
Papa Francesco omaggia padre Jean-Pierre Schumacher, sopravvissuto alla strage di Tibhirine, Rabat, Marocco, 31 marzo 2019 (Ansa)
Silvana Rapposelli
2 Aprile 2026
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La mostra “Chiamati due volte. I martiri d’Algeria” ha concluso la tappa milanese ma continua ad avere successo. È la storia di una santità ordinaria
Il tema non è tra i più appetibili a livello di mass media, eppure le persecuzioni dei cristiani nel mondo non accennano a diminuire, anzi in questi ultimi anni sta aumentando il numero degli arrestati rapiti e soprattutto uccisi a causa della fede. Il primato di questa triste statistica spetta alla Nord Corea, mentre la Nigeria vanta la crescita esponenziale di massacri.
Per questo, da qualche tempo a Milano uno sparuto gruppetto mensilmente si ritrova in uno dei luoghi simbolo della città, piazza della Scala, per testimoniare anche ai passanti, milanesi o turisti più o meno frettolosi, la vicinanza a questi fratelli che soffrono e recitare per loro una preghiera.
Sempre a Milano è approdata nel mese di marzo, in occasione del trentennale degli avvenimenti trattati, la mostra Chiamati due volte. I martiri d’Algeria allestita nella splendida e solenne cornice della Chiesa di Santa Maria della Passione. Presentata per la prima volta al Meeting di Rimini del 2025 e lì visitata da più di 15mila persone, l’iniziativa ha ottenuto una vasta eco nazionale e non solo.
Sempre nello scorso mese di marzo la mostra è stata presentata nel cuore di Parigi presso il Collège des Bernardins. Alla inaugurazione, molto affollata, erano presenti vescovi e autorità varie, nonché una folta rappresentanza dei congiunti dei martiri. Le prossime tappe saranno Lourdes e Oxford, oltre ad altre città italiane.
Voluta e realizzata dalla Fondazione Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana, l’esposizione è composta da una ventina di pannelli contenenti testi e immagini più due video che ricostruiscono la vicenda di 19 religiose e religiosi uccisi in Algeria per mano di gruppi armati islamisti in quello che viene chiamato “il decennio nero”, cioè gli anni Novanta del secolo scorso.
Il forte e tormentato legame tra l’Algeria e la Francia si spiega con la conquista del Paese africano avviata dal re Carlo X nel 1830. Il lungo periodo di colonizzazione, in cui l’Algeria non è che un semplice prolungamento d’oltremare della Francia, si conclude dopo una dura lotta per l’autodeterminazione. L’indipendenza è sancita nel 1962.
Tra i martiri che Papa Francesco nel 2018 ha proclamato beati i più noti sono i monaci cistercensi di Tibhirine, Monastero di Notre Dame dell’Atlante, 90 chilometri a sud di Algeri, anche grazie al film-capolavoro Uomini di Dio (2010) diretto da Xavier Beauvois. Il film descrive in modo toccante e poetico la vita dei religiosi a stretto contatto con i musulmani nativi, ai quali li accomuna la semplice prossimità quotidiana e, pur nelle differenze, la concezione religiosa della vita. I missionari, quasi tutti di origine francese, condividevano le esigenze della gente, in primis quella della salute: notevole la figura di padre Luc, medico instancabile, dotato di pazienza immensa, di saggezza e humor, che dal 1946 visitava e curava nel suo ambulatorio a Tibhirine tutto il giorno persone d’ogni specie.
I missionari inoltre avevano fondato scuole e, prima della loro statalizzazione ad opera dell’allora presidente Houari Boumédiène, vi insegnavano e le dirigevano. Abbandonate le scuole, si dedicarono ad incrementare la vita delle biblioteche, luoghi di studio e di socialità rivolti ai giovani, mentre erano attivi corsi di taglio e cucito tenuti dalle suore e frequentati dalle ragazze. Tutto ciò spiega la popolarità dei cristiani, la stima da cui erano circondati che non di rado diventava amicizia.
All’acuirsi delle tensioni tra il governo algerino e i gruppi armati fondamentalisti, si assiste al moltiplicarsi da parte di questi ultimi di attentati verso persone inermi e contrarie alla violenza, anche di fede musulmana, come intellettuali, giornalisti e perfino un centinaio di imam che vengono fatti sparire. Si calcola in 150mila il numero delle vittime della guerra civile. La situazione degli stranieri e specie dei cristiani si fa difficile, tanto che molti di costoro decidono di tornare in patria, mentre altri cominciano a chiedersi se sia il caso di abbandonare quella terra tanto amata ma ormai pericolosa.
Il dramma della decisione, non facile, si vede molto bene nel film su Tibhirine, ed emerge grazie anche all’apporto delle numerose testimonianze scritte e orali che ci sono rimaste di quegli uomini, che non erano certo né eroi né candidati al suicidio. La loro era una santità “ordinaria”, caratterizzata semplicemente dalla fedeltà.
Il titolo della mostra Chiamati due volte dice proprio che alla prima vocazione (ovvero chiamata) religiosa, essi hanno realizzato che ne è seguita un’altra: quella a stare in quel luogo, a rimanere con quel popolo nonostante l’imminente pericolo e la paura. L’epilogo è noto: nel marzo 1996 un commando del Gruppo islamico armato (GIA) penetra nel cuore della notte a Tibhirine e rapisce 7 monaci, mentre due di loro scampano al sequestro. Due mesi dopo, in maggio, un comunicato annuncia il loro assassinio.
Jean Paul Vesco, nato nel 1962, arcivescovo di Algeri dal 2021, ha raccolto la loro eredità e si propone di rinnovare la presenza domenicana dopo la morte del confratello Pierre Claverie, vescovo di Orano, ucciso con l’esplosione di una bomba in arcivescovado col suo giovane autista musulmano nel 1996. In tale spirito si appresta a celebrare il trentennale del loro martirio, come ha raccontato in un’intervista al mensile Tracce (n. 2, febbraio 2026).
Vesco definisce quella algerina una Chiesa di beati, coloro che “hanno dato la vita fino alla morte, ma anche i beati che l’hanno data rimanendo, soffrendo e condividendo tutto con il popolo”. La piccola Chiesa d’Algeria è tuttora molto fragile e precaria, ma, osserva il vescovo, “essere in minoranza obbliga spesso a un sovrappiù di intelligenza. E soprattutto di speranza” (ivi, pag. 60).