Meriam, scendono in campo gli Usa

Save Meriam“Salvate Meriam”, è il titolo in prima pagina del Times di Londra, che lancia un forte appello per Meriam Yayia Ibrahim Ishag, la donna cristiana condannata a morte in Sudan per apostasia e diventata mamma in carcere. Dopo la campagna lanciata da Avvenire, un’altra autorevole testata si mobilita per la giovane sudanese condannata a morte per apostasia.

In un editoriale questa pena viene definita “crudele e arcaica”, e una violazione della Dichiarazione universale dei diritti umani, il cui rispetto, sempre secondo il giornale, dovrebbe essere un prerequisito per concedere aiuto e sostegno umanitario ai Paesi in difficoltà.

“Una donna è stata condannata a morte solo per il crimine di essere cristiana”, sottolinea il giornale, riecheggiando i temi della campagna lanciata da Avvenire, e ricorda come solo una sua abiura e una conversione all’islam potrebbe fermare il boia. “In ogni codice civilizzato il suo reato non sarebbe un reato, ma la sua uccisione da parte del governo sudanese di sicuro lo sarebbe”. Secondo il Times, la pressione sulle autorità sudanesi fatta dalle associazioni internazionali, come Amnesty International, è importante, ma non basta e ricorda come l’intolleranza religiosa sia sempre più diffusa.

Anche gli Stati Uniti hanno definito “orribile” il caso di Meriam. Il marito della donna è un cittadino statunitense. Gli Stati Uniti, tramite il loro inviato speciale Donald Booth, hanno chiesto al Governo sudanese “di rispettare la libertà religiosa, incluso il diritto di ciascuno di cambiare il proprio credo e la propria fede religiosa”.

Intanto si è aggiunto un particolare inquietante: la donna, che nei giorni scorsi ha dato alla luce la piccola Maya nell’infermeria del carcere, è stata fatta partorire con le catene ai piedi.

Avvenire, 30 maggio 2014