Sospensione dei padrini

Per combattere la ’ndrangheta la Chiesa vieta i padrini!

I presuli più impegnati nella lotta alle cosche decidono di abolire i padrini per i sacramenti del Battesimo e della Cresima.

Sospensione padriniMai più «padrini» di mafia nei sacramenti. La Stampa (1 luglio) spiega che il primo a rispondere all’anatema lanciato una settimana fa da Francesco alla ’ndrangheta («I mafiosi sono scomunicati») è stato l’arcivescovo di Reggio Calabria, mons. Giuseppe Fiorini Morosini: in una lettera ha comunicato al Pontefice che nella sua diocesi saranno aboliti per 10 anni i padrini nei sacramenti del Battesimo e della Cresima.

Un gesto condiviso anche dalla diocesi di Mazara del Vallo, nel cui territorio le forze dell’ordine ritengono che si nasconda l’ultimo “capo dei capi” di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. Il vescovo Domenico Mogavero, già postulatore della causa di canonizzazione del martire antimafia don Pino Puglisi, sottoscrive subito l’esclusione degli «uomini d’onore». E spiega al quotidiano torinese: «C’è stato un movimento spontaneo dalla base. Sono stati molti parroci a chiedermi di “semplificare” i riti». Per due motivi: «I padrini non adempiono all’ufficio di accompagnatori dei “figliocci” e sono figure equivoche che è meglio rimuovere».

Un segnale importante, riporta il Secolo XIX (30 giugno) era giunto nelle scorse ore dall’arcivescovo di Lamezia Terme, altra zona della Calabria in ostaggio delle cosche. «Condividiamo anche noi con il Santo Padre il forte grido di scomunica contro il malaffare – aveva detto monsignor Luigi Cantafora – che è parola inequivocabile e di grande conforto per tutte le vittime della mafia, per cui siamo invitati a distinguere il bianco dal nero e ad evitare la zona grigia del compromesso e della sottomissione».

Contro la partecipazione dei boss ai sacramenti si era schierato il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli. Ai microfoni di Radio 1 Rai all’interno di ‘Start, la notizia non può attendere’, (18 marzo) ricordando don Giuseppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994, Sepe aveva affermato: «Fino a quando non abbiamo il segno concreto di una conversione, come si fa a permettere a questi malavitosi di partecipare ai Sacramenti? A fare i padrini dei battesimi, alle cresime, ai matrimoni?’».

Un monito rilanciato da monsignor Nunzio Galantino all’indomani della visita del Papa a Cassano allo Jonio. «Basta sacramenti ai boss, i sacerdoti non possono più fingere di non sapere”», aveva affermato categorico il segretario della Cei (Avvenire, 23 giugno).

L’impegno della Chiesa contro la criminalità è costellato da gesti eclatanti di presuli che si sono schierati apertamente contro l’intromissione nei riti religiosi dei clan e dei loro capi. L’ultimo è quello avvenuto lo scorso anno a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, dove il nuovo arcivescovo monsignor Franco Alfano ha vietato che il venerato San Catello si “inchinasse” durante la processione sotto la finestra dove abita il boss Renato Raffone detto “Battifredo”. Il Mattino (20 gennaio 2013), ricorda le “storiche” parole di Alfano: «Noi vogliamo camminare insieme senza escludere nessuno e senza cedere mai a nessuna forma di compromesso con il male. Il Vangelo ci dà la possibilità di vivere in pienezza la vita».

sources: ALETEIA


Mafia struttura di peccato quindi risposta strutturale

La mafia – ha detto con tono e parole forti il Papa nella Piana di Sibari, in Calabria – è «adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no! La Chiesa deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere. Per rispondere a queste esigenze, la fede ci può aiutare. Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!». L’arcivescovo di Reggio Calabria, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, ha voluto dare un risvolto operativo a queste parole del Papa, proponendo la sospensione – per un tempo determinato (10 anni) – del coinvolgimento dei padrini nei sacramenti del battesimo e della cresima. «Si tratta – ha precisato – di spezzare una continuità e poi riprenderne l’uso, ma con una mentalità nuova».

La proposta solleva interrogativi notevoli. Coinvolge infatti due sacramenti: due atti del vissuto di grazia della Chiesa e della iniziazione alla vita cristiana. Essi muovono da due versanti speculari. Il primo: è lecito far leva su due sacramenti per far fronte a un male sociale come la mafia? Il secondo: se due sacramenti sono “usati” dai mafiosi a propri scopi, può la Chiesa prescindere da tale distorsione, tanto più quanto più questa assume rilevanza sociale? Le risposte vanno trovate alla luce dell’incidenza del ruolo dei padrini nei due sacramenti e delle condizioni poste dalla Chiesa per essere ammessi all’incarico di padrini.

Sull’esigenza di dare dei padrini al battezzando come al cresimando, il Codice di Diritto Canonico usa la formula: «per quanto è possibile» (can. 872. 892). Espressione di un obbligo non tassativo, ma legato a condizioni di possibilità. Condizioni da considerarsi di tipo non solo fisico, date da assenze “di fatto”. Ma anche morali, date da gravi deficit di qualità e di valori. In mancanza di cui si può fare a meno dei padrini. Il ruolo di questi è importante, ma non appartiene all’essenza dei sacramenti. Decisiva è qui la sapienza e la prudenza dei pastori, cui è rimessa la responsabilità della valutazione e dell’ammissione e, da ultimo, della decisione di una celebrazione senza i padrini.

La risoluzione avanzata dall’Arcivescovo Fiorini-Morosini è il caso estremo di questo deficit morale. Estremo sia per la sua piega mafiosa, sia per la ricaduta e risonanza sociale dell’ammissione di uomini e donne della mafia al ruolo di padrini e madrine. Per questa ammissione le condizioni poste dalla Chiesa sono ben precise. Leggiamo nel Codice di Diritto Canonico: «Per essere ammesso all’incarico di padrino, è necessario che il soggetto conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume, e non sia irretito da alcuna pena canonica» (Can.874). «Suo compito è provvedere che il confermato si comporti come vero testimone di Cristo e adempia fedelmente gli obblighi inerenti allo stesso sacramento» (Can. 892). Nel Catechismo: «Perché la grazia battesimale possa svilupparsi è importante pure il ruolo del padrino o della madrina, che devono essere dei credenti solidi, capaci e pronti a sostenere nel cammino della vita cristiana il neo-battezzato. Il loro compito è una vera funzione ecclesiale» (1225).

Nelle Premesse al Rito dell’iniziazione cristiana: «Il padrino amplia in senso spirituale la famiglia del battezzando e rappresenta la Chiesa nel suo compito di madre. Collaborerà con i genitori perché il bambino giunga alla professione personale della fede e la esprima nella realtà della vita» (8). Uomini e donne della mafia sono la contraddizione vivente di tutto questo. Come tali non possono e non devono essere ammessi all’incarico di padrini e madrine.

L’interrogativo allora diventa: perché non fare di tale esclusione un atto singolare, deciso caso per caso? Perché estenderla a tutti in una regione segnata dalla mafia? Per la singolarità, la atipicità di questa situazione e la sua gravità. Già è difficile in situazione normale valutare e giudicare la dignità morale di una persona a ricoprire il compito di padrino ed escluderla per indegnità. Lo diventa assai più in un contesto di mafia, per la complessità della situazione, le dissimulazioni, le contraddizioni, le pressioni, i malintesi, i travisamenti, le ritorsioni, gl’intrighi, le reazioni incontrollate, il rischio di sostituirsi ai poteri giudicanti. In tale contesto molti operatori pastorali – parroci in primis e in prima linea – soffrono il disagio: sentono il dovere di salvaguardare la dignità e la trasparenza del sacramento e al tempo stesso l’estrema problematicità dell’esclusione di soggetti indegni. Questi operatori non vanno lasciati soli. La loro situazione non è ordinaria e comune ma socialmente distorta e intricata.

Alla indegnità di vita – anche se camuffata da ostentate esibizioni di simboli e pratiche religiose – si aggiunge il piegamento a fini mafiosi della funzione di padrini e madrine, che rende ancora più grave l’oltraggio ai sacramenti. Stravolgimento ben delineato dall’Arcivescovo di Reggio Calabria in un’intervista alla Radio Vaticana: «L’essere padrino al sacramento del Battesimo e della Cresima serve per realizzare una unione tra le famiglie. La ’ndrangheta è basata fondamentalmente sulla collaborazione ed il legame stretto tra le famiglie e questo avviene con il legame di sangue. Fare da “compare” a Sacramenti come il Battesimo o la Cresima significa creare un rapporto come se fosse di famiglia; allargare quindi sempre più il raggio del legame della famiglia per dominare sempre più e sempre meglio sul territorio».

Tutto questo ci aiuta a capire come la mafia non sia solo un male morale, un peccato, di cui si rendono colpevoli degli individui. La mafia è un sistema socio-culturale di male, che inficia e corrompe mentalità, ambienti, funzioni, sistemi, leggi, organismi, apparati. La mafia è una “struttura di peccato”. E la risposta ad essa deve essere strutturale. Data cioè da provvedimenti atti a incidere sui suoi assetti di potere ed espansione, per reciderne in radice convenienze e affari. La decisione eventuale, da parte dell’autorità ecclesiale, di sospendere per un tempo opportuno la nomina dei padrini per i due sacramenti è teologicamente e canonicamente possibile. E avrebbe il senso e la portata di una risposta strutturale alla compagine perversa della mafia. È una risposta a tutela della santità del battesimo e della cresima, in se stessa e agli occhi della gente, cristiani e non, credenti e non.

Certo, è un provvedimento che colpisce i mafiosi. Ma che verrebbe sofferto da tutti nel vedere i propri figli privati dell’apporto educativo dei padrini. Adeguatamente spiegato, il provvedimento non verrebbe solo capito. In terra di cristiani che patiscono la tirannia della mafia esso sarebbe anche condiviso e accolto, per il tempo necessario a dare i suoi frutti. Sarebbe ancor più sentito dai sacerdoti e dagli operatori pastorali come un segno della vicinanza della Chiesa, che non li lascia soli ma li accompagna in situazioni tanto inique e penose.

Mauro Cozzoli
5 luglio 2014

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