first lady di Kabul

L’affetto del popolo ciellino, che ne ha già fatto uno dei protagonisti di questo Meeting, e quello di Agnese Renzi, corsa ad ascoltare quella che definisce «una grande amica», oltre che «una grande donna che sta facendo grandi cose per il suo Paese»: tanto basta perché Rula Ghani lasci Rimini con la sensazione di aver aperto uno spiraglio importante di dialogo tra l’Afghanistan e l’Italia. La first lady di Kabul ha parlato ieri di fronte a migliaia di visitatori e poi ha incontrato la stampa mostrandosi per la donna che è: moderna e rispettosa di un Paese che ama e l’ha adottata, come ha più volte ricordato.

Sposata da 40 anni con il presidente della Repubblica Islamica, Ashraf Ghani, Rula interpreta il sentimento di un popolo che cerca faticosamente di lasciarsi alle spalle gli anni della dominazione talebana. Formata in occidente (Parigi, università americana di Beirut e New York) questa signora libanese esprime un senso religioso dall’accento sincretico – «sono cristiana e musulmana, la fede è un fatto molto personale e quando prego mi rendo di pregare lo stesso unico Dio», ha detto – che riflette il desiderio di riconciliazione nazionale del suo Paese.

Inflessibile nel difendere le chance di dialogo («la libertà religiosa è insita nell’islam ma a volta i media tendono a semplificare ») Rula Ghani è molto impegnata sul fronte umanitario: ha negato che «le donne afghane vivono nella paura e nel silenzio» e ha spiegato che «le persone vulnerabili nel mio Paese non sono solo donne, sono forse il 90% della popolazione», ma ha ammesso che le associazioni femminili sono le più attive nel chiedere il suo aiuto, che si esplica, ha aggiunto, nel favorire l’impegno delle istituzioni per una scuola migliore, per una sanità più efficiente e anche per il riconoscimento dei diritti della popolazione femminile.

Una first lady impegnata, dunque, a smontare il cliché dell’Afghanistan post-talebano, ma anche a non escludere nessuno dal processo di riconciliazione in corso. Significativa questa puntualizzazione: «Non parliamo di terrorismo religioso, ma di un terrorismo che prende alcuni aspetti legati alla religione e li strumentalizza per compiere atti barbari».

Con un monito rivolto all’Occidente: «C’è il problema che alcuni popoli non reagiscano contro l’Is, ma bisognerebbe anche sforzarsi di capire come mai tanti giovani europei e americani decidono di arruolarsi nello Stato Islamico. Questa è la vera domanda».