“Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri” (Marco 9,50)
Un granello di sale quotidiano per dare sapore alla tua giornata.

Quando il silenzio mi ha fatto libero, quando non sono più preso dalla valutazione della vita, ma dal modo in cui viverla, riesco a scoprire una forma di preghiera nella quale non vi è davvero alcuna distrazione. Tutta la mia vita diventa preghiera. Tutto il mio silenzio è colmo di preghiera. Il mondo del silenzio in cui mi trovo immerso contribuisce alla mia preghiera.
L’unificazione, che è opera della povertà nella solitudine, rimargina tutte le ferite dell’anima e le risana. Finché rimaniamo poveri, finché siamo vuoti di tutto e non ci interessiamo di altro all’infuori di Dio, non possiamo essere distratti. Perché la nostra stessa povertà ci impedisce di «essere tratti da un’altra parte (distratti).
Se la luce che è in te è tenebra…
Supponiamo che la mia «povertà» sia una fame segreta di ricchezze spirituali: supponiamo che pretendendo di svuotare me stesso, di essere silenzioso, non sto in realtà facendo altro che tentare di adescare Iddio perché mi arricchisca di qualche esperienza particolare — e che, allora? Tutto diventa in tal caso una distrazione. Tutte le case create interferiscono con la mia ansia di qualche esperienza particolare. Devo metterle alla porta, se no mi distrarranno. E quel che è peggio — io stesso sono una distrazione. Ma, caso peggiore di tutti — se la mia preghiera è incentrata su di me, se cerca soltanto un arricchimento del mio essere, sarà la mia stessa preghiera la più grande distrazione in potenza. Pieno della mia stessa curiosità, ho mangiato dell’albero della conoscenza e mi sono distolto da me stesso e da Dio. Sono rimasto ricco e solo e nulla può calmare la mia fame: tutto quello che tocco si muta in una distrazione.
Che io cerchi allora il dono del silenzio, della povertà, della solitudine, dove tutto quello che sfioro si muta in preghiera: dove il cielo è la mia preghiera, gli uccelli sono la mia preghiera, il vento tra gli alberi è la mia preghiera, perché Dio è tutto in tutto.
Perché ciò avvenga devo essere veramente povero. Non devo cercare nulla: ma devo essere ben contento di tutto quello che ricevo da Dio. La vera povertà è quella del povero che è felice di ricevere l’elemosina da chiunque, ma specialmente da Dio. La falsa povertà è quella di chi pretende di possedere l’autosufficienza di un angelo. La vera povertà è quindi un ricevere ed un ringraziare trattenendo per sé solo quello che si ha bisogno di consumare. La falsa povertà pretende di non aver bisogno, di non chiedere, si sforza di avere tutto e rifiuta qualsiasi gratitudine.

da “Pensieri nella solitudine” di Thomas Merton (1915-1968),
trappista americano, maestro spirituale molto stimato,
ritenuto tra i più grandi scrittori spirituali del XX secolo.