habermas

Almeno fino agli anni Ottanta, nelle scienze umane e sociali europee spesso contagiate da gretti schematismi e trincee, la circolazione di tante idee brillanti fu frenata, o a tratti persino congelata, dai veti d’implacabili mandarini.

Oltralpe ne sanno qualcosa umanisti del calibro di René Girard e Michel Serres, ostracizzati a lungo in patria, prima d’indossare la livrea “immortale” dell’Académie française. Analogamente, per generazioni di studiosi tedeschi e francesi di valore, il Reno si è rivelato un confine viscoso e minato da pregiudizi culturali ereditati talora persino dall’epoca bellica.

In Francia, il sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas ha patito queste diffidenze sottaciute, nonostante la fama guadagnata fin dagli anni Settanta nel dibattito internazionale sulla democrazia. Per questo adesso l’ultima copertina della prestigiosa rivista d’idee Esprit (fondata dal filosofo cattolico personalista Emmanuel Mounier), rendendo omaggio ad «Habermas, l’ultimo filosofo», suona pure come una nuova piccola prova di quel disgelo intellettuale franco-tedesco tanto atteso dagli europeisti più ferventi delle due sponde.

Ma ogni disgelo ha i suoi pionieri, talora particolarmente lucidi e lungimiranti. E nel caso della ricezione di Habermas in Francia, volgendosi indietro, si ritrova anche la figura di Paul Ricoeur, come ricorda proprio il lungo dossier che Esprit dedica agli aspetti più dibattuti della visione habermasiana. Fra questi, l’enfasi data all’etica del discorso e all’«agire comunicativo» come lieviti democratici.

Negli anni Ottanta, Ricoeur si era soffermato sugli scritti di Habermas preparando le lezioni statunitensi all’Università di Chicago poi pubblicate con il titolo L’Idéologie et l’utopie. Le società potranno mai divenire immuni dagli eccessi ideologici? E di fronte alla loro presenza conclamata, come sperare di arginarli o guarirne? Sono interrogativi che il filosofo protestante francese affronta anche per mostrare che l’ideologia non è affatto l’opposto della scienza. Nonostante tutto, la possibile cura deve essere ancora ricercata nella politica in senso alto, attraverso la sanatoria garantita da un persistente slancio “utopico” ascendente.

Ricoeur e Habermas non condividono la stessa visione dell’ideologia. Quest’ultima, per il francese, può pure svolgere una funzione necessaria d’integrazione sociale. Per il tedesco, invece, si tratta della negazione stessa dell’«attività comunicativa» e dell’humus democratico. In proposito, intervenendo su Esprit, lo studioso Sébastien Roman sostiene dottamente che «la differenza è legata al fatto che Habermas affronta l’ideologia sotto l’angolo della comunicazione, Ricoeur sotto quello del discorso».
Ma, al di là delle divergenze teoriche, da quella lettura nacque lo stesso una strana complicità. L’esistenzialista credente Ricoeur, in un certo senso, finì per considerare l’approccio di Habermas, neoilluminista agnostico, come un unguento coadiuvante contro le derive e sclerosi ideologiche.

«La competenza comunicativa di Habermas è l’utopia di una comunicazione non deformata che permetterebbe il mutuo riconoscimento degli interlocutori», osserva Roman su quanto di più vitale il filosofo francese coglie negli ideali del tedesco: «Ricoeur non condivide il gesto utopico di Habermas, ma lo apprezza. Non c’è lotta possibile contro l’ideologia se non attraverso l’utopia, come testimonia con forza il pensiero habermasiano».

A prima vista, questo ponte sopra il Reno può apparire quasi come un fatto d’ordine privato. Ma fu pure una prova precoce di fiducia già inserita in quel «dialogo fra fede e ragione» che, com’è noto, Habermas continua ancor oggi a praticare con assiduità. Nell’intervista ad Habermas che introduce il dossier di Esprit, il filosofo rammenta in chiave autobiografica: «Solo attraverso la rottura rappresentata dall’anno 1945 la mia generazione ha potuto arricchirsi di un’esperienza senza la quale non sarei probabilmente mai giunto alla filosofia e alla teoria della società».

Fra le righe, il tedesco sembra confessare qui proprio quanto Ricoeur, in Francia, riuscì a cogliere ben prima di tanti altri: come la lenta percolazione di un «bisogno d’utopia» dalle ore più tragiche della storia tedesca fino agli scritti più maturi di un celebrato sociologo-filosofo. Senza condividerne le idee, Ricoeur apprezzò l’impeto interiore di quello stesso intellettuale che ricorda oggi su Esprit: «La formula magica, per me, non era il liberismo anglosassone, ma consisteva in una sola parola: democrazia».

A priori, nessun intellettuale è obbligato a interpretare una storia collettiva. Ma in certi casi quella storia pare destinata, in un modo o nell’altro, a manifestarsi persino sotto i drappeggi delle più raffinate elaborazioni stilistiche e intellettuali. Certo, per accorgersene occorrono occhi, cuore e umanità, al di là di ogni fredda verifica di concetti e argomenti. E da grande ermeneuta Ricoeur pare aver letto, nelle sottili cicatrici di un celebre collega d’Oltrereno, pure tutto un laboratorio a misura di coscienza e d’uomo. Forse quello della stessa utopia europea.

Daniele Zappalà
Avvenire 23 settembre 2015