Se la satira vuole diventare un “oggetto di adorazione”…

charlie-hebdo_1La «strage di Charlie», come l’ha chiamata Repubblica (martedì 27), non ha prodotto alcun ripensamento sull’uso di quella satira che – nel suo modo deleterio, crudele e volgare – sembra pretendere di potersi ancora presentare come «la forma estrema della libertà» (Gramellini, La Stampa, 16 gennaio) e allo stesso tempo come una specie superiore di moralismo. Al contrario, ne ha provocato un’assurda sopravvalutazione. In un articolo di due pagine di Repubblica, uno scrittore francese (scrittore perché scrive) riferisce che, secondo uno dei vignettisti superstiti, ora «la satira si è trasformata in oggetto di adorazione, il disegno sacrilego è stato sacralizzato» e «i militanti della matita hanno preso ad assomigliare a dei pellegrini in cammino: dei penitenti del ridere. La Republique ha brandito l’ostensorio del ridere davanti alle folle in processione». A questa prima irriverenza lo scrittore fa seguire alcuni paragoni letteralmente sacrileghi, che questa rubrica cita solo parzialmente: «Così la messa antiterroristica si presta ad essere letta come un’Eucaristia patriottica», per dimostrare la qual cosa lo “scrittore” adatta esplicitamente al caso del Charlie Hebdo le parole della consacrazione: «… e opera una vera transustanziazione»… E poi, però in un’altra direzione: «L’hashtag “jesuischarliehebdo” ha cancellato lo slogan “Siamo tutti ebrei tedeschi”». Questa duplice squallida parodia è scritta non alla maniera di una satira, ma come un saggio critico. Che si conclude con l’affermazione che la manifestazione seguita alla strage «ha posto fine alla Quinta Repubblica». Ma anche a ogni ipotetica e sperata crescita di serietà della “Charlie-satira”.

LA SCIENZA E GLI SCIENZIATI

Se «in Italia la politica è indifferente alla scienza» è «colpa della Chiesa e del Pci». Non è l’accostamento della Chiesa al Pci che dà fastidio, ma l’ennesima ripetizione di una sciocchezza che ormai odora di muffa e che fa piuttosto sorridere se detta da uno scienziato di vasta cultura, che non si occupa solo dei suoi studi di genetica, ma anche, per fare un solo esempio, di letteratura greca antica. Infatti in un’intervista su Sette (un magazine del Corriere della Sera), Edoardo Boncinelli si mostra tanto convinto della serietà del suo giudizio che, prima ancora di emetterlo, lo contraddice palesemente. Riferisce l’intervistatore: «Ritiene che i suoi colleghi scienziati mediamente disprezzino la comunicazione e che, anche per questo, il dialogo tra il mondo scientifico e i cittadini in Italia sia sempre stato pressoché inesistente». Da parte sua e a proposito di una sua collega parlamentare, Boncinelli racconta: «Non deve essere facile, oggi, avere un cervello e frequentare Montecitorio. Mi ha raccontato che appena apre bocca si alza un muro di scetticismo. Come dire: lasciamola blaterare, è una scienziata». Non sarà che la colpa dell’indifferenza alla scienza è degli scienziati che non comunicano né sanno farsi ascoltare?

IL SIGNIFICATO DI CIVILTÀ

Il sindaco di Roma ha ottenuto dall’Assemblea capitolina, sia pure con difficoltà, che anche a Roma si apra un registro delle nozze omosessuali celebrate all’estero e delle coppie di fatto di persone anche dello stesso sesso. Qualche giornale ha ripescato per l’occasione la medesima definizione attribuita a suo tempo all’aborto: una «conquista di civiltà» e, in più, un «messaggio di civiltà al Parlamento». Ora la civiltà di un aborto è palesemente un assurdo. E la istituzionalizzazione delle “omonozze” e delle coppie di fatto, che presuppongono il rifiuto del matrimonio e quindi una sua deminutio capitis, fa venire alla mente un interrogativo: lo sanno, questi signori, che significa civiltà?

Dentro la bellezza, a cura di Gloria Riva

Avvenire 01/02/2015