Denuncia dell’Onu dopo la decisione del Kenya di sgomberare entro novembre il centro più grande al mondo. Disumano chiudere il campo profughi di Dadaab.

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Per l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di rifugiati, Unhcr, è «disumana» la decisione del Kenya di chiudere il campo profughi più grande al mondo, quello di Dadaab. La dura presa di posizione arriva dopo l’annuncio da parte del ministro degli Interni kenyota della «decisione finale» di chiudere il campo a novembre. Le condizioni nei campi sono spesso inaccettabili. Tuttavia chiuderli può avere conseguenze drammatiche. E talvolta può essere addirittura impossibile, come dice l’Onu.

Da molti punti di vista umanitari, non è praticamente possibile spostare un così ingente numero di persone in un tempo tanto breve » afferma infatti il portavoce Duke Mwancha. Il campo di Dadaab, aperto nel 1991 nel nord est del Kenya, ospita almeno 350.000 profughi, con picchi di 400.000. Il 90 per cento dei profughi sono somali fuggiti dalle carestie e dalla guerra. Le autorità di Nairobi sostengono da settimane di voler chiudere il campo per questioni di sicurezza, affermando che gli attacchi avvenuti sul territorio keniota sono stati pianificati proprio in questa struttura. Anche nell’aprile dello scorso anno, avevano minacciato la chiusura del campo dopo l’attacco sferrato dai miliziani somali di Al Shabaab, legati ad Al Qaeda, contro il campus universitario di Garissa, distante un centinaio di chilometri. Nell’attacco avevano perso la vita oltre 150 persone, in maggioranza studenti cristiani. Ora è arrivato l’annuncio della chiusura entro sei mesi. Il Governo di Uhuru Kenyatta non intende tornare indietro sulla decisione, malgrado gli appelli delle organizzazioni internazionali. Secondo l’Unhcr la chiusura del campo avrebbe «conseguenze devastanti».

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In Europa, in particolare in Grecia, c’è da segnalare l’alta tensione con disordini nel campo di Moria, sull’isola di Lesbo. In una rissa tra alcuni afghani e pakistani quattro persone sono rimaste ferite. La grande maggioranza dei circa 3000 migranti presente nell’area è destinata a essere trasferita in Turchia in base agli accordi tra Ankara e Bruxelles. Sempre in Grecia, c’è l’allarme lanciato dall’organizzazione umanitaria Intersos per le condizioni dei campi allestiti nel nord del Paese dopo la chiusura del campo di Idomeni. Si tratta di 9200 persone con problematiche igienico-sanitarie, caos burocratico, vulnerabilità. Alcune sono state collocate in campi già esistenti, altre in sette nuovi allestiti nell’area a nord di Salonicco. Ma non si possono dimenticare quanti, dopo lo sgombero di Idomeni, hanno trovato rifugio in aree non attrezzate piuttosto che nei campi governativi. In questi casi, alla totale assenza di servizi, si aggiunge il rischio esponenziale di contatto e sfruttamento da parte dei trafficanti.

Guardando al piano politico, c’è l’annuncio dell’Italia dell’apertura «presto» di due nuovi hotspot in Sicilia, a Mineo e Messina, facendo salire i posti complessivi disponibili per l’accoglienza da 1.600 a 2.800. Prevista anche l’attivazione di sei strutture mobili e l’apertura di hotspot di «secondo livello» per far sostare le persone destinate ad essere rimpatriate. Proprio su questo punto l’Italia però torna a chiedere il supporto dell’Unione europea. La prevista ricollocazione dei rifugiati nei vari Stati membri Ue, dopo quasi un anno, è complessivamente ferma a poco più dell’1 per cento delle promesse.

L’Osservatore Romano, 3 giugno 2016