Scoperta shock in Burundi, dove sono state rinvenute più di 4.000 fosse comuni a seguito di un’indagine condotta dalla Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione (Cvr). Lo ha reso noto la Bbc. Oltre 140.000 persone uccise o disperse durante i vari conflitti, che hanno investito il paese africano dall’indipendenza nel 1962, sono già state identificate. Lo ha annunciato l’organismo ieri presentando un rapporto al Parlamento riunito in un congresso a Bujumbura. Si tratta tuttavia di una cifra ancora provvisoria, come ha dichiarato il presidente della Commissione Pierre-Claver Ndayicariye. «Molte altre fosse comuni — ha spiegato — devono ancora essere trovate, perché le persone che ne sono a conoscenza hanno paura di parlare o sono traumatizzate».

Ieri intanto è stata aperta al pubblico una fossa comune con circa 270 corpi nella città di Bujumbura. Si ritiene che contenga i resti di coloro che sono stati uccisi negli scontri seguiti all’assassinio di Melchior Ndadaye, il primo presidente hutu eletto nel paese nel 1993. La sua uccisione ha scatenato una brutale guerra civile tra l’esercito dominato dai tutsi e i gruppi ribelli principalmente hutu. Più di 300 mila persone sono morte nella guerra durata 12 anni. Molti sono stati in grado di identificare le persone conosciute dai vestiti e documenti d’identità che avevano indosso. «La gente piangeva, è stato uno shock», ha riferito il vice presidente della Cvr.

La creazione della Commissione, nel dicembre 2018, è stata una tappa fondamentale nella storia del Burundi e ha il difficile compito di fare luce sulle tensioni etniche che hanno afflitto il paese dal 1962 al 2008, individuando le responsabilità e promuovendo perdono e riconciliazione. Diversi massacri hanno infatti avuto luogo nel 1965, 1969, 1972, 1988 e 1993 e numerosi rappresentanti politici sono stati accusati di aver infiammato le tensioni, mettendo in contrapposizione le popolazioni tutsi e hutu.

L’Osservatore Romano
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