Il Pontefice nella sinagoga di Roma

Dalla sinagoga alla probabile visita di Francesco alla moschea di Roma, l’Anno giubilare è vissuto anche all’insegna degli incontri con le altre religioni. E la capitale diventa luogo di incontro fra i tre grandi monoteismi del Mediterraneo, segno di speranza fra conflitti e divisioni.

Il Papa degli emarginati, degli scartati, dei poveri; certo, Bergoglio è tutto questo, e tuttavia sarebbe riduttivo guardare al pontificato di Bergoglio «solo» in questo senso. Le tessere del puzzle composto dal Papa sul fronte del dialogo interreligioso, sono infatti sempre più significative e in alcuni casi sorprendenti. Dopo la sinagoga, il Papa dovrebbe visitare, entro breve tempo, la grande moschea di Roma, e sarebbe la prima volta di un pontefice nel tempio costruito dall’architetto Polo Portoghesi. L’indiscrezione non è ancora stata confermata ufficialmente dal Vaticano, ma l’imam Yahya Pallavicini, vicepresidente del Coreis, Comunità religiosa islamica in Italia, ha reso noto che in effetti si sta lavorando a un’ipotesi di questo genere. Il gesto avverrebbe dunque nell’ambito del Giubileo della misericordia, e acquisterebbe un significato importantissimo in quanto farebbe di Roma la capitale pacifica dei tre grandi monoteismi, la città della convivenza interreligiosa possibile e praticata. Si tenga inoltre presente che la moschea di Roma, la più grande d’Europa, fa riferimento all’islam sunnita e all’Arabia Saudita che ne ha promosso l’edificazione. E principalmente di tradizione sunnita sono le comunità di immigrati o di cittadini di fede musulmana che hanno raggiunto l’Italia in cerca di lavoro e di pace, per sfuggire a guerre o povertà.

Giubileo e dialogo con ebraismo e islam

D’altro canto il dialogo interreligioso era parte del «programma» giubilare se si torna alla Bolla d’indizione dell’Anno santo, nella quale fra le atre cose si afferma: «la misericordia possiede una valenza che va oltre i confini della Chiesa. Essa ci relaziona all’Ebraismo e all’Islam, che la considerano uno degli attributi più qualificanti di Dio». «Israele per primo – prosegue il testo – ha ricevuto questa rivelazione, che permane nella storia come inizio di una ricchezza incommensurabile da offrire all’intera umanità. Come abbiamo visto, le pagine dell’Antico Testamento sono intrise di misericordia, perché narrano le opere che il Signore ha compiuto a favore del suo popolo nei momenti più difficili della sua storia». Quindi «l’Islam, da parte sua, tra i nomi attribuiti al Creatore pone quello di Misericordioso e Clemente. Questa invocazione è spesso sulle labbra dei fedeli musulmani, che si sentono accompagnati e sostenuti dalla misericordia nella loro quotidiana debolezza. Anch’essi credono che nessuno può limitare la misericordia divina perché le sue porte sono sempre aperte». Da qui un auspicio che ormai sta prendendo forma: «questo anno giubilare vissuto nella misericordia possa favorire l’incontro con queste religioni e con le altre nobili tradizioni religiose; ci renda più aperti al dialogo per meglio conoscerci e comprenderci; elimini ogni forma di chiusura e di disprezzo ed espella ogni forma di violenza e di discriminazione».

Rohani dal Papa

La settimana prossima poi, il 26 gennaio, Francesco incontrerà il presidente dell’Iran, Hassan Rohani. In visita in Italia e in Vaticano. Un altro evento di grandissima rilevanza, un fatto diplomatico e politico in primo luogo, senza dimenticare però che il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso ha sempre mantenuto in questi anni una linea di dialogo sul piano teologico con Teheran, capitale dell’islam sciita, e a volte teologia e diplomazia seguono strade molto vicine. Considerato inoltre il ruolo di attore protagonista che l’Iran ha assunto nella crisi in corso in Medio Oriente, dall’Iraq, alla Siria, alla Terra Santa, e anche la nuova fase in cui sono entrate le relazioni economiche e politiche fra Teheran e le capitali occidentali, si può comprendere quanto sia significativo l’incontro che avverrà in Vaticano. Sotto tale profilo non va dimenticato che la Santa Sede ha appoggiato i negoziati sul nucleare fra Stati Uniti e Iran conclusisi positivamente e la cui conseguenza è stata la fine delle sanzioni economiche all’Iran, fatto che sta avendo ripercussioni non secondarie sull’economia mondiale.

Moschea di Roma

Bangui, Istanbul e Sarajevo

È però da sottolineare come il Papa, a parte l’eventuale visita alla moschea di Roma, è già stato, nel novembre scorso, nella moschea di Bangui, nella Repubblica Centrafricana. Nell’occasione ha raccolto il ringraziamento della comunità e delle autorità islamiche locali per il messaggio di pace e speranza che portava con il suo gesto in un Paese scosso da conflitti interni non di rado alimentati da motivazioni religiose, per mascherare la più classica contesa per il potere e il controllo delle risorse naturali del territorio. E poi, ancora, come già accadde con Benedetto XVI, Bergoglio aveva visitato la moschea blu di Istanbul (nel 2014), altro grande centro dell’islam sunnita (nel 2001 Giovanni Paolo II entrò nella moschea di Damasco, in Siria).

Complessivamente Francesco ha rilanciato il dialogo teologico con le tre grandi religioni del Libro, in primo luogo con l’ebraismo, come egli stesso ha detto durante la sua visita alla sinagoga di domenica 17 gennaio. Il perché è complesso e semplice allo stesso tempo: in un discorso che tocca le radici comuni delle tre fedi monoteistiche del Mediterraneo, il senso profondo della fede in un Dio della vita – secondo l’espressione usata dal papa nel Tempio Maggiore – si contrappone alla religione trasformata in strumento di morte, in ideologia fondamentalista; Bergoglio promuove così una separazione netta fra fede e potere, fra il Dio dell’amore e il fondamentalismo che strumentalizza la religione per giustificare violenze inaudite o per costruire fili spinati nel cuore d’Europa.

Un discorso in questo senso fu avviato da Giovanni Paolo II, tuttavia oggi la questione diventa centrale per affrontare i conflitti contemporanei. Non per caso il Pontefice è già stato in Terra Santa, oltre che in Turchia e a Sarajevo; tutte tappe cruciali di un percorso nel cuore di territori attraversati da una pluralità di fedi, culture, tradizioni spirituali, componenti nazionali, i cui equilibri sono sempre più fragili e messi a rischio dalle guerre come dalla volontà di uniformare in un solo senso ciascuna di queste realtà. Un po’ il contrario di quel mondo-poliedro immaginato da Bergoglio, in cui le differenze sono una ricchezza e una chance di collaborazione e crescita comune.

Vaticaninsider 19/01/2016
Francesco Peloso