loro ruolo nella costruzione, sulla stessa linea il premier, Mustafa Al-Kazemi, il quale ha invitato i cristiani, fuggiti dall’Iraq a causa delle violenze, a tornare per contribuire alla ricostruzione». Restano però ancora aperti «i cantieri della pace, della sicurezza e della stabilità. La crisi economica, la disoccupazione, la corruzione e il dramma dei circa 1,7 milioni di sfollati interni mettono a dura prova i progetti di sviluppo». L’Unicef stima che «oltre 4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, la metà sono bambini». E in questo contesto «in cui mancano ospedali e medicine», il Covid-19 ha ucciso migliaia di persone».

Si concretizza così il progetto di papa san Giovanni Paolo, «che vedeva l’Iraq, nella piana di Ur dei Caldei, come la prima tappa del suo pellegrinaggio giubilare». Il viaggio di Wojtyla era stato programmato dal 1° al 3 dicembre 1999: «Ma non si era realizzato, perché Saddam Hussein, dopo trattative durate alcuni mesi, aveva deciso di rimandarlo. Vent’anni dopo quel sogno di Giovanni Paolo II si avvera per il suo secondo successore».