Da Manzoni a Verdi, i testamenti dei grandi.

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«Oltre che ai parenti, io le raccomando all’aiuto ed all’appoggio di quei pochi ma generosi amici che nel periodo delle prove mi conservarono la loro amicizia. Non posso lasciar loro mezzi di fortuna, perché alla fortuna ho dovuto rinunziare per tener fede ai miei ideali. […] Muoio colla coscienza d’aver combattuto la buona battaglia e colla sicurezza che un giorno i nostri ideali trionferanno». Firmato «Alcide». È cuore del testamento di Alcide De Gasperi, morto nel 1954, l’illustre politico democristiano che nel 1947 si fece prestare il cappotto per affrontare il viaggio negli Stati Uniti. Una integrità conservata fino alla fine, che di fronte agli scandali e alle spese pazze di molti politici di oggi fa riflettere e marca la differenza.

Una lezione, come tante che arrivano leggendo i testamenti di grandi figure e personaggi che il Consiglio nazionale del notariato e la Fondazione italiana del notariato mettono in mostra a Milano, in occasione del 50° Congresso nazionale del notariato. «Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani» – ideata in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia e poi itinerante – narra la storia del nostro Paese attraverso un punto di vista inedito: le ultime volontà.

È uno spaccato umano di ventotto personaggi noti principalmente per le loro virtù pubbliche. Ci sono Giuseppe Garibaldi, Luigi Pirandello, Camillo Benso di Cavour, Giovanni Verga, Giuseppe Verdi, ma anche Gabriele D’Annunzio ed Enrico De Nicola, Grazia Deledda e tanti altri. Un itinerario inedito e rivelatore perché ogni testamento racconta del suo autore non solo la situazione familiare ed economica, ma soprattutto l’animo, le scelte morali, civili, le propensioni e il carattere. Come per ciascuno di noi. Perché negli studi notarili si conservano e si formano ogni giorno, documenti che raccontano le storie, le difficoltà, i lasciti morali, filosofici e politici, le scelte economiche degli italiani.

«Al mio servitore Clemente Vismara, se, come suppongo, si troverà al mio servizio al momento della mia morte, lascio, per la ristrettezza del mio asse, la tenue somma di lire cento, in benemerenza de’ suoi fedeli e affettuosi servizi, dei quali consegno qui una piena attestazione, perché ne possa valere, quando creda che gli possa essere utile. Tale è la mia ultima volontà, che passo a sottoscrivere», è il pensiero che affidava al suo notaio Alessandro Manzoni. Questi, invece, gli ultimi voleri di Giuseppe Verdi: «Esprimo il vivo desiderio di essere sepolto in Milano con mia moglie nell’Oratorio che verrà Costrutto nella Casa di Riposo dei Musicisti da me fondata. (…) Ordino che i miei funerali siano modestissimi e siano fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni. Non voglio nessuna partecipazione della mia morte colle solite formule. Si distribuiranno ai poveri del villaggio di Sant’Agata lire mille nel giorno dopo la mia morte».

C’è poi l’ultimo “rombo” di Enzo Ferrari: «Revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria. Istituisco erede universale di tutti i miei beni mio figlio Piero Lardi Ferrari». Luigi Pirandello dà le istruzioni per il suo funerale: «Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta».

È un messaggio che emoziona e lascia senza parole quello lasciato alla moglie Anna da Giorgio Ambrosoli, l’avvocato milanese assassinato l’11 luglio 1979, mentre stava indagando sul crac della Banca Privata Italiana di Michele Sindona: «È indubbio che – in ogni caso – pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. (…) Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto».

Nei pannelli del percorso proposto dai notai ci sono anche le confessioni di Paolo VI e di Giovanni XXIII. Scrive il Pontefice di Sotto il Monte: «Nato povero, ma da onorata ed umile gente sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della S. Chiesa che mi ha nutrito quanto mi venne fra mano – in misura assai limitata del resto – durante gli anni del mio sacerdozio e del mio Episcopato». Una lezione e un esempio.

Giuseppe Matarazzo
Avvenire 7 novembre 2015