Più si ascolta e più si vede, parola di Zimoun

104a.jpg

(Giancarlo Papi, Modena)
È bastato poco perché il primo pensiero andasse ai guardiani che per molte ore al giorno e per diversi mesi devono convivere con il rumore che invade l’ambiente, un rumore che non si può definire assordante, può perfino essere gradevole e avvolgente per la durata di una visita, ma diventa inevitabilmente fastidioso a lungo andare essendo continuo e sempre uguale. Uno di questi guardiani, spiritoso e sorridente, ci ha detto che per l’occasione sono stati selezionati volontari sordi e quindi il problema non esiste. Bene, allora. Perché qui, alla Palazzina dei Giardini di Modena, suoni, ronzii, battiti, ticchettii, sono i protagonisti della bella mostra di Zimoun, quasi quarantenne artista svizzero autodidatta messosi in luce per le sue opere che uniscono sound art e architetture degli spazi.

104.jpg

In questa personale curata da Filippo Aldovini, la prima in un museo italiano, Zimoun ha realizzato cinque installazioni cinetiche, una per ogni sala della Palazzina, utilizzando decine di scatoloni di cartone da imballaggio dotati esternamente di pendoli, sfere, palline di polistirolo o di cotone appese a cavetti che entrano in movimento secondo ritmi e suoni generati da sistemi meccanici automatici. Con questi scatoloni, che fungono da elementi modulari, l’artista costruisce delle vere e proprie sculture sonore («organismi viventi» le definisce Marco Mancuso nel catalogo che è un libro-oggetto, anch’esso sonoro) alle quali vengono dati dei titoli piuttosto complicati che fanno riferimento ai materiali utilizzati per la loro confezione. Zimoun ha dichiarato che nelle sue opere «si ascolta ciò che si vede, così la relazione tra i materiali, il movimento e il suono è chiara ed essenziale». L’obiettivo è l’esplorazione del ritmo meccanico e del flusso sonoro, la tensione tra i modelli ordinati del Modernismo e le forze caotiche della vita, il ronzio acustico dei fenomeni naturali. I suoni si riverberano attraverso costruzioni minimaliste che abitano gli spazi in cui vengono allestite secondo un rigido rapporto tra suono, materia e ambiente.

104b.jpg

Esemplare, in proposito, la grande torre che Zimoun ha posizionato nella sala centrale della Palazzina voluta nel XVII secolo da Francesco I d’Este come luogo di divertimento per la corte estense. Qui l’artista ha costruito un manufatto cilindrico praticabile all’interno del quale lo spettatore avrà l’impressione di essere inserito in un organismo vitale che affascina e inquieta allo stesso tempo. I limiti percettivi dello spettatore sono messi alla prova dall’allestimento della sala accanto, che per Mancuso ha assunto l’aspetto di un ambiente «quasi labolatoriale, clinico, un universo algoritmico», fatto di meccanismi e comportamenti precisi, minuscoli, prestabiliti, abitato da strutture pulsanti che vengono generate o che si evolvono senza sosta, per caso o per reazioni a catena.

Gloria Riva
Avvenire venerdì 30 dicembre 2016