Quei 700 bimbi morti hanno tutti un nome.

La strage di bimbi nel Mediterraneo.

l buio tutt’attorno e il silenzio rotto solo dallo sciabordio delle onde sulla tela di un vecchio gommone. Il freddo e la paura che penetrano sottopelle, gli spruzzi salati in volto e quell’acqua profonda, nera come un nemico pronto a inghiottirti. Chiudiamo gli occhi per qualche minuto e proviamo a immaginarci così, in mezzo a un mare che vediamo per la prima volta, vestiti d’angoscia e con un pensiero fisso: scappare. Scappare dai bombardamenti, fuggire da un destino di persecuzione, abbandonare una casa e una terra ridotte a macerie, una rete di parentele e amicizie fatta a brandelli da un odio cieco. Alle spalle solo sangue e morte e fame. Davanti il buio, l’incognito e un’unica speranza di salvezza: l’approdo in un’altra terra, con altra gente, sconosciuta certo, ma non per forza nemica. Proviamo a tenere ancora chiusi gli occhi e pensiamo ora di non essere soli in quel canotto, ma di aver portato quanto di più caro abbiamo: la moglie o il marito, i figli, perché stiamo fuggendo dall’inferno e non lo faremmo mai da soli. E mentre pensiamo, già un’onda più vigorosa si alza, un’altra ancora e il gommone oscilla forte, alla deriva senza timoniere. L’acqua si riversa dentro e i bambini prima muti strillano, si agitano terrorizzati. Ne afferriamo uno mentre il canotto si ribalta, l’altra mano cerca la moglie e il piccolo. Ecco, “tieniti forte, resta aggrappato, no non lasciare la mia mano, non lasciare…”.
Basta, riapriamo gli occhi. Grazie a Dio siamo a casa, tranquilli. E fatichiamo persino a immaginare di trovarci – noi e i nostri piccoli che ora stanno giocando – in una situazione così drammatica.

Apriamo gli occhi per guardare le fotografie dei corpicini rigettati sulle spiagge della Turchia dalla risacca. Per leggere le cifre di questa lunga strage degli innocenti a puntate. L’anno non è ancora concluso e nel Mediterraneo sono già morte più di 3mila persone, sono annegati oltre 700 bambini. Neonati inermi scivolati dalle braccia delle madri, bimbi di qualche anno, vite sommerse prima ancora di sbocciare. Caduti d’una guerra non loro, tributi a un Dio tradito, misconosciute atroci sofferenze. L’ultimo naufragio ieri al largo dell’isola greca di Farmakonisi: 11 morti, tra cui 5 bambini, e 13 dispersi che difficilmente saranno ritrovati. Lunedì, identica tragedia con i corpi di 6 piccoli afghani tirati a riva dalla guardia costiera di Smirne. Su un’altra spiaggia, coperto da un lenzuolo, il corpicino di Sajida Ali, siriana vittima d’un analogo naufragio la settimana scorsa. Un altro grano di questo rosario di dolore e morte, di impotenza e indifferenza. Tuffi al cuore d’un momento, per noi qui. Capaci di commuoverci, come ad agosto il piccolo Aylan sulla sabbia di Bodrum, ma non di muoverci veramente se non per poco tempo.

Se non, ora, in una direzione sbagliata: quella di aumentare i bombardamenti, le armi in campo, il sangue. E con essi la distruzione, la paura e la fuga dei civili. Pronti, i Paesi occidentali, a trovare le risorse economiche per una nuova guerra; balbettanti e in difficoltà se si tratta di finanziare il soccorso in mare dei migranti, individuare corridoi umanitari per mettere in salvo e accogliere i profughi. Gli attentati terroristici, con le loro vittime innocenti, hanno scatenato una reazione a livello mondiale, con un notevole dispiegamento di mezzi. Non si può fare una classifica dei morti, valutarne il peso specifico è operazione inaccettabile. Ma neppure possiamo permettere che lo stillicidio di vite sommerse nel Mediterraneo, tutte in fondo così eguali e ‘anonime’, finisca per farci perdere la coscienza di ciò che sta accadendo a tanti, troppi fratelli siriani, afghani, iracheni e di altre nazionalità. Hanno tutti un nome. E non possiamo permettere che Aylan, come sorpassato da altre urgenze e preoccupazioni, sia ridotto a semplice emozione collettiva di un’estate; Sajida e i tanti suoi fratelli nella morte già ‘declassati’ a notizie di interesse relativo. Chiudiamo gli occhi per qualche minuto e torniamo a immaginarci con la nostra famiglia su un barcone. Poi riapriamoli, i nostri occhi, per non chiuderli più sul dramma di chi – per sfuggire alla morte – è costretto ad affrontarla con i bambini in braccio.

Francesco Riccardi
Avvenire 10 dicembre 2015