Miguel Ayuso


«Sia il cristianesimo sia il sikhismo hanno al centro della propria esperienza religiosa il tema della misericordia di Dio, della compassione, del servizio fraterno soprattutto verso i più poveri». Dunque è questo il «terreno concreto sul quale noi credenti di diverse religioni possiamo vivere uno spirito di collaborazione, di solidarietà», per «riscoprire insieme il gusto di fare del bene, dello spendersi per gli altri: per dirla con Papa Francesco, di operare una “rivoluzione della tenerezza”». È la convinzione espressa dal vescovo Miguel Ángel Ayuso Guixot, segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, intervenuto nei giorni scorsi insieme a monsignor Santiago Michael, officiale del dicastero, al convegno di studio svoltosi a Pescantina, nel veronese, per rafforzare la conoscenza e la collaborazione tra sikh e cattolici in Italia.

Analoghi incontri con i seguaci della religione asiatica si sono già svolti in altre parti del mondo, ma questo è stato il primo appuntamento in terra italiana. Organizzato dal Pontificio consiglio, in collaborazione con la Sikhi Sewa Society e l’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (Cei) — che ha fatto pervenire un messaggio attraverso il vescovo Ambrogio Spreafico — ha avuto come slogan: «Insieme per costruire ponti di amicizia e di fraternità».

L’auspicio è stato rilanciato dal presule comboniano, affinché le due comunità continuino «a percorrere una strada di dialogo e di collaborazione» in un mondo «attraversato da molteplici tensioni, conflitti e catastrofi ambientali che generano tanti drammi». In proposito monsignor Ayuso si è chiesto: «Come possiamo noi rispondere a tutto ciò»? Come offrire «una testimonianza a favore della convivenza pacifica e dell’integrazione minacciate da più parti, anche qui in Italia, dove da tanti anni è ormai radicata anche la comunità sikh?». E la risposta è che occorre «testimoniare responsabilmente che l’integrazione non è solo un percorso possibile ma è davvero l’unico e irrinunciabile», ciascuno mantenendo le propria «identità chiara che si apre a comprendere quella dell’altro. Seppure diversi, perché profondamente radicati nelle nostre rispettive tradizioni religiose — ha concluso — dobbiamo dimostrare che lavorare insieme per costruire ponti di amicizia, fratellanza e collaborazione è giusto e possibile».

L’Osservatore Romano, 2-3 ottobre 2018
POSTED BY IL SISMOGRAFO