La libertà cresce senza omologazioni

Libertà e omologazione:
non rassegnarsi all’indifferenza!

Libertà e omologazioneLa logica dell’indifferenza, oggi così endemica, sembra infiltrarsi nei settori più sottili della coscienza dell’uomo contemporaneo. Il quale, probabilmente, presume di esercitare una sua piena libertà: quella appunto di attenersi all’indifferenza. E di potersi accomodare, così, in un gaudente cinismo. Che cos’è l’indifferenza se non il modo più economico, anestetico e rassicurante di convivere con l’alterità e la diversità? In realtà, l’umano non si rassegna all’indifferenza; anzi, la sua natura lo spinge a cercare la differenza, l’alterità, l’altrove.

Se oggi pare accadere il contrario è in quanto la società del cosiddetto benessere ha stravolto l’idea di libertà. Essa si è ripiegata su se stessa fino a diventare autoreferenziale ed esente da responsabilità. La tendenza all’individualismo, all’edonismo, alla creazione di una barriera protezionistica verso il prossimo hanno permesso il trionfo dell’indifferenza. Si tratta in effetti di un impoverimento, quasi di una sorta di collasso della soggettività. L’uomo contemporaneo tende a rinunciare a un’idea grande di libertà per garantirsi piccole felicità rassicuranti.

Facciamo un esempio, che fa riferimento al fascicolo – “Educare alla diversità nella scuola” – che il Dipartimento delle Pari opportunità e il Miur propongono agli insegnanti di tutte le scuole. Come Avvenire ha ampiamente riferito, troviamo domande, esercizi, questionari, risposte e suggerimenti intorno alla questione dell’omofobia e della discriminazione. Vi sono alcune domande (retoriche) tra cui questa: «Perché alcuni individui sono attratti da persone dello stesso sesso?». Risposta: «Per la stessa ragione per cui altri individui sono attratti da persone del sesso opposto» (p. 23). Sembra l’inizio di una barzelletta, purtroppo non è così. Riuscirà questa risposta a placare la feconda curiosità degli studenti? Non credo proprio. Ma non importa.

Quel che conta è che l’individuo, finalmente libero da pregiudizi, potrà ritenersi esente da ogni omofobia e discriminazione. Il nostro insegnante prosegue la lettura dello stesso fascicolo. Si ferma poi, pensoso, su un’altra frase: «L’età avanzata, la tendenza all’autoritarismo, il grado di religiosità, di ideologia conservatrice, di rigidità mentale costituiscono fattori importanti nel delineare il ritratto di un individuo omofobo» (p. 11). Il nostro si sente attanagliato da frenetici dubbi: quali di queste cinque caratteristiche potrebbe riguardarmi da vicino? Ben presto, per ciascuna delle suddette caratteristiche a rischio di omofobia, trova un rimedio.

E pensa: farò più palestra per combattere l’età avanzata, sarò più accondiscendente per smussare la tendenza all’autoritarismo, frequenterò di meno la mia parrocchia per diminuire il grado di religiosità, sarò un po’ più progressista per addolcire la posizione conservatrice, rinuncerò a qualche mio principio morale per attenuare la rigidità mentale. Alla fine, non sarò più omofobo, mai più. Ma appena giunge a simile conclusione gli viene da constatare che, in effetti, non lo è mai stato. Non ha mai spinto nessuno a rinunciare alla propria differenza. E quindi? In lui a questo punto irrompe un barlume di libertà, di quella libertà che cresce sul terreno di verità calpestate: non si precipita a chiudere il fascicolo per passare, impassibile, oltre, ma si prende la libertà di parlarne ad altri, di discuterne, di confrontarsi, di sentire ulteriori pareri.

Insomma, la libertà che oggi viene proposta sembra davvero una trappola: se la eviti, sei considerato un retrivo; se invece la pratichi assiduamente, puoi compiacerti di fronte al (tuo) modo di essere un uomo illuminato, all’altezza dei tempi. Ma ti inganni. Infatti, come da sempre gli umani sanno, la libertà non è gratuità. Non è “all inclusive“, tutto compreso, e già pronta all’uso. Non è un bene di consumo. Non si lascia consumare perché ogni volta esige una riconquista. La libertà è una pratica della differenza.

Giancarlo Ricci, Avvenire