Chiamate in attesa (21)
a cura di Tolentino Mendonça.

C’è un verso di un importante poeta portoghese del XX secolo, Ruy Belo, che in questi anni ho imparato ad apprezzare, un verso sufficientemente preciso per non dissiparsi, ed enigmatico quanto basta per non restare catturato dall’immediato. Il verso recita: «Al tempio non si va direttamente». Quel che mi succede è che prendo questo verso isolatamente, come fosse soltanto la verosimile descrizione di ciò che avviene effettivamente, e che ci avviene. Così, e basta. E a causa di esso mi perdo a pensare a cammini solitari, pieni di curve e di giri lunghi, dove si sente da vicino il respiro contrastato e unico del paesaggio; a strade che si biforcano sull’imprevisto, strade fangose, sentieri di montagna, senza segnali, sentieri che si direbbe stiano formandosi solo a mano a mano che i nostri passi incedono. A causa di questo verso mi perdo a intuire che l’imposizione di tracciati diretti può semplicemente risultare in una forma di impoverimento, poiché essa forza la vita a rettifiche, a una fluidità o a una costrizione che essa non ha. La vita è sempre più instabile e creativa della quadrettatura in cui idealmente l’abbiamo inclaustrata, ed è così per il nostro bene, anche se a ciò non di rado è associata una sofferenza. Tutti possiamo, per esempio, produrre la nostra esperienza di avere studiato delle noiosaggini di una inutilità comprovata, e imparato a memoria, dietro imposizione, incredibili note a piè pagina: genealogie più lunghe della storia che raccontano, formule pretenziose, concetti la cui validità è pari alla durata di un cerino. A cosa è servito tutto questo? Non vorrei scoraggiare nessuno, ma Kant diceva che uno dei vantaggi della scuola è che insegna a stare seduti. Un po’ poco, no? Certo lui parlava dei bambini, ma non dimentico di aver ascoltato sull’argomento, nel primo incontro con il mio coordinatore di dottorato, un sermone molto assertivo (e molto inatteso). Secondo lui, il successo di una tesi praticamente dipendeva dal numero di ore in cui si rimane seduti.

Uno dei testi più straordinari di Simone Weil è quello intitolato Riflessione sul buon uso degli studi scolastici in vista dell’amore di Dio. In esso la filosofa mostra come l’aridità di tanti esercizi, quella rottura di scatole che a un certo momento ci sembrano il latino o la geometria, l’investimento di energie apparentemente sprecato in stradine secondarie del sapere ci renda, senza che ce ne rendiamo bene conto, viaggiatori degni di questo nome. Ogni esercizio scolastico, per quanto insignificante noi lo giudichiamo, rappresenta un modo specifico di attendere la verità, e di desiderarla. Sono sue queste parole: «Se si ricerca con vera attenzione la soluzione di un problema di geometria, e se dopo un’ora si è sempre allo stesso punto di partenza, ogni minuto di quest’ora costituisce un progresso in un’altra dimensione, più misteriosa. Senza che lo si senta, senza che lo si sappia, questo sforzo, in apparenza sterile e senza frutto, ha fatto più luce nella nostra anima. Il frutto si ritroverà un giorno, più tardi, nella preghiera e, per di più, lo si ritroverà senza dubbio anche in un qualsiasi campo dell’intelligenza, forse del tutto estraneo alla matematica. Un giorno, colui che ha compiuto senza risultato questo sforzo sarà forse capace di cogliere più direttamente la bellezza di un verso…». È vero, «al tempio non si va direttamente». Le ricerche e le acquisizioni fondamentali della vita richiedono una disponibilità non solo per ciò che è immediatamente utile, ma per il gratuito, per ciò che facciamo in forza di ragioni che sappiamo e che sconfessiamo, per quello che il presente già rende nitido, ma anche per ciò che solo il futuro potrà socchiuderci e illuminare.

Avvenire 28/1/2016