La propaganda anti cristiana del Daesh 

Non è una guerra di religione, dice il Papa. Ed è vero per i cattolici e per la maggior parte dei musulmani, che vorrebbero costruire insieme un rapporto basato sul reciproco rispetto. Non lo è, invece, per il Daesh né per i promotori dello scontro a tutti i costi. Ieri, mentre centinaia di fedeli musulmani prendevano parte, in Francia e in Italia, alla celebrazione domenicale per esprimere la loro solidarietà con i cristiani dopo l’assassinio di padre Jacques, il Califfato ha rilasciato l’ultima edizione di Dabiq, la sua “rivista ufficiale”, proprio con la peggiore polemica anti cristiana.

«Rompiamo la croce!», recita lo strillo di copertina che mostra l’abbattimento della croce di una chiesa di Mosul e la sua sostituzione con lo stendardo nero del Califfato. L’“arringa” contro i cristiani occupa buona parte delle 82 pagine del numero. Le denigrazioni contro la Chiesa «pagana» spaziano dalla dottrina (vari passaggi sulla Trinità, la natura di Cristo e la crocifissione) alla filologia (bisogna invocare il Signore con il nome di Allah oppure di Dio?) fino alla politica. La sede apostolica, afferma la rivista, «è sempre stata occupata da papi ferocemente opposti al monoteismo». Vengono evocati, l’uno dopo l’altro, i momenti di massima tensione tra i seguaci delle due religioni, dall’appello di Urbano II alla «distruzione di tutti i musulmani» in una «crociata che continua ancora oggi», al «solenne giuramento di papa Callisto III di estirpare la diabolica setta del reprobo e miscredente Maometto », fino alla lectio di papa Benedetto XVI a Ratisbona. Un attacco delirante che non risparmia nemmeno l’approccio all’islam di Francesco. Il Papa, scrive il magazine, «continua a nascondersi dietro un velo ingannevole di “buona volontà”, che copre le sue effettive intenzioni di pacificare la nazione islamica». Dabiq cita al riguardo l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium in cui Francesco dice che «l’affetto verso gli autentici credenti dell’islam deve portarci a evitare odiose generalizzazioni, perché il vero islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono a ogni violenza». Questo progetto, secondo la rivista del Daesh, mira a «placare e tenere buoni i musulmani» per «distogliere le masse musulmane dall’obbligo di condurre il jihad contro i miscredenti».

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Un duro biasimo si rovescia così sulla testa delle «infami istituzioni» islamiche che offrono al Vaticano piena collaborazione, come l’Università di al-Azhar «che pretende rappresentare l’islam sunnita mondiale », e il suo imam «apostata» che ha osato definire «il suo amico Francesco un uomo di pace (…) che rispetta le altre religioni». Biasimati anche quegli ulema e intellettuali musulmani che misconoscono la proclamazione del Califfato, come Adnane Mokrani, docente di Islamistica alla Gregoriana e al Pisai di Roma, definito «schiavo tunisino della Chiesa cattolica» che avrebbe precisato che nell’islam non esista un’autorità centrale.

Gli articoli sono intercalati da interviste e testimonianze come quella di Umm Khalid, una convertita finlandese all’islam, oppure ad Abu Sa’d, anch’egli convertito dal cristianesimo che ha lasciato l’isola di Trinidad per aggregarsi alle milizie del Daesh. Quest’ultimo esorta ad attaccare le ambasciate e le imprese della «coalizione crociata», come pure i civili. «Seguite – dice – l’esempio dei leoni in Francia e Belgio, l’esempio della coppia benedetta in California, e gli esempi dei cavalieri di Orlando e Nizza».

La rivista promette nuovi attentati. «Tra questa pubblicazione e il prossimo massacro che verrà eseguito contro di loro dai soldati nascosti del Califfato – ai quali viene ordinato di attaccare senza indugio – i crociati possono leggere perché i musulmani li odiano e li combattono». Ieri, un video del Daesh ha chiesto ai propri combattenti di portare il jihad in Russia. Un uomo a viso coperto vi appare mentre urla: «Ascolta Putin, verremo in Russia e vi uccideremo nelle vostre case». Nelle ultime pagine, infine, quelle che i magazine occidentali riservano di solito al tempo libero, Dabiq propone la «Top 10 dei migliori video dello Stato islamico» con ampio spazio a raccapriccianti foto di decapitazioni e lapidazioni.

Come per soffiare sul fuoco delle polemiche americane, una foto mostra la lapide sopra la tomba di Humayn Khan, il capitano americano di origine pachistana morto in Iraq nel 2004. «Attenzione a morire da apostati», recita la didascalia. Il padre di Khan si era rivolto al candidato repubblicano Donald Trump durante la convention dei Democratici dicendo: «Hillary Clinton ha definito mio figlio “il meglio che abbia prodotto l’America”. Fosse stato per Donald Trump, non ci sarebbe mai stato in America». Khan aveva proseguito parlando del sacrificio che hanno fatto moltissimi soldati di tutte le religioni e le etnie.

Camille Eid
Avvenire 2 agosto 2016