Gli ostacoli di ordine intellettuale che fino a questi ultimi tempi mi avevano fermata sulla soglia della Chiesa si possono, a rigore, considerare eliminati, dal momento che voi non rifiutate di accettarmi quale sono. Tuttavia ne restano ancora alcuni.
Tutto sommato, credo si riducano a questo: alla mia paura della Chiesa nel suo aspetto sociale. Non soltanto a causa delle sue colpe, ma proprio perché essa è, fra l’altro, anche un fatto sociale. Non che io sia per natura individualista. Ho paura per la ragione contraria: perché ho in me una forte tendenza ad essere gregaria. Sono per disposizione naturale molto influenzabile, soprattutto dai fenomeni collettivi. Se in questo momento avessi davanti a me una ventina di giovani tedeschi che cantano in coro inni nazisti, so che una parte della mia anima diverrebbe immediatamente nazista. E’ una grandissima debolezza, ma sono fatta così. Credo non serva a nulla combattere direttamente le debolezze naturali. Bisogna farsi violenza per agire come se esse non esistessero allorché un dovere lo esige imperiosamente; nel corso ordinario della vita è necessario conoscerle bene, tenerne prudentemente conto e sforzarsi di trarne il buono, perché esse sono tutte suscettibili di essere bene impiegate.
Ho paura del patriottismo ecclesiastico che esiste negli ambienti cattolici. E per patriottismo intendo il sentimento che accordiamo a una patria terrena. Ne ho paura perché temo di lasciarmene contagiare. Non che la Chiesa mi sembri indegna di ispirare un tale sentimento, ma per parte mia rifiuto ogni sentimento del genere. L’espressione «rifiuto» è impropria. Io so e sento con certezza che qualsiasi sentimento di questo genere, qualunque ne sia l’oggetto, è funesto per me. Vi furono santi che approvarono le Crociate, l’inquisizione, ma io non posso impedirmi di pensare che hanno avuto torto: altrimenti rifiuterei la luce della coscienza. Se penso che su questo punto vedo più chiaro di loro, io così inferiore a loro, devo ammettere che furono accecati da qualcosa di ben potente. Questo qualcosa è la Chiesa in quanto fenomeno sociale. E se questo fenomeno sociale ha fatto del male a loro, quale male non farebbe a me, che sono particolarmente sensibile alle influenze sociali e infinitamente più debole?
Non si è mai detto né scritto nulla che sia andato oltre le parole del demonio a Cristo – riferite in san Luca – a proposito dei regni di questo mondo: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria che ne deriva, perché è stata data a me, a me e a ogni essere cui io voglia farne parte». Ne consegue che il sociale è irrimediabilmente dominio del demonio. La carne fa dire “io”, il diavolo fa dire “noi”; oppure, come i dittatori, “io” con significato collettivo. E, in conformità della propria missione, il demonio fabbrica una falsa imitazione, un surrogato del divino. Per sociale non intendo tutto ciò che si riferisce a una collettività organizzata, ma soltanto i sentimenti collettivi. So benissimo che è inevitabile che la Chiesa abbia un aspetto sociale, senza il quale non esisterebbe. Ma, in quanto fenomeno sociale, essa appartiene al Principe di questo mondo. Proprio perché è organo di conservazione e trasmissione della verità, tale suo aspetto costituisce un pericolo enorme per coloro che, come me, sono eccessivamente esposti e sensibili alle influenze sociali, perché così l’estrema purezza e l’estrema corruzione, essendo simili e confuse sotto le medesime parole, formano un miscuglio che è quasi impossibile scomporre.
Esiste un ambiente cattolico pronto ad accogliere calorosamente chiunque vi entri. Ora, io non voglio essere adottata da un ambiente, abitare in un ambiente in cui si dica «noi» e far parte di questo «noi», sentirmi a casa mia in un ambiente umano, qualunque esso sia. Dicendo «non voglio» mi esprimo male, perché lo vorrei: tutto ciò è molto piacevole, ma sento che non mi è permesso, sento che per me è necessario, che mi è prescritto di starmene sola, straniera e in esilio rispetto a qualsiasi ambiente umano, senza eccezione. Ciò sembra in contraddizione con quanto vi scrivevo a proposito del mio bisogno di fondermi con qualsiasi ambiente in cui venga a trovarmi, di scomparirvi; in realtà, l’idea è la stessa: scomparire in un ambiente non significa farne parte, e la capacità di fondermi in ognuno di essi implica che io non faccia parte di nessuno.
Dalla seconda lettera a P. Perrin

Per l’Avvento vi propongo un itinerario (non tracciato) di ricerca di Dio con Simone Weil (1909-1943). Nata a Parigi da genitori ebrei non praticanti e educata nell’agnosticismo, è stata una appassionata ricercatrice della verità: “il bisogno di verità è il più sacro di tutti”. Malgrado la sua breve esistenza (è morta a Londra a 34 anni), si tratta di una straordinaria figura poliedrica, militante politica e sindacale, combattente per la giustizia, filosofa, scrittrice e mistica. Alcuni la ritengono il maggior filosofo del Novecento, ma fu emarginata perché filosofa fuori coro. La sua sete di verità la portò a un cammino di ricerca della fede cristiana e ad una esperienza religiosa e mistica, tale da essere definita “l’intelligenza della santità”. Questa dimensione mistica è una chiave privilegiata di lettura della sua opera. Ma tuttavia una cristiana e mistica atipica che preferì non essere battezzata e rimanere sulla soglia della Chiesa.
Ecco alcuni testi estratti da: Simone Weil ATTESA DI DIO