La testimonianza dei trappisti assassinati a Tibhirine

(Antonella Lumini, L’Osservatore Romano, 17 novembre 2015) L’efferato assassinio dei monaci trappisti del monastero di Tibhirine in Algeria, avvenuto quasi vent’anni fa, appartiene ormai alla nostra memoria collettiva, ma ripercorrerne certi passaggi dal vivo attraverso le poesie e i brani del diario di uno di loro, è particolarmente toccante, soprattutto alla luce di quanto sta avvenendo oggi. Il libro Christophe Lebreton, monaco, poeta, martire a Tibhirine, di Henry Quinson, da poco pubblicato in italiano da Gribaudi nella collana 15 Meditazioni (Milano, 2015, pagine 104, euro 7), ci conduce nell’intimo di una vicenda umana estrema, attraversata lucidamente giorno dopo giorno facendo leva esclusivamente sulle risorse interiori.
Quello che più colpisce è lo scavo costante, l’affondo che s’incardina in un’esperienza di fede nuda e disarmata. Come accettare di restare in Algeria mentre imperversa il terrore integralista della guerra civile? Come predisporre il cuore ad andare incontro a quel dono totale di sé che conduce al martirio?

Christophe Lebreton, nato a Blois nel 1950, già dalla giovinezza chiamato al sacerdozio e alla missione, lascia per alcuni anni il seminario. Frequenta la facoltà di legge, sperimenta gli anni del Sessantotto, vive alcune relazioni affettive, ma niente riesce a dare senso alla sua vita, a colmare il “grande vuoto”. Conosce l’Abbé Pierre, frequenta i senzatetto nei campi di Emmaus. Prende coscienza «che ci sono i poveri e che la felicità non può essere trovata senza di loro».
Ma nel 1972 un evento trasforma la sua vita, un’esperienza mistica: «A Tours, nella mia camera di studente (…) questo “ti amo” che mi strazia la carne (…) Riconoscimento di qualcuno, Altro, lì». Christophe si sente toccato da quell’Amore che trascende tutti gli amori «amavo l’Amore, l’ho capito». Scopre Charles de Foucault, prende contatto con una comunità di Piccoli fratelli in Algeria, ha modo di conoscere il monastero Nostra Signora dell’Atlante, ma non vi resta subito. Vi tornerà definitivamente nel 1987, attratto dalla possibilità di vivere preghiera, solidarietà, amicizia attraverso «una relazione d’amore necessariamente vulnerabile».

La piccola comunità di Tibhirne, nascosta, umile, è improntata all’incontro, non al proselitismo: «Niente strutture pesanti. Ma comunque una casa… nella casa dell’islam… Una piccola camera degli ospiti che dà sull’interiore che ci unisce». La missione è «servizio non dominio, apertura non esclusione». Non consiste nel promuovere valori, idee, morali, ma nel vivere «la relazione cristica» che si tesse attraverso il dialogo, l’amicizia.

Anche dopo essere ordinato sacerdote, Christophe continua a sentirsi sopraffatto dal dono di Dio, dalla forza di quel “ti amo”: «Abbiamo tutti bisogno di questo “ti amo” per vivere. Questo “ti amo” non è solo per noi cristiani, ma per tutti». Dal 1993 inizia a tenere un diario (Il soffio del dono, Messaggero, Padova, 2001) su un quaderno che gli è stato regalato: «Questo quaderno mira in fondo a provare la mia esistenza come una parola che si sta scrivendo qui». L’immagine è suggestiva, fa pensare al dinamismo della creazione che attraversa la vita umana scrivendola. Azione costante del Verbo che anela a incarnarsi: «Dirò ciò che di te mi accade e si scrive in me».
Relazione che si accresce, si fa sempre più intima: «Ma tu come ti senti in me (…) nel mio cuore sii libero e te ne prego, fai come se tu fossi a casa tua». Sono versi struggenti che rivelano l’intensità di una realtà interiore che si affina, si espande: «Qui ha luogo una storia nascosta, è un giuoco d’amore o non è niente di niente».
Il Verbo si scrive direttamente nella vita, la trasfigura attraverso l’amore rendendo possibili risposte impossibili. Così il sovrannaturale penetra nel naturale dilatandone i limiti. Più la soglia si sposta più l’umanità si lascia inabitare dalla divinità. I testimoni della fede, i martiri di ogni tempo, rivelano che la vita eterna che emana dal Risorto e dal suo Santo Spirito entra in azione, prende campo nell’esistenza.

Quando l’umanità è inabitata dalla divinità accetta fino in fondo la realtà con i suoi orrori, non giudica, non retrocede. Così spezza le catene della paura che la rendono schiava. «La mia vita, nessuno me la toglie (…) la offro, me ne spoglio. Che la mia vita qui non sia più mia». Come Gesù nell’orto, sa, conosce, ma non retrocede. Passività dinamica. Immobile nella volontà. Fortemente attiva nella trasformazione.
Quando la violenza si scatena è possibile non arretrare solo se puntellati, radicati anima e corpo in quel fondo da cui l’amore divino sgorga sussurrando quel “ti amo” che chiede la risposta.
«Bere il sangue dell’Agnello ci mette in un campo: quello delle vittime. La tua vittoria, Gesù, non è facile in me, in noi. Sono sicuro Amore: tu vinci». Quel “ti amo”, detto poi reciprocamente, diviene il cardine che tiene ferma la volontà rompendo il circuito causa-effetto che la violenza alimenta: «Questa libertà nasce da una relazione viva con Te Cristo Gesù, mio Signore». Anche Gesù nell’orto poteva fuggire, nascondersi. Invece no, resta. Fermo, immobile, suda sangue.

La testimonianza della fede senza riserve rivela una forza soprannaturale che, quando s’impianta, porta l’essere umano alla completa abnegazione di sé, alla pura offerta: «Non c’è una risposta globale, bensì esistenze che obbediscono allo Spirito emesso da Gesù innalzato sulla croce».
Christophe si discosta da posizioni che giudicano la violenza come intrinseca all’islam, affermando invece che essa ha radici nel cuore di ogni essere umano. È estraneo ai fondamentalismi, all’idea di un conflitto fra religioni. La libertà può sorgere solo da una “relazione liberante”, dall’incontro di persone, non dallo scontro ideologico. Il corpo della Chiesa è attraversato dal Verbo crocifisso quando il cristiano consegna la propria realtà crocifissa non quando si limita a difendere le proprie idee.

«È l’ora, adesso (…) di mettersi a tavola, prendete posto nello spezzare il pane Uno». Questo l’incipit dell’ultima poesia, scritta da Christophe pochi giorni prima della notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 in cui, insieme ad altri sei confratelli, fu rapito da un gruppo armato e poi giustiziato il 21 maggio. «Essere ormai soltanto il gesto che devo diventare: eucaristia». Questa passività dinamica insegnata da Gesù e testimoniata dai martiri, dovrebbe accompagnare la vita ordinaria in quanto il vangelo, nella sua essenza, chiama a morire a se stessi. Il potere delle tenebre che prende campo attraverso orrore e terrore, può essere vinto solo da una totale adesione alla luce. Coloro che sono nella luce vedono secondo una prospettiva nuova, «hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell’agnello», come recita l’Apocalisse.

Non si tratta più dell’innocenza originaria, ma di quella purificazione operata dallo Spirito di verità che santifica l’esistenza e illumina la coscienza. Così per tutti i martiri, anche quelli senza nome dei nostri giorni.