(Gianfranco Ravasi) Il 23 febbraio, alla presenza della signora Mehriban Aliyeva, consorte del capo dello Stato musulmano sciita dell’Azerbaigian, presidente della Heydar Aliyev Foundation che ha generosamente sostenuto l’opera, si conclude una tappa importante nella storia del ripristino delle catacombe cristiane romane.
Infatti, dopo interventi eseguiti negli anni precedenti in altri settori del cimitero dei santi Pietro e Marcellino sulla via Labicana, il restauro del cubicolo detto dei “due ingressi” permette di riconsegnare una preziosa testimonianza iconografica alla comunità scientifica e ai numerosi visitatori del complesso catacombale, situato nel quartiere romano di Torpignattara, sulla via Casilina. Questa vasta catacomba, da poco riaperta al pubblico, sta divenendo una delle mete privilegiate dei pellegrini che giungono a Roma, in occasione del Giubileo straordinario della misericordia.

Il delicato intervento conservativo, durato oltre un anno ed eseguito con una sofisticata strumentazione laser, ha permesso di poter leggere, in tutte le sue parti, il programma decorativo di uno dei più suggestivi sepolcri di quella catacomba. In essa una vera e propria nebulosa di oltre ottanta cubicoli dipinti è dislocata nell’immenso labirinto ipogeo, che si dipana al III miglio dell’antica via Labicana. Là Costantino aveva voluto cancellare il cimitero degli equites singulares, i cavalieri scelti dell’imperatore, puniti per essersi schierati dalla parte di Massenzio, in occasione della sanguinosa battaglia di ponte Milvio. Su quella necropoli distrutta venne eretto il mausoleo a pianta centrale, attualmente denominato di Sant’Elena, recentemente restaurato e dotato di un piccolo museo, sistemato nella chiesuola settecentesca interna alla rotonda, per cura della Soprintendenza archeologica di Roma e della Pontificia Commissione di archeologia sacra.
Quest’ultima istituzione della Santa Sede, da sempre, per affidamento statutario, si è presa cura di questo esteso sistema catacombale, sorto già nel III secolo e sviluppato in maniera esponenziale nel periodo costantiniano. L’imperatore aveva voluto “monumentalizzare” in quell’area la memoria dei santi Pietro e Marcellino, sepolti in questa catacomba e venerati dai cristiani di tutto il mondo fin dal medioevo, e l’aveva fatto con una maestosa basilica circiforme, che fungeva da cimitero satellite, rispetto all’estesa necropoli ipogea, ma anche da santuario visibile e autorappresentativo della famiglia di Costantino. Fu, così, innalzato — come si diceva — anche il mausoleo di Elena, secondo una dinamica monumentale, che ricorda da vicino la basilica di Santa Agnese e il mausoleo di Costanza sulla via Nomentana.
Tornando all’ultimo cubicolo restaurato merita particolare attenzione il progetto decorativo basato su due fuochi iconografici: il primo è costituito dal buon pastore, situato al centro della volta, attorno a cui sono rappresentate le storie di Daniele, di Noè e di Giona; l’altro è rappresentato dalla icona di una defunta in un riquadro collocato a fianco dell’ingresso. Questa figura, vero e proprio genius loci, era il personaggio eminente di una famiglia nobile sepolta nei loculi che si aprono ordinatamente nelle pareti circostanti, ornate con preziosi motivi geometrici, stellati, fitomorfi, segnati dai colori vivaci del cinabro, dell’azzurrite e del verde smeraldo. Si crea, così, quasi una tappezzeria raffinata e sontuosa, segno di uno statuto economico elevato e di un alto rango sociale.
L’immagine della matrona, tornata alla luce e ora nitidamente leggibile, è immersa in un fresco viridarium, cioè in un ameno paradiso indicato da due arbusti. La sua figura è elegante, con un velo leggero che copre una sofisticata acconciatura a turbante, secondo una moda adottata anche dalle dame della corte dei Costantinidi.
La donna è atteggiata nel gesto dell’expansis manibus che, come è noto, non vuole alludere alla preghiera intesa come supplica, ma alla posa tipica della pietas, desunta dalla tradizione classica: si voleva, così, significare la virtù dell’accoglienza e, in un certo senso, della misericordia, particolarmente emblematica in questo anno giubilare. Non dimentichiamo, inoltre, che molti secoli dopo, in pieno medioevo, la rappresentazione della Mater misericordiae, comporterà un’iconografia della Madonna che allarga le mani per sollevare il manto e accogliere sotto la sua protezione affollati gruppi familiari.
La matrona della catacomba dei Santi Pietro e Marcellino, dunque, vuole, con questo gesto solenne ed enfatico, presentare e proteggere la sua famiglia, segnalata da figure di oranti, che si incastonano nella volta, ove domina, come si diceva, la vera sorgente della salvezza, il buon pastore, protagonista della parabola lucana della pecorella smarrita. È lui a diventare, poi, il fulcro delle prefigurazioni salvifiche dell’Antico Testamento. Ecco Daniele, nudo come un eroe o un atleta, e come un martire, che non teme i leoni, che stanno per azzannarlo. Noè saluta e accoglie la colomba, annunciatrice della fine del diluvio universale, levando ancora le braccia, in segno di giubilo. Giona, annunciatore della conversione ai pagani di Ninive, è “segno” manifesto della risurrezione: dopo essere stato gettato in mare, e ingoiato e vomitato dal pistrice, viene raffigurato che riposa nudo e beato sotto la pergola, come il mitico Endimione o l’ebbro Dioniso, evocazione di una classicità appena lasciata alle spalle.
Il dialogo tra l’Antico e il Nuovo Testamento, che trova nel pastore – simbolo della humanitas e della caritas — l’anello di congiunzione e la sintesi delle due economie salvifiche testamentarie, assurge a una specie di “alfabetario visivo” della storia della salvezza. A essa partecipa la nobile cristiana sepolta, con tutta la sua famiglia, in questa sontuosa domus del sonno provvisorio, in attesa del momento finale, la rivelazione e la risurrezione, meta ultima dell’intero popolo di Dio.
L’Osservatore Romano, 21 febbraio 2016