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Adesso diventa colpa delle Ong se i trafficanti di morte ricorderanno il 2016 come un anno d’oro. Non basta il numero crescente di morti per i viaggi della speranza (sinora ne abbiamo contati 4.724 nel 2016: teniamo la contabilità giornaliera “per non dimenticare” su Avvenire.it) e gli oltre 170 mila migranti salvati finora in mare. Non bastano le notizie sulle continue partenze dalla Libia organizzate da trafficanti di esseri umani privi di scrupoli che non tengono conto delle condizioni del mare e di quelle dei gommoni, sempre più fatiscenti. Non basta sapere dalle testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite che i migranti lungo le rotte africane e in territorio libico vengono sequestrati dai trafficanti di morte e sottoposti ad abusi e torture di ogni tipo per ottenere il pagamento del passaggio. Né, infine, basta aver scoperto che sulle rotte di terra e sabbia viene praticata persino l’asportazione degli organi di chi non può pagare il proseguimento della traversata verso il suolo europeo, come qualche anno fa nel Sinai.

L’Ue continua ad essere indifferente trasformandosi in impenetrabile fortezza e arriva a incolpare – attraverso una sua agenzia, quella che sorveglia i confini marini e terrestri – le organizzazioni non governative attive in mare di “collusione con i trafficanti”. Colpevoli, secondo un rapporto interno di Frontex pubblicato dal Financial Times, di “accordarsi” con i criminali indicando la loro posizione in mare per salvare i profughi.

È dai tempi di Mare Nostrum, partita da una civilissima intuizione dell’allora premier Enrico Letta dopo il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, che dal Nord Europa, in particolare dalla Gran Bretagna, arrivano (o vengono amplificate) accuse a chi salva le vite nel Canale di Sicilia.

La morte del piccolo Aylan aveva fatto calare l’oblio su queste trovate aspre e ciniche, ma non è certo calato il risentimento verso la Guardia costiera e la Marina militare italiane e verso quelle organizzazioni private che da tempo operano in maniera sussidiaria in raccordo con le autorità marittime del nostro Paese e le unità navali europee della missione EunavforMed (nata dopo la terribile strage dell’aprile 2015 per la quale uno scafista è stato condannato a 18 anni tre giorni fa a Catania). Eppure le Ong non fanno altro che applicare le regole del diritto internazionale del mare e le convenzioni internazionali di ricerca e soccorso.

Siamo così al paradosso: un’agenzia dell’Unione, che è nata anche per garantire pace e democrazia attraverso il rispetto di regole comuni, accusa chi rispetta il diritto delle genti salvando vite umane di complicità con criminali inafferrabili, perché incentivati e spesso protetti da Stati africani oppressivi come Sudan ed Eritrea con cui Bruxelles sarebbe pronta a stipulare accordi come ha già fatto con la Turchia di Erdogan pur di fermare i flussi.

Un attacco politico proprio mentre l’Italia in prima linea chiede di non essere lasciata sola e di rivedere le regole dell’accoglienza. Ci vuole fegato a gettare fango su associazioni come la Croce rossa, il Moas, la cui fondatrice Regina Catrambone è stata nominata Cavaliere della Repubblica dal Capo dello Stato nel 2015, su Save the Children, su Sos Mediterranee che ironia della sorte giusto ieri è stata premiata a Bruxelles per «il prezioso lavoro di affiancamento della Marina italiana e dei mezzi europei nel Mediterraneo». Quali alternative propone Frontex? Ignorare gli SOS, lasciare alla deriva barche sempre più fruste e piene? Fare respingimenti ciechi, magari picchiando donne e bambini a bordo come sono arrivati a fare turchi e greci nell’Egeo con i profughi siriani negli anni scorsi? Lo dicano chiaramente.

Noi crediamo che, in attesa della pacificazione della Libia, dove pure – secondo un recente studio – un buon numero di migranti si fermerebbe a lavorare, l’unica alternativa ai viaggi della morte siano i «corridoi umanitari», iniziativa civile ed ecumenica nata dalla spinta di altri enti privati – la Federazione delle Chiese evangeliche, la Tavola valdese, la Comunità di Sant’Egidio – in accordo con il governo italiano). In primavera si auspica che si apra il primo corridoio con l’Africa in Etiopia grazie alla Conferenza episcopale italiana e a Sant’Egidio. Se la Ue volesse mettere una pezza all’ennesima brutta figura anti-umanitaria dei corifei della Fortezza Europa, dovrebbe aprire queste vie regolari e  presidiate. E, intanto, dovrebbe suggerire maggiore prudenza a certi ‘gendarmi’ loquaci (e politici) sino all’inciviltà.

Paolo Lambruschi
Avvenire venerdì 16 dicembre 2016