misericordia

Sentenziava lo scrittore francese Anatole France: «Non esiste una magia come quella delle parole». Affermazione destinata a essere ancor più incisiva se alle parole non si conferisce solo una funzione estetica o blandamente esornativa, ma si affida loro anche e soprattutto il compito di trasmettere messaggi di alto valore morale. Ecco allora che quando Papa Francesco — aderendo all’iniziativa della Treccani, rivolta a una cinquantina di personaggi, di indicare la parola che ha «cambiato la propria vita» — ha scritto sul sito dell’enciclopedia italiana «Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore: la misericordia», ben si comprende la forza dirompente contenuta anche in un’unica parola.

Del resto è proprio nella sola parola «misericordia» che si manifesta in pienezza la sintesi del pontificato di Francesco. Nell’accettare l’elezione, il Pontefice ha detto: «Sono peccatore, ma accetto in spirito di penitenza e confidando sulla misericordia e sull’infinita pazienza del Signore nostro Gesù Cristo». Francesco ha quindi indetto l’ormai imminente giubileo della misericordia e la bolla d’indizione è intitolata «Il volto della misericordia». Nelle sue omelie e nei suoi discorsi ricorre costantemente il concetto che quello attuale è «il tempo della misericordia» e che Dio è «tutto e solo misericordia». E per citare un riferimento di questi ultimi giorni, il Papa, durante la visita di martedì scorso a Firenze, indicando il Cristo del Giudizio universale dipinto all’interno della cupola di Brunelleschi, lo ha definito «giudice della misericordia».

Certo è che in un mondo sempre più minacciato dalla logica perversa della violenza e della vendetta, la parola «misericordia» suona come una vera e propria sfida ad andare controcorrente: in essa vibra l’esortazione a cambiare mentalità, così da privilegiare la carità e il perdono.

E in questo scenario ben s’inserisce l’iniziativa promossa dalla Treccani, che nel voler fotografare «le trasformazioni della lingua e della società» in Italia, mira a rivalutare la parola come momento di pausa propizio per fermarsi e pensare in un mondo che, al contrario, è sempre più dominato dalla velocità e dalla fretta.

E come è fondamentale pronunciare e diffondere certe parole, è altrettanto importante che esse siano adeguatamente recepite e valorizzate, affinché non rimangano lettera morta. Non a caso soleva ripetere Michel de Montaigne che «la parola è per metà di colui che parla e per metà di colui che l’ascolta».

Gabriele Nicolò
L’Osservatore Romano, 14 novembre 2015