Pierangelo Sequeri

Il metodo caldamente incoraggiato da Francesco ha avuto il suo felice riscontro, vincendo le perplessità e i timori dell’ inizio. La franchezza della parresia, nella cornice dell’ ordinata alternanza dell’ assemblea e dei gruppi di lavoro disposta dalla Segreteria del Sinodo, ha infine prodotto una convergenza conquistata e convinta dell’ ekklesia. L’ evento di comunione ecclesiale che ne è scaturito – non precostruito, non pilotato, non di maniera, checché alcuni ne dicano – ha sorpreso anche i commentatori più smaliziati. E molti lo hanno lealmente riconosciuto.
In ogni caso, coloro che cercavano (e forse speravano) altro, alla fine, non l’ hanno trovato. Il tono del documento finale è apparso concreto e onesto, ma anche caldo e propositivo, in grado di restituire il clima del consenso più ampio. Per quanto concerne il tema in oggetto, in ogni modo, la convinzione che emerge dal consenso dei Padri sinodali è chiara: senza la saldezza di questo ‘nodo d’ oro’ – ossia la famiglia credente, che genera alla vita e alla fede nel grembo della Chiesa – la Chiesa stessa non si fa. Negli interventi in Aula, come anche nell’ ampio e appassionato confronto dei gruppi linguistici, l’ intonazione di questo registro è progressivamente cresciuta.
La convinzione di dover dedicare molta più attenzione e affezione allo spirito di alleanza fra la Chiesa e la famiglia ha ispirato sempre più interventi. Quando un Pastore è compreso della responsabilità di custodire la verità della fede – di questo parliamo, naturalmente, non di altri interessi – in quello stesso momento è animato dal desiderio di custodire e di proteggere la fedeltà, spesso a caro prezzo, di tutti coloro che a quella verità hanno affidato la loro vita e ne sono testimoni. Ma il buon Pastore sa benissimo che la sua sollecitudine per la verità di Dio deve lasciarsi giudicare e mettere alla prova dell’ inaudita novità evangelica della grazia. Nel ministero del Vangelo deve infatti risplendere, con la luce più forte, l’ amore di Dio in cerca di tutte le sue figlie e tutti i suoi figli dispersi.
La verità di Gesù è capace di una cosa che la mediazione della legge, anche la più perfetta, non sa fare: è capace di intercessione. Fra i Padri sinodali questa capacità di intercessione, che si espone fra Dio e l’ uomo, in favore dell’ uomo, è risuonata scopertamente e coraggiosamente. Il punto più alto e in certo modo rivoluzionario dell’ evento sinodale va trovato proprio qui. La capacità di intercessione della Chiesa, in favore delle famiglie – e specialmente di quelle ferite – stabilisce un punto di non ritorno, con il quale ora la coscienza ecclesiale dovrà misurarsi seriamente.
La Chiesa non entra in campo soltanto quando sono confetti e fiori d’ arancio. E non sparisce quando le cose vanno male. La Chiesa rimane in campo quando i giovani cercano la loro strada, magari per prove ed errori, per incoraggiarli a trovare la via, collaborando con affetto a sciogliere le paure e gli stordimenti che inceppano il cammino. La Chiesa rimane in campo quando le famiglie sono trafitte dall’ imprevisto doloroso e drammatico che fa traballare tutto: l’ impossibilità di avere bambini, la nascita di un figlio ferito, la mancanza di mezzi e la perdita del lavoro, le devastazioni della natura, della guerra, della persecuzione. La Chiesa rimane in campo quando storie di vita difficili e distruttive impongono uno stato di separazione e di abbandono che per molti è quasi impossibile fronteggiare da soli.
Il Sinodo offre al Papa la testimonianza collegiale di una Chiesa che ha riaperto se stessa alla vocazione bellissima e vulnerabile del sacramento della famiglia, ponendo le basi per pensarlo e viverlo davvero come un momento essenziale della sua costituzione divina. L’ appello è dunque a una Chiesa di menti lucide, cuori saldi e spiriti bambini, disposti a lasciarsi rivestire dei «sentimenti di Cristo» (Col 3, 12; Fil 2, 5). Fino a diventare capaci, quando lo Spirito di Dio è accolto, di autentici miracoli: come trasformare vite annacquate in un vino perfino migliore, o riaccendere una fede che sembrava ridotta a uno stoppino fumoso. (Cose così, insomma).
È vero, è stato ‘solo’ un Sinodo dei Vescovi, e non un Concilio ecumenico (in ogni caso cum Petro e sub Petro). Eppure, vi pare poco quello che ne è uscito?

Avvenire 29 ottobre 2015