“Abbiate sale in voi” (Mc 9,50)
Un granello di sale quotidiano per dare sapore alla tua giornata.

silenzio e solitudine, luce e bellezza, preghiera e contemplazione (5)

 

3. Mi risponde, invero, interiormente, nell’anima e nello spirito, tumultuando dentro di me e scuotendo tutte le mie fibre, la voce che attesta la tua presenza. I miei occhi interiori sono abbagliati dal fulgore della tua verità, che mi rammenta come nessuno possa vederti e continuare a vivere. Infatti, io sono davvero, fino ad ora, tutto sprofondato nei peccati e non sono ancora riuscito a morire a me stesso, così da vivere per te. Tuttavia, per tuo comando e tuo dono, me ne sto saldo sulla roccia della tua fede, della fede cristiana, nel luogo che è veramente vicino a te, nel quale frattanto sopporto con pazienza, come posso, e abbraccio e bacio la tua destra, che mi ricopre e mi protegge; e talvolta, mentre contemplo e bramo vedere almeno le terga di te che mi vedi, io scorgo passare l’umiltà stessa, cioè il mistero dell’umanità di Cristo, tuo figlio.

Ma proprio quando non vedo l’ora di avvicinarmi a lui e, come l’emorroissa, ardo dal desiderio, per così dire, di carpire la guarigione per l’inferma e miserabile anima mia grazie al tocco benefico anche solo di un lembo della sua veste; oppure quando, come Tommaso, quest’uomo pieno di desiderio, desidero vedermelo tutto integro davanti e toccarlo; non solo, ma quando tento di avvicinarmi alla santissima ferita del suo fianco, porta aperta su un lato dell’arca, non per mettervi un dito appena o tutta quanta la mano, ma per entrarvi tutto intero fino al cuore di Gesù, fin dentro il Santo dei Santi, l’arca dell’alleanza, l’urna d’oro, l’anima della nostra umanità, che contiene in se stessa la manna della divinità: mi sento dire, ahimè: Non toccarmi (Giovanni 20,17). E anche quelle parole dell’Apocalisse (22,15): Fuori i cani. Così, cacciato e respinto dalle nerbate della mia coscienza, del resto meritate, sono costretto a scontare le pene della mia malvagità e presunzione.

Mi rifugio allora nuovamente sulla mia roccia, che è il rifugio degli istrici, ricoperti dalle spine dei loro peccati, e ancora una volta abbraccio e bacio la tua destra, che mi ricopre e mi protegge. E da quello, che ho appena intravisto o percepito, con un desiderio ancor più ardente e trattenendo a stento l’impazienza, aspetto che tu tolga la mano che mi copre e che mi infonda la grazia che illumina, cosicché finalmente, almeno ogni tanto, secondo il responso della tua verità, morto a me stesso e con la volontà di vivere per te, io cominci a vedere scopertamente il tuo volto e a perdermi

Da “La contemplazione di Dio” di Guglielmo di Saint-Thierry, (1075 circa –1148), monaco, teologo e filosofo francese, una delle voci più elevate della mistica medievale.