Strategia della ferocia. Quasi cento morti in un duplice attentato dinamitardo davanti alla stazione ferroviaria di Ankara.
Investiti dalle deflagrazioni i partecipanti a una manifestazione per la pace. Sale di ora in ora il numero delle persone uccise e ferite, oggi, da due violente esplosioni davanti alla principale stazione ferroviaria della capitale turca Ankara. L’ultimo bilancio parla di quasi cento morti. L’attentato ha colpito la folla che si stava radunando per partecipare a una manifestazione per la pace, volta a chiedere la fine degli attacchi governativi contro gli indipendentisti curdi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk).
Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, leader del maggioritario Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), ha parlato di «attentato all’unità del Paese: siamo contro ogni forma di terrorismo». Il presidente ha quindi invocato «solidarietà e determinazione come la risposta più giusta al terrorismo». L’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini, ha esortato Ankara a «restare unita contro la minaccia del terrorismo». Poco dopo le esplosioni, l’agenzia di stampa Firat ha riferito che il Pkk ha ordinato ai suoi gruppi di miliziani di cessare, se non attaccati, le attività contro le forze di sicurezza turche.
Organi di stampa attribuiscono la strage ad attentatori suicidi. Di questa opinione si è detto anche Kemal Kılıçdaroğlu, leader della principale formazione d’opposizione, il Partito popolare repubblicano, mentre il primo ministro, Ahmet Davutoğlu, convocava una riunione d’emergenza sulla sicurezza.
Quanto accaduto sembra in ogni caso destinato ad accrescere le già forti tensioni nel Paese, dove fra tre settimane si terranno le elezioni. Contro il Governo è scagliato Selahattin Demirtaş, leader del filocurdo Partito democratico del popolo (Hdp), di recente uscito dal Governo di transizione insediato per condurre il Paese alle elezioni, proprio in polemica con l’intervento armato contro il Pkk. Secondo Demirtaş, «stiamo assistendo a un enorme massacro. È una continuazione di quelli di Diyarbakir e Suruç», due attentati contro la sua formazione politica a giugno e a luglio scorsi.
Osservaore Romano, 10 ottobre 2015.

Nunca la violencia podrá tener la última palabra1
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