Il nuovo studio di Global Witness rivela: 197 ecologisti sono stati assassinati nel 2017. E’ l’America Latina il Continente più letale. Il Brasile, con 46 omicidi, in gran parte avvenuti nell’area amazzonica, è in cima alla lista.
Quasi tutti i delitti sono concentrati nel Sud del mondo, dove difendere l’ambiente significa opporsi a interessi milionari e patti segreti tra governi, multinazionali, mafie. Come al solito, l’America Latina è il Continente più letale. Il Brasile, con 46 omicidi, in gran parte avvenuti nell’area amazzonica, è in cima alla lista. Al secondo posto, la Colombia che ha visto un rapido incremento degli attivisti massacrati, come effetto collaterale del trattato di pace tra governo e Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc) del 24 novembre 2016. Gruppi criminali eredi dei paramilitari di ultra-destra cercano di occupare il “vuoto” lasciato dal disarmo della guerriglia: gli ecologisti, come l’intera società civile organizzata, vengono considerati un nemico da eliminare.
Altre due nazioni dove si assiste a un aumento degli ambientalisti ammazzati sono Messico e Filippine. In entrambi, spesso, i killer agiscono in combutta con i governi. Proprio in Messico, è stato ucciso il primo ecologista del 2017: si tratta di Isidro Baldenegro, indigeno e premio Goldman, il Nobel dell’ambiente, come Berta Cáceres, trucidata l’anno prima. In Africa, il Paese più pericoloso è la Repubblica democratica del Congo, dove è forte la minaccia dei trafficanti di avorio.
