L’Apocalisse:
il Mistero Pasquale luce della storia

Capitoli 17-18
La fine della storia rivela la vittoria dell’Agnello immolato

Lectio divina sull’Apocalisse – Pino Stancari sj

Quanto adesso leggiamo nel cap. 17, e poi leggeremo di seguito, forma quelle visioni di Giovanni che sono, per così dire, interne a quest’ultimo quadro nella visione precedente: la caduta di Babilonia. Possiamo intitolare così una sezione che adesso ci porterà dall’inizio del cap. 17 fino al v. 10 del cap. 19 (da 17, 1 a 19, 10): la caduta di Babilonia.

Dal v. 1 al v. 18 sono i versetti che compongono il capitolo 17: ci troviamo dinanzi a Babilonia così come Giovanni la vede, la riconosce e la mostra al nostro sguardo nel contesto della sua contemplazione profetica.

La grande prostituta

Cap. 17, vv. 1-7. Ecco come Giovanni descrive la grande città capitale dell’impero che – noi ben lo sappiamo – nel suo contesto storico è Roma. Babilonia la grande, nel linguaggio e in base all’esperienza storica del nostro Giovanni, è Roma capitale dell’impero.

Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: «Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto”. C’è di mezzo una grande prostituta: esattamente quella città che è la centrale di ogni idolatria e che ha svolto un ruolo di seduttrice in rapporto a tutte le altre presenze e le altre figure che si sono man mano espresse lungo il corso della storia umana. Ha usato lo strumento della prostituzione per inebriare i re e gli abitanti della terra, come leggevo nel v. 2, e tutti costoro si sono prostituiti insieme con lei. E’ per questo che all’inizio del v. 3 Giovanni afferma: “L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto”.

La presenza di questa grande prostituta sulla scena del mondo coincide per Giovanni con la constatazione che l’impianto dell’intera storia umana ha assunto le caratteristiche di un deserto. E’ desertificata la storia umana; è desertificato il mondo dal momento che la grande prostituta si dedica alle sue opere di seduzione. Poco fa richiamavo quel riferimento alla città di Caino che sta all’inizio di una tradizione che si ripete poi nel corso della storia, di tappa in tappa, in diversi contesti, con caratterizzazioni sempre piuttosto originali. La città di Caino è impiantata su un principio che viene comunque rielaborato e comunque sempre ribadito, anche se implicitamente e segretamente, da ogni altra città che assume il medesimo ruolo che Caino le ha conferito fin dall’inizio. Il principio che viene richiamato qui tra le righe e con cui avremo a che fare successivamente, consiste nella negazione della fraternità: da Caino in poi la città degli uomini è costruita come emblema della loro potenza, della loro capacità di dominare il mondo, della loro capacità di assorbire e strumentalizzare tutte le competenze, tutte le esperienze e quindi tutte le creature di questo mondo; la città di Caino è impiantata su questo fondamento. E’ lo strumento grandioso ed efficacissimo che consente agli uomini di dominare il mondo purchè sia evitata la relazione fraterna.

Per questo il “deserto”, che è la condizione nella quale si trova l’umanità dopo essersi allontanata dal giardino della vita. In contrapposizione, in alternativa al giardino della vita; nell’impossibilità di abitare ancora nel giardino della vita, ecco allora il deserto. E qui importa poco attribuire al deserto quelle connotazioni che sono proprie di una componente dello scenario cosmico secondo il linguaggio degli esperti in geografia. Il deserto non nel senso tecnico nella terminologia propria dei geografi, ma il deserto in quanto è la scena del mondo che oramai è abitata, è occupata, è gestita in maniera tale da renderla il luogo nel quale viene edificata quella città che, secondo il piano di Caino e dei suoi successori, dovrebbe consentire all’umanità di ergersi come protagonista della propria storia purchè sia evitata la relazione fraterna. Deserto. C’è una volontà di morte che sta a fondamento della città di Caino e adesso, vedete, Giovanni sta decifrando proprio questo fondamento, sta imparando a riconoscerlo. La sua visione diviene lettura di quel che l’apparenza della storia umana – al di là degli aspetti grandiosi e affascinanti che può assumere – custodisce in se stessa come vero e proprio principio di riferimento, come vero e proprio motivo strutturale da cui dipende la vita della grande città, da cui dipende la prostituzione a cui essa si dedica in modo sempre più invasivo.

(presso le grandi acque) vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna”. E’ la capitale dell’impero (la bestia è l’impero); la donna, quella grande prostituta di cui ci parlava Giovanni prima, cavalca la bestiain postura caratterizzata dai segni del lusso fino allo spreco più sfrenato. La bestia è “scarlatta, coperta di nomi blasfemi”: è abituata a professare la propria identità come il vanto che essa vuole trarre dalla propria depravazione. E la donna che cavalca la bestia sembra essere proprio l’interprete che, con splendida immagine di sé, ha assunto il compito di far della depravazione della bestia l’ostentazione che si impone sulla scena del mondo. Notate ancora: “sette teste e dieci corna” per quanto riguarda la bestia, già descritta nel cap. 13: i segni del potere. “Sette teste e dieci corna”: la forza incontrollata che è posta al servizio di un potere che, in sé e per sé, viene affermato come valore assoluto, sacro, divino.

V. 4: “La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra»”. La donna svolge un ruolo prestigioso in quanto conferisce visibilità, una visibilità sfacciata per come si presenta carica di tutti i segni della ricchezza illimitata. E’ la donna che rende visibile in modo così appariscente quel principio del potere che la bestia porta in sé come valore assoluto. Si tratta di una maternità che è feconda in ordine alla corruzione: “la madre delle prostitute e degli abomini della terra”. Questa è Babilonia la grande; e di questa sua modalità di approccio al mondo – il nome misterioso – Babilonia si fa vanto. Una maternità feconda in vista di un coinvolgimento nella corruzione per cui nessuno deve essere escluso, anzi tutti devono essere coinvolti e tutto, per quanto riguarda la scena del mondo, deve essere opportunamente desertificato. Babilonia – lo ripeto –per Giovanni è Roma.

Vv. 6 e 7: “E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù”. Già lo sappiamo: la città è fondata sul sangue e si bea di questa ebbrezza che corrisponde a quella strutturale volontà di morte fondamento dell’impianto che, da Caino in poi, si impone come punto di riferimento per quanto riguarda il racconto della storia umana e l’impegno dedicato dagli uomini ad affermarsi come protagonisti della loro storia. “Quella donna era ebbra del sangue” e qui, vedete, l’accenno è esplicito al sangue dei martiri di Gesù, laddove la città che cavalca la bestia elimina sistematicamente coloro che si sono rivolti verso Gesù e che si sono affidati all’Agnello per essere testimoni, fino al martirio, della sua vittoria gloriosa. Sappiamo già che quando Giovanni ci parla di personaggi del genere o di situazioni che hanno a che fare con loro non fa riferimento a scenografie particolarmente vistose. Il sangue dei martiri di Gesù, è nascosto, apparentemente invisibile. Per quanto concerne l’immediata emergenza degli eventi e dei personaggi che popolano la scena del mondo, questo sangue è dimenticato, è trascurato, è ignorato. Quella donna è ebbra di questo sangue, lo ha inghiottito, digerito, espulso.

Proprio qui spunta lo sguardo contemplativo di Giovanni: “Al vederla, fui preso da grande stupore (stordimento). Ma l’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna”. Adesso si tratta di passare, attraverso lo stordimento che Giovanni avverte dal momento che si rende conto di questa situazione, alla intelligenza spirituale. Ci sono di mezzo i martiri di Gesù (v. 6), coloro che, mentre è in corso la storia dell’umanità, rendono testimonianza alla potenza redentiva di quella presenza che si è imposta una volta per tutte come sorgente di fraternità universale. E’ la presenza dell’Agnello, è Lui il protagonista mentre l’evangelizzazione in corso coincide con questa testimonianza profetica resa dai martiri: poveri martiri, sconosciuti, ignorati, cancellati, ma fedeli al valore prezioso e santo di quel vincolo di fraternità universale che corrisponde al protagonismo dell’Agnello.

La bestia vuole imporsi come dio, ma si autodistrugge

E adesso, dal v. 8 al v. 18, dopo che l’attenzione si è concentrata su quella donna che cavalca la bestia, vengono richiamati e presi in considerazione gli elementi di contorno, a partire dalla bestia. “La bestia che hai visto (è l’angelo che parla a Giovanni) era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà”. Notate bene questo linguaggio (che noi conosciamo fin dalle prime battute del nostro libro), laddove il Dio vivente è interpellato da Giovanni mediante questo titolo che a Lui compete in modo inconfondibile: “Colui che era, Colui che è, Colui che viene”. Adesso è proprio in opposizione a Dio che la bestia vuole affermarsi, applicando a sé stessa quella terminologia che di per sé riguarda Dio e solo Lui.

Difatti la bestia manifesta una straordinaria vitalità che le consente di superare momenti di crisi (è una constatazione su cui già ci eravamo soffermati leggendo il cap. 13). D’altra parte la bestia non può far altro che scimmiottare quel che è proprio di Dio e quel che è proprio dell’evento redentivo, il Mistero Pasquale, in cui il Figlio è morto ed è risorto. In ogni modo qui Giovanni allude a una vicenda che ha segnato gli animi dei suoi contemporanei. L’impero ha conosciuto un periodo di crisi: il caso di Nerone e quel che avviene nel momento in cui, nel corso di un anno dopo la morte di Nerone, si avvicendano tre imperatori, fino a che sarà Vespasiano ad assumere in modo incontestabile il potere. E’ una nuova dinastia con lui: da Vespasiano, poi Tito, poi Domiziano. Un tempo di crisi, ma l’impero è in grado di affrontare le proprie difficoltà e di superarle con brillante, geniale originalità. Gli animi dei contemporanei rimangono incantati dinanzi a questo spettacolo.

La bestia era, ma non è più, salirà dall’abisso. Probabilmente qui Giovanni allude a quella che per i suoi contemporanei era l’attesa di un “Nero redivivus”, un nuovo Nerone. Nerone è un personaggio tragico e affascinante insieme e la sua scomparsa ha trascinato con sé l’impero in una situazione di caos generale. Ma ecco come l’impero si è affermato con una dimostrazione di potenza in crescita, in maniera sempre più strabiliante, dal punto di vista sia militare che civile; sia politico che culturale, promuovendo il suo modello in giro per il mondo. Lo stordimento generale impedisce agli uomini di rendersi conto che questa grandiosa manifestazione di vitalità, per cui l’impero supera le proprie crisi, in realtà è orientata alla perdizione: non ha alternativa se non quella di precipitare in un abisso di perdizione. “E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo si stupiranno al vedere che la bestia era, non è più, ma riapparirà”. Si stupiscono perché sono storditi. Qui Giovanni fa riferimento alla visione lucida e alla consapevolezza, intimamente maturata, di coloro che appartengono alla vita – sono i martiri – perché rifiutano la grandiosa menzogna di cui la bestia si fa vanto.

V. 9: “Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli (vedete che siamo proprio a Roma) sui quali è seduta la donna (Roma); e sono anche sette re”.Dunque sette colli e, nello stesso tempo, sette re. Con qualche incertezza si può ricostruire l’elenco: Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone; il sesto sarebbe Vespasiano, il settimo Tito, imperatore per un paio d’anni, non di più; l’ottavo potrebbe essere Domiziano, personaggio violento e dedito ad attività di persecuzione davvero in larga scala, che incarnerebbe la figura di Nerone redivivo. Più o meno, ma sono applicazioni molto marginali, molto approssimative e importa poco scendere così nel dettaglio. Quello che conta è rendersi conto del fatto che, comunque, Giovanni non sta parlando in modo generico della storia umana, ma della cronaca del tempo; sta parlando ai propri contemporanei nel contesto di una vicenda che li coinvolge tutti.

Rileggo:“Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re. I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto (qui Giovanni si porrebbe nell’epoca di Vespasiano) e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco (sarebbe Tito). Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione”. Uno dei sette (sarebbe Nerone); l’ottavo è aggettivo che rinvia alla figura messianica. Ciò che è “ottavo”, nel linguaggio biblico, riguarda il Messia e questa è una messianità capovolta, una messianità demoniaca, che appartiene all’abisso, che è funzionale alla perdizione. Nello stesso tempo Giovanni coglie nei suoi contemporanei quello che avviene in ogni generazione, là dove lo sguardo di un profeta è rivolto alla propria gente e dunque nell’attualità della storia: l’illusione di aver a che fare con un impero permanente. Questa è l’illusione dei contemporanei.

Ma, vedete, resta vero che i primi cinque sono caduti (v. 10). Dunque, la storia dell’impero in realtà è una sequenza di cadute, di crolli, di disfatte, di vicende che precipitano in modo sempre più doloroso e catastrofico, con quei recuperi però, con quei ritorni, con quelle forme di reviviscenza che incantano le generazioni che si stanno succedendo una dopo l’altra sulla scena della storia. Ma il dato oggettivo è questo: si va da una caduta all’altra e nello stesso tempo ecco come è permanente l’illusione di aver a che fare con un impero che potrà finalmente imporsi in modo esauriente, efficace, universale, definitivo.

V. 11: “Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione.

Dal v. 12 al v. 14: “Le dieci corna che hai viste sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale, per un’ora soltanto insieme con la bestia”. Questi sono altri re, dieci re per indicare una moltitudine anche se è una moltitudine non completa perché la decina nella terminologia biblica non è completezza; la dozzina è completezza, la decina è moltitudine, ma una moltitudine aperta, disarticolata, incompleta. La forza dell’impero è costituita e promossa dalla complicità di tutti coloro che aspirano al potere, che siano re nel senso tecnico del termine o che siano aspiranti alla regalità, al potere, là dove gli animi di una moltitudine immensa di uomini convergono in vista di questo unico obiettivo. Dieci re i quali non hanno ancora ricevuto un regno – sono re senza regno – ma aspirano al regno e non desiderano altro che trascorrere un’ora d’amore con la bestia, la grande prostituta. Riceveranno potere regale? Per un’ora soltanto, insieme con la bestia.

Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia”. Non hanno altro desiderio che questo: “consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia”. Sono dieci re, dieci aspiranti re, una moltitudine di uomini che si coagula in questa unica aspirazione: l’esercizio del potere. Non hanno altro desiderio che questo. Ed “Essi combatteranno contro l’Agnello (v. 14), ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli”. Dunque, quella moltitudine di aspiranti re sono degli sconfitti; anzi sono degli sconfitti indomabili che non accettano la disfatta e continuamente, insistentemente, con una pervicacia spudorata, continuano a pretendere di amoreggiare con la bestia, per ottenerne i favori e condividerne il potere. Combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li batterà; sono perdenti.

V. 15: “Poi l’angelo mi disse: «Le acque che hai viste (altro elemento che era presente nella visione precedente: quella donna stava là sul bagnasciuga e vi sguazzava nelle sue prostituzioni), presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue”. Si parlava precedentemente dei dieci re; qui si parla, attraverso l’immagine delle grandi acque, ancora una volta della moltitudine con una sottolineatura ulteriore, la varietà dei sudditi dell’impero: popoli, moltitudini, genti, lingue. “Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta”. Adesso però veniamo a constatare una situazione che ancora non era stata esplicitata, perché arriva il momento in cui le contraddizioni interne al sistema del potere esplodono e in cui la bestia si ribella alla capitale. Le dieci corna sono i dieci re; ci sono le grandi acque; c’è la moltitudine dei sudditi dell’impero e dunque affiora, emerge, esplode l’odio nei confronti della donna. Un’invidia covata a lungo nei confronti della capitale. I vassalli devoti, innamorati, prostrati al servizio della bestia, più esattamente al servizio di quella donna per compiacersi della sua prostituzione, adesso si oppongono come avversari.

Odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco”. Il gusto feroce della rivincita. Dopo aver così lungamente e intensamente amoreggiato con la donna, la soddisfazione di spogliarla, denudarla, sbranarla, bruciarla. E tutto questo – constata Giovanni – realizza un disegno provvidenziale: “Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio. La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra”. E’ la capitale dell’impero, è quella donna.

Questo tumulto di tensioni, di aspirazioni, di cattiverie, di invidie, di odi, di ingiustizie, di prepotenze, tutto fa capo all’esercizio del potere che assume una visibilità così risoluta, intraprendente, mastodontica sulla scena del mondo; tutto questo in realtà elabora dall’interno della storia umana un processo di autodistruzione che, nella visione di Giovanni, ritorna esattamente all’interno della fine che, in modo ineccepibile, rivela il protagonismo dell’Evangelo.

E adesso attraversiamo di corsa i versetti del cap. 18 perché fanno da strascico a quelli che abbiamo appena letto.

Nei versetti da 1 a 8 del cap. 18 un duplice annuncio, che viene ripreso perché già era stato formulato precedentemente. In primo luogo, l’annuncio riguarda la caduta di Babilonia, fino al v. 3; in secondo luogo, l’apertura di quella strada che consente a coloro che sono prigionieri di Babilonia di intraprendere il viaggio di un nuovo esodo.

La caduta di Babilonia

Cap. 18, vv. 1-3: “Dopo ciò, vidi un altro angelo discendere dal cielo con grande potere e la terra fu illuminata dal suo splendore”.Un’epifania della gloria. Il termine splendore qui si traduce “gloria”. Ed è proprio questa manifestazione della gloria di Dio che ci consente di constatare quello che sta succedendo.

Gridò a gran voce:
«E’ caduta, è caduta Babilonia la grande… (un annuncio che già risuonava precedentemente e che adesso rispunta qui)
ed è diventata covo di demòni,
carcere di ogni spirito immondo,
carcere d’ogni uccello impuro e aborrito
e carcere di ogni bestia immonda e aborrita.
Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino
della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con essa
e i mercanti della terra si sono arricchiti
del suo lusso sfrenato
»”.

Appare dunque la realtà di Babilonia: un ingorgo di pretese infernali, fino al momento in cui gli stessi programmi di un potere al collasso, sono travolti da fenomeni autodistruttivi; esplodono contraddizioni irrecuperabili. D’altra parte, Babilonia ha svolto un ruolo magistrale sulla scena del mondo: ha inquinato a più non posso, ha corrotto con prosopopea spudorata, ha fatto di se stessa un’immagine di riferimento, un valore culturale a cui gli uomini dovevano adeguarsi.

Ma “E’ caduta, è caduta Babilonia la grande”. Badate bene: in questo annuncio Giovanni non sta gongolando, non si sta sfregando le mani; Giovanni sa bene che la caduta di Babilonia travolge tutti i suoi abitanti e sa che nella città dimorano anche i martiri di Gesù.

Si apre una via di redenzione

Cap. 18, vv. 4-8: «Poi udii un’altra voce dal cielo..”. Il secondo annuncio riguarda il riconoscimento di quella strada che si apre per consentire la liberazione di coloro che sono schiavi, prigionieri, deportati a Babilonia. E’ vero che a Babilonia ci sono anche i martiri di Gesù, ma è anche vero che mentre Babilonia cade ecco un’opera redentiva in corso, un processo di liberazione si sta compiendo; è una storia di liberazione.

“…Uscite, popolo mio, da Babilonia (notate questa espressione che rinvia inconfondibilmente al linguaggio proprio dell’alleanza tra Dio e il suo popolo:“Io sono il tuo Dio, tu sei il mio popolo”, un’espressione molto affettuosa, una comunione di vita indissolubile quella che lega Dio al suo popolo)
per non associarvi ai suoi peccati (l’identità di questo popolo è determinata dalla comunione non con Babilonia ma con il Dio dell’alleanza)
e non ricevere parte dei suoi flagelli.
Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo
e Dio si è ricordato delle sue iniquità.
Pagatela con la sua stessa moneta,
retribuitele il doppio dei suoi misfatti.
Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva.

Ricordate che questo è l’annuncio di quel profeta che consola il popolo esule a Babilonia, (Is. 40, 1 e 2): “Consolate, consolate il mio popolo… Parlate al cuore di Gerusalemme, e gridatele che è finita la sua schiavitù”. Ha pagato doppio salario per la pena che ha dovuto scontare, e si tratta di Gerusalemme in quel caso. Qui si tratta di Babilonia e, d’altra parte, per quanto paradossale possa sembrarci, Giovanni mentre contempla il disastro a cui Babilonia inevitabilmente va incontro, sta anche considerando come questa pena dolorosissima, di doppia misura, conferma il valore di una chiamata che il Dio vivente riserva ai primogeniti perché doppia è la parte dei primogeniti. Doppio è il castigo perché è confermata una primogenitura. Ma in questo caso la primogenitura non riguarda Gerusalemme, riguarda Babilonia. In realtà Gerusalemme e Babilonia sono nelle stesse condizioni e uscire da Babilonia non vuol dire lasciare che essa vada in malora e venirsene fuori con qualche acrobazia riservata ai più abili, ai meglio informati, ai più furbi. Uscire da Babilonia significa rendersi conto che quella caduta della città rappresenta l’unica vera strada per il recupero dell’umanità intera alla propria vocazione originaria. “Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva

V. 7: “Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo lusso,
restituiteglielo in tanto tormento e afflizione.
Poiché diceva in cuor suo:
Io seggo regina
(questa è una citazione di Isaia 47),
vedova non sono e lutto non vedrò (vedete il vanto sfacciato e davvero smisurato di Babilonia);
per questo, in un solo giorno,
verranno su di lei questi flagelli:
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio
che l’ha condannata
”.

Gli sprechi di Babilonia si trasformeranno in flagelli (quelli di cui Giovanni ci parlava nelle citazioni precedenti) e nello stesso tempo – non dimenticate mai – è proprio al popolo dell’alleanza che è affidata questa responsabilità nei confronti di Babilonia: una responsabilità di evangelizzazione proprio là dove Babilonia cade. Doppia misura; la misura riservata ai primogeniti. Così andava per Gerusalemme; così è per la storia umana.

Il lamento dei re della terra

Dal v. 9 il testo prosegue con brani che assumono la fisionomia evidentissima di lamenti che si succedono e qui noi riconosciamo l’eco di voci profetiche che sono disseminate lungo il corso della storia della salvezza (basterebbe ritornare al libro di Ezechiele nei capp. 27 e 28, e al libro di Isaia nel cap. 47 che ho appena citato).

Primo lamento, vv. 9-10, per la caduta di Babilonia. I soggetti implicati sono i re della terra; sono loro che si lamentano.

I re della terra che si sono prostituiti e han vissuto nel fasto con essa piangeranno e si lamenteranno a causa di lei, quando vedranno il fumo del suo incendio, tenendosi a distanza per paura dei suoi tormenti e diranno:
«Guai, guai, immensa città,
Babilonia, possente città;
in un’ora sola è giunta la tua condanna
!»”.

Notate come i re della terra sono pieni di ammirazione nei confronti della forza di Babilonia; si sono dedicati a lungo al gioco delle alleanze, delle complicità; tutto in obbedienza al principio del potere accolto e celebrato come riferimento sacro, dotato di valore assoluto. Ebbene, proprio loro, i re della terra, adesso si trovano dinanzi ad una scena che li costringe a rendersi conto di che cosa c’era sotto quella forza di Babilonia da loro tanto ammirata. C’era il tormento della paura, c’era un’angoscia covata come un sospetto inesprimibile, ma un sospetto in grado di invadere le zone più profonde e più intime degli animi umani, il sospetto di essere esposti a sviluppi repentini di eventi imponderabili come adesso è avvenuto:

tenendosi a distanza per paura e diranno:
«Guai, guai, immensa città,
Babilonia, possente città;
in un’ora sola è giunta la tua condanna
!».

In un’ora sola. Un disastro così repentino, ma in realtà già sospettato, un’ipotesi tenuta nascosta, sempre archiviata; un accenno a un evento costantemente rinviato, trascurato, negato, rifiutato. Eppure, vedete, la presenza di quel sospetto nell’animo umano ha esercitato un effetto devastante, un tormento continuo: il lamento dei re della terra.

Il lamento dei mercanti

Secondo lamento, vv. 11-17 prima metà. E adesso sono i mercanti che si lamentano; anche loro piangono e gemono perché la città è il grande mercato e qui fanno l’inventario della loro mercanzia. Se è venuta meno Babilonia la grande come potranno fare i mercanti della terra a piazzare le loro merci?

Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci: carichi d’oro, d’argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto (notate questo elenco: sembra di assistere alla contabilità di un tecnico, di un ragioniere che sta ponendo nel registro le diverse mercanzie per stabilire poi la collocazione di esse, la quantità, il prezzo corrispondente); legni profumati di ogni specie, oggetti d’avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane” (notate bene: nell’elenco c’è anche la vita umana; è una merce pure quella, sta nell’elenco; schiavi e vite umane. Il mercato universale… fino alla noia, sembra di poter aggiungere. E i mercanti adesso si lamentano perché hanno perso l’entusiasmo che nell’epoca giovanile avevano per la loro attività commerciale).

«I frutti che ti piacevano tanto,
tutto quel lusso e quello splendore
sono perduti per te,
mai più potranno trovarli
» (vedete che dolore).

I mercanti divenuti ricchi per essa, si terranno a distanza per timore dei suoi tormenti; piangendo e gemendo, diranno:
«Guai, guai, immensa città,
tutta ammantata di bisso,
di porpora e di scarlatto,
adorna d’oro,
di pietre preziose e di perle!
In un’ora sola
è andata dispersa sì grande ricchezza
!»”.

Qui alla lettera dice: è andata “desertificata” una così grande ricchezza. E anche qui, vedete; sotto quella ricchezza, che i mercanti adesso vagheggiavano come prerogativa illustre e meravigliosa della città, dove tutto si commerciava – anche la vita umana – motivo di ammirazione così appassionato, che cosa c’era? Ancora una volta c’era il tormento della paura in vista di una ipotizzata, repentina desertificazione. Se venisse meno tutto? In realtà viene meno tutto: Babilonia è caduta.

Il lamento dei naviganti

Terzo lamento, v. 17-19: questi sono i naviganti nel senso di coloro che viaggiano per mare, ma anche nel senso di tutti coloro che, in giro per il mondo, fanno riferimento a Babilonia come al proprio modello culturale. Mettiamola così, forse ci intendiamo meglio. Questi sono “i naviganti”. Dall’estrema periferia del mondo, anche chi non abita a Babilonia sa che essa è il suo riferimento di valore, garanzia di un sistema culturale che è motivo di conforto, di incoraggiamento, di sicurezza. Anche dall’estrema periferia del mondo orientarsi verso la grande città significa sentirsi al proprio posto. E adesso Babilonia è caduta. Questo significa che per i naviganti è venuto meno il modello culturale.

Tutti i comandanti di navi e l’intera ciurma, i naviganti e quanti commerciano per mare se ne stanno a distanza, e gridano guardando il fumo del suo incendio: «Quale città fu mai somigliante all’immensa città?». (Vedete, questo è l’interrogativo: ma chi come lei? Come faremo una volta che il nostro modello di riferimento si è disintegrato?).

Gettandosi sul capo la polvere gridano, piangono e gemono:
«Guai, guai, immensa città,
del cui lusso
(qui più che “lusso” è la qualità preziosa, nel senso che non è semplicemente la sovrabbondanza in termini quantitativi, ma è proprio il prestigio del modello culturale, la qualità che la vita umana assume in rapporto a quell’immagine realizzata da Babilonia in modo esemplare. Ma se è caduta Babilonia è scomparso il modello, è venuta meno la qualità della vita, non si sa più quale sia la qualità di riferimento. Chi come lei?)
quanti avevano navi sul mare!
In un’ora sola fu ridotta a un deserto!
»

Per i naviganti (nel senso che sappiamo) quel faro, osservato a distanza come inconfondibile punto di riferimento per la storia umana, si è spento; l’orientamento è perduto; tutti si trovano in uno stato di lutto, un cordoglio generale. Ancora una volta: che cosa c’era sotto quella realtà che è stata così lungamente celebrata come garanzia di stabilità, di benessere, come esempio di qualità a cui la vita dell’umanità intera doveva configurarsi? Nel lamento dei naviganti si passa dall’ammirazione per certi valori qualitativi al dramma di un cordoglio inconsolabile. I valori di riferimento non ci sono più, è caduta Babilonia. In un’ora sola fu ridotta a un deserto.

Questa è storia di salvezza: esultate

Qui un intermezzo. Tre lamenti si sono succeduti, poi arriverà anche il quarto; ma vedete che qui c’è un’irruzione canora, nel v. 20, poi un’aggiunta ancora nel v. 21: “Esulta, o cielo, su di essa (questa voce è rivolta al cielo), e voi, santi, apostoli, profeti, (la stessa voce si indirizza anche a coloro che, in modo un po’ generico, possiamo senz’altro definirei cristiani”, in riferimento alla pienezza del disegno così come esso si incastona nell’ampiezza del grembo di Dio. Notate come questo proclama è in diretta contrapposizione con i lamenti che si sono succeduti), perché condannando Babilonia Dio vi ha reso giustizia!.

L’intervento di Dio nella storia comporta la liberazione dalla vergogna della condizione umana. Dove dice “vi ha reso giustizia” in greco è il krima che è un termine che indica il giudizio, nonchè la vergogna di chi è sottoposto alla condanna (è il termine, tanto per ricordare una pagina evangelica che ci è familiare, usato dal secondo ladro, il cosiddetto “buon ladrone”, quando dialoga con il suo compagno e poi con Gesù. E dice: “noi siamo colpevoli, ma lui è innocente, non ti accorgi che siamo sottoposti allo stesso krima, alla stessa vergogna, lui e noi? Noi perché siamo colpevoli, lui perché è innocente. Ed ecco la vergogna a cui noi siamo condotti, nudi crepiamo perché questa è la conseguenza della nostra ingiustizia, della nostra iniquità. Ma lui è innocente con noi nella vergogna. Gesù, ricordati di me nel tuo regno”).

V. 20: “Esulta, o cielo… Dio vi ha reso giustizia”. Dio si è rivelato passando attraverso la vergogna per la quale adesso tutti piangono. “Esulta, o cielo” perché questa non è la storia della condanna, ma della salvezza.

Un angelo possente prese allora una pietra grande come una mola, e la gettò nel mare esclamando:
«Con la stessa violenza sarà precipitata
Babilonia, la grande città
e più non riapparirà»
”».

Un tonfo terrificante, un crollo che è già in atto, che è sempre in atto nel corso della storia umana con tutte le sue contraddizioni che ben conosciamo; la conferma di un inevitabile precipizio per Babilonia, proprio là dove, in questo sfascio generale, Dio si rivela come colui che ha ribaltato l’orientamento di tutto il cammino perché l’Innocente, l’Agnello immolato e vittorioso, proprio Lui ha attirato a sé la vergogna della storia umana.

Il lamento degli artisti

Quarto lamento, vv. 22-23. Qui i soggetti del lamento sono, per come potremmo dire noi, gli uomini della produzione artistica, ma sono allo stesso tempo gli uomini dell’attività artigianale con tutto ciò che essa comporta di ammirevole e di dignitoso. Che cosa non sono capaci gli uomini di produrre nel momento in cui si dedicano alle espressioni del linguaggio artistico? La voce degli artisti, coloro che sanno interpretare i sentimenti più intensi, più profondi dell’animo umano, coloro che si dedicano alla musica, alla letteratura, alla poesia; ci sono le arti “belle” considerate globalmente come di solito le denominiamo. E quindi sentimenti anche semplici e onesti che trovano nel linguaggio degli artisti la loro eloquenza. In realtà qui nel lamento, essi, uomini della produzione artistica, si presentano a noi come i cultori dell’effimero.

La voce degli arpisti e dei musici,
dei flautisti e dei suonatori di tromba,
non si udrà più in te
(notate come questa cadenza ritorna di versetto in versetto);
ed ogni artigiano di qualsiasi mestiere
non si troverà più in te;
e la voce della mola
non si udrà più in te
;
e la luce della lampada
non brillerà più in te;
e voce di sposo e di sposa
non si udrà più in te.
Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra;
perché tutte le nazioni dalle tue malìe furon sedotte
”.

Con il crollo di Babilonia è venuta meno la festa e la gioia; è venuta meno la presenza nella vita quotidiana di quella capacità di divertirsi, di amare che pure è espressione commovente, superlativa della dignità specialissima a cui gli uomini sono chiamati da Dio. Tutto quello che era riferito a Babilonia è scomparso con essa e tutto quello che, nella capacità di produzione artistica, era relativo a Babilonia è venuto meno insieme con Babilonia: la festa, la gioia, l’amore come struttura del quotidiano: “la voce della mola… la luce della lampada… voce di sposo e di sposa”. Queste ultime righe del v. 23 ci rimandano al fascino di quelle magie che, a partire da Babilonia, hanno coinvolto il mondo e lo hanno imbambolato come spettatore di un’opera seduttiva che in realtà – adesso ce ne rendiamo conto – non ha promosso la gioia, non ha coltivato l’amore, non ha fatto vibrare la festa, ma ha imposto la noia, la pesantezza, il disagio di una tristezza inconsolabile. E adesso: è caduta Babilonia.

Con la caduta di Babilonia tutto ciò che era produzione effimera, coinvolta anch’essa nella gestione del grande mercato, suddita anch’essa (produzione artistica, produzione culturale) della bestia, al servizio del potere. Che tristezza.

Il sangue degli innocenti non è stato perduto

V. 24: “In essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra”.

Adesso siamo giunti alla svolta decisiva; una volta che Babilonia cade e che vengono alla luce le sue fondamenta, appare il sangue innocente. E’ il sangue del fratello: dal tempo di Caino è così. Notate bene che in greco “uccisi” sono gli “sparagmeni”, coloro cioè che sono stati sgozzati, e troviamo qui lo stesso verbo che nel cap. 5 era usato per individuare l’Agnello. Questa era la terminologia: l’Agnello sgozzato in posizione eretta, in posizione trionfante, in posizione di vittoria. Il sangue di tutti gli sgozzati era stato nascosto là dove erano state poste le fondamenta della grande Babilonia. Adesso noi scopriamo, ci rendiamo conto che quel sangue versato non è stato perduto; quel sangue versato è esattamente, dal di dentro di questa storia umana che ha il volto di Babilonia, la conferma sacramentale che tutto, secondo il disegno di Dio, si compie in modo tale che la storia umana non soggiace alla presenza di Babilonia, con tutto quello che comporta, ma obbedisce all’innocenza dell’Agnello. E’ la storia dell’umanità portata a compimento in modo tale che è ristabilito il vincolo della comunione fraterna, il vincolo della consanguineità. C’è voluto tanto tempo perché il sangue versato dagli uomini che, generazione dopo generazione, sono venuti meno e sono stati spazzati via fosse ritrovato come garanzia sacramentale della comunione che chiama l’umanità di ieri, di oggi e di domani all’unica famiglia nell’obbedienza alla parola creativa di Dio.

Alleluia!

Cap. 19, v.1: “Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva:
«Alleluia!»

Badate bene che questo è il primo grido di “alleluia” che compare nel Nuovo Testamento. In tutto il N. T., se voi leggete attentamente, non risuona mai il grido di “alleluia”, che pure è presente insistentemente nell’Antico Testamento, ad esempio nei Salmi, dove c’è tutta una ricchezza di riscontri davvero interessantissima. Ma nel Nuovo Testamento questa parola ancora non è risuonata, questo grido non si è fatto udire. Adesso invece ci siamo: “alleluia”; abbiamo ritrovato il sangue di tutti gli sgozzati della terra e l’abbiamo ritrovato in nome di quella fraternità ormai realizzata per cui l’umanità intera è ricomposta nella comunione e nella consanguineità con l’Agnello secondo le intenzioni di Dio.

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