Dieci Comandamenti,
Benigni ci mette l’Anima

Dieci Comandamenti, Benigni ci mette l’AnimaRoberto Benigni vince ancora la prima serata e si supera: la seconda e ultima parte di I Dieci Comandamenti, in onda martedì in prime time su Rai1, è stata vista da 10 milioni 266mila spettatori, con il 38,32% di share, superando quindi il risultato della serata precedente che aveva avuto 9 milioni 104mila spettatori, con una share del 33,23%. Il direttore di Rai1, Giancarlo Leone, ha ringraziato e commentato la performance del comico toscano scrivendo su Twitter: “Grazie al poeta Roberto Benigni che ha scritto una nuova importante pagina della storia della televisione”.

L’anima va in onda su Raiuno in prima serata ed è un’ottima notizia. L’anima che reclama il suo spazio, l’amore con le sue ragioni, la vita da restituire a ciò che davvero conta. E i Dieci Comandamenti che sbocciano e fioriscono e abbacinano nella loro infinita sapienza e magnificenza e bellezza. Roberto Benigni, lunedì e martedì sera, ha compiuto forse la sua impresa più prodigiosa. Far scoprire agli italiani qualcosa che pensavano di conoscere già, per antica abitudine, per il catechismo da bambini, per sentito dire. Ci era riuscito con l’Inno di Mameli, con la Divina Commedia, con la Costituzione. Ma i Dieci Comandamenti… doveva lottare con il naso alzato di molti laici e la diffidenza di non pochi cattolici. Era la Bibbia stavolta: «Stasera ci giochiamo tutto» esordiva, e aveva ragione.

Risultato? Una meraviglia. Benigni saltella sul palco del Palastudio di Cinecittà, suda e ride e sorride e si commuove, riempie i cento minuti della diretta di un diluvio di parole e di brevi silenzi. Parte dall’Esodo, con Dio che appare a un «pastore extracomunitario ricercato» (qualche licenza bisogna concedergliela) e forse non dirà nulla di realmente nuovo, nulla che qualche parroco non abbia già detto da qualche pulpito e qualche catechista insegnato ai suoi ragazzi. Ma dalla sua ha il carisma, ha la televisione, ha la diretta, ha la possibilità di raggiungere milioni di italiani in un colpo solo. Dio appare nel roveto a un pastore balbuziente e lo sceglie. «Che cosa arde e non consuma? Ma è l’amore! Come si fa a resistere?». I Comandamenti, dall’arido elenco di divieti a cui purtroppo sono stati spesso malridotti, diventano inno all’amore e alla libertà. Dio si presenta non come Creatore ma come Liberatore dall’oppressione. L’oppressione a cui sono ridotti gli ebrei in Egitto; ma anche l’oppressione degli idoli, di tutto ciò con cui l’uomo sostituisce Dio. Un liberatore che mette dei divieti? Certo, perché «è dalla legge che deriva la libertà».

Non può sfuggire la portata dell’operazione. Benigni smantella la libertà intesa come «fa’ ciò che vuoi», senza norme, che mette l’individuo e il suo capriccio al centro e tutto il resto scompare o, se ostacola il capriccio, va rimosso. Al centro ricolloca Dio. Un Dio geloso, che ama e chiede di essere riamato, che «non vuole entrare nelle nostre teste ma nei nostri cuori». Un Dio esigente e inquieto, tutto il contrario degli idoli (denaro, potere, successo, egocentrismo…) che intorpidiscono e addormentano. Che non tollera che nel suo nome, «invano», si celebrino guerre e sopraffazioni e violenze di qualsiasi tipo. Si ferma, Benigni, e si fa serio: «Non rendere vana la tua vita». Ma il meglio deve ancora venire ed è il rendere santa la festa, il settimo giorno in cui ci si ferma e Dio reclama attenzione per sé, e la nostra anima pure: «Siamo connessi con il mondo ma disconnessi con noi stessi. Il corpo corre e l’anima rimane indietro, boccheggiante».

Poi – e siamo alla seconda serata – i Comandamenti che regolano i rapporti fra gli uomini. «Onora il padre e la madre», ossia onora la vita. «Non uccidere» che vuol dire non smettere di essere uomini. «Non commettere adulterio», inno alla fedeltà del patto fra uomo e donna, analogo a quello fra Dio e l’umanità. Comandamento a lungo ridotto a «non commettere atti impuri» di cui Benigni ha gioco facile nell’enfatizzare e nel ridicolizzare il limite, scherzando: «Un peccato e un incubo che riguardava noi maschi 12enni…». E qui il clown ruba il palcoscenico all’esegeta anche con battute di seconda mano su Chiesa e preti.

Termina la serata. Cento minuti volati via per magia… no, per miracolo. Non mancheranno i critici, per ragione o per preconcetto. Chi mormora: «Chi si crede di essere, chi lo ha autorizzato?», sentendosi espropriato di un’esclusiva. Chi storce il naso davanti ai quattro “aiutanti” da lui citati: il poeta Franco Marcoaldi, la Bibbia del Mulino, la giornalista e saggista Silvia Giacomoni e il pastore valdese Paolo Ricca. Ma i Comandamenti sono di tutti, non di qualcuno. Sono donati da Dio all’umanità intera. E lo Spirito Santo si serve, per i suoi scopi, di chi pare a Lui. Benigni, nelle Sue mani, è stato docilissimo, quindi lo Spirito ha scelto bene.

Nessuno potrà accusare il Vaticano di “ingerenza”. E quel che conta è il risultato: l’anima ha conquistato la prima serata e ha “costretto” milioni di italiani a porsi le domande fondamentali sulla vita, suggerendo le risposte giuste. Il soffio dello Spirito, attraverso la tv, ora sta volteggiando dove gli pare e dove noi neanche immaginiamo. Questo, e non altro, conta alla fine di una pagina memorabile di televisione.

Umberto Folena, 17 dicembre 2014

Roberto Benigni in I Dieci Comandamenti – Seconda Serata

http://www.avvenire.it