FP italiano 8/2015 (3)

relax-rana

Non fare niente, per cambiare il mondo,
di Hermann Bellinghausen

L’amministrazione aziendalista del tempo umano, con i suoi ritmi frenetici e alienanti, nuoce al cervello. Non è solo una considerazione di buon senso né solo un giudizio etico-politico, è anche l’ipotesi centrale che prende in esame “In pausa”, il libro di Andrew Smart. Un’argomentazione esposta per lo più in modo piano e piacevole ma ancorata al rigore della scienza neurologica. Cominciamo a identificarci più con il cellulare che teniamo in tasca che con la testa che abbiamo sulle spalle, il pericolo è evidente. Inoltre, quando siamo costretti a occuparci contemporaneamente di molte attività, in genere peggioriamo il rendimento di tutte. Per difenderci da questa epidemia, Smart non ci invita a non far nulla ma a imparare a saper stare senza far nulla. Se un sistema sociale tanto nocivo si fonda sulla necessità fondamentale del lavoro, un aumento rilevante dell’ozio e dell’assenteismo sarà di certo un fattore di cambiamento auspicabile. Smart non manca infine di sottolineare il valore sovversivo dell’auto-organizzazione, allo stesso modo in cui funziona un cervello: senza costrizioni. Se le persone si rendono autonome, i capi non potranno controllarle.

Lo scrittore e scienziato Andrew J. Smart sostiene che quando corriamo qua e là cercando affannosamente di essere puntuali o di rispondere ai portatili, pubblicando messaggi su Twitter e Facebook, ricevendo sms, scrivendo mail o riesaminando l’agenda degli impegni pendenti, inibiamo l’attività di quello che forse potrebbe essere il circuito più importante del cervello.

Nel suo provocatorio libretto El arte y la ciencia de no hacer nada , Clave Intelectual, Madrid, 2014 (in Italia uscito per Indiana Editore con il titolo “In pausa”), Smart scrive che “cominciamo a identificarci più con il cellulare che teniamo in tasca che con la mente che abbiamo sulle spalle”. Discute le reali funzioni e le attività del cervello, le connessioni e le loro conseguenze. Sebbene cerchi di restare al livello di una ribellione tipo quella di un campus contro l’educazione di bambini iper-organizzati come fossero adulti piccoli, o come quella contro l’”amministrazione” aziendalista del tempo umano (tutta una disciplina di mercato negli Usa e nelle loro colonie), Smart sostiene che “l’affermazione radicale” del fatto che “se il nostro sistema sociale si fonda sulla convinzione maggioritaria della necessità fondamentale del lavoro, un aumento rilevante dell’ozio, dell’assenteismo, dell’accidia e dell’inattività potrebbero essere la maniera più efficace di generare un cambiamento sociale e politico positivo”.

Laddove intreccia riflessioni generali, Smart si rifà a recenti studi nel campo delle neuroscienze che gli consentono di descrivere l’ozio come uno stato di pienezza per il cervello (vale a dire per noi stessi). Come altri che hanno già trattato il tema, a partire dal dottor Samuel Johnson nel XVIII secolo, Smart non si sofferma troppo sulle distinzioni tra ozio, pigrizia, accidia, indolenza (e ancor meno tiene in considerazione ambiguità semantiche come il nostro (messicano, ndt) concetto di “güeva” (qualcosa di simile alla italiana “fiacca”, ndt). Sebbene si avvicini in maniera esplicita a quel “preferirei non farlo” del Bartleby di Herman Melville, si distanzia dalle melanconiche considerazioni di  Oblómov di Iván Goncharov. L’intenzione di Smart è di farci sapere cosa fa il cervello quando non facciamo nulla, non di convincerci a non far nulla; ci invita a saper stare senza far nulla, sempre che ne abbiamo occasione. Tralascia le pratiche di meditazione e di rilassamento, che per mezzo di determinate e ben sviluppate vie favoriscono l’inattività esteriore. Non ricorre neppure a interpretazioni psicoanalitiche. E sebbene a volte si mostri astuto o faccia lo spiritoso come un allegro esponente gabacho (equivale a “gringo”, ndt), Smart rimane comunque all’interno del rigore della scienza neurologica, suggerendo suggestive osservazioni sociali e culturali.

Di fronte al “mito” secondo il quale usiamo solo il 10 per cento del nostro cervello (si veda Lucy, film del 2014 di Luc Besson), Smart ribadisce che la scienza ha rivelato che usiamo il cervello nella sua totalità, ma “non nel modo ipotizzato da molte persone”. Risoluto oppositore della multi-programmazione, sottolinea che “non disponiamo di strutture cerebrali geneticamente predisposte al multitasking e che diversi studi indicano che quando ci occupiamo di diverse attività contemporanea­mente si verifica un peggioramento nel rendimento di tutte”. Definisce sistemi dimostrati, come la rete neurale di default e l’inesistenza di qualunque centro di controllo centrale del cervello. Le connessioni sinaptiche sono tutto e non cessano, solo che le distraiamo con la nostra smania di strafare.

Contro “l’orribile epidemia aziendalista”, Smart propone il valore sovversivo dell’auto-organizzazione, allo stesso modo in cui funziona un cervello senza costrizioni. Se le persone si rendono autonome, i capi non potranno controllarle. Banchieri, industriali e politici andrebbero fuori di testa di fronte allo sbocciare di una generalizzata auto-organizzazione di persone disposte a non fare nulla! Affinché le cose cambino! Un paradosso estremo, come quello formulato da Paul Lafargue: fare la rivoluzione per smettere di lavorare.

In questa era del “post-lavoro”, perfino i professionisti competono per “il privilegio di lavorare senza retribuzione”. E se esiste “qualcosa di peggio che lavorare per essere pagati, è lavorare senza esserlo”. La soluzione consiste “nel creare una vera società post-lavoro che liberi le energie umane”. Come suggerisce Smart, “il lavoro sta distruggendo il pianeta”. E il colmo è che la maggioranza dei posti di lavoro “che i politici vivono promettendo, sono, senza ombra di dubbio, spaventosi”.

Dobbiamo identificare i limiti della tecnologia. “I computer, che dovrebbero darci più tempo libero, in realtà riducono o eliminano il tempo dedicato all’ozio”. Nell’ozio si conoscono meglio le persone, sé stessi e gli altri. Chi si sconnette utilizza in modo migliore le proprie connessioni neuronali. È consigliabile “dopo aver acquisito nuova informazione, fare un sonnellino o almeno darsi all’ozio (magari può essere un antidoto all’Alzheimer). L’esempio più importante nell’argomen­tazione di Andrew J. Smart sono le “Elegie Duinesi” e lo stesso Rilke. Risultato di una elevata liberazione delle connessioni, nonché del suono che permette di ascoltare il pensiero meglio del silenzio, il poema è frutto di una coscienza preparata a ricevere la voce del vento e i messaggi del pensiero ozioso.

Hermann Bellinghausen | 10 gennaio 2015
Fonte: la Jornada Titolo originale: Lo bonito de no hacer nada
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo