L’epoca del risentimento
di: Ilaria Cicatelli-Danilo Di Matteo
11 marzo 2026
Per gentile concessione di
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La disforia, intesa come malumore, rabbia (più o meno trattenuta), irritabilità, cattiva disposizione verso sé stessi e verso gli altri, ha un’importanza cruciale in psico(pato)logia, paragonabile a quella della tristezza depressiva o dell’euforia fatua. Alla base di tale stato d’animo possiamo scorgere una sorta di risentimento generale.

Così a noi pare che sia decisivo riuscire a perdonare e a perdonarsi. Il perdono, infatti, può essere concepito, in particolare nel percorso di psicoterapia, come l’acquisizione piena della capacità di elaborare fatti e situazioni, anche le più frustranti.

Accade talora che alcuni episodi, quasi avvolti da un alone mitico, segnino l’intera esistenza di un individuo o, talora, di una famiglia, estendendo magari i propri effetti attraverso le generazioni: può trattarsi di un torto subito, di un “tradimento”, di un diritto di proprietà calpestato.

Cicatrici che permangono, ferite ancora sanguinanti dopo decenni. Vi sono psicoterapeuti, ad esempio psicoanalisti di area bioniana, che tendono a proporre, per meglio comprendere tutto ciò, la metafora alimentare: è come se si facesse fatica a digerire alcuni eventi o alcuni vissuti, i quali resterebbero lì, per dir così, sullo stomaco e non verrebbero mai “metabolizzati” davvero.

Non a caso, per dirne una, si parla del permanere di “vecchie ruggini”.

Le stesse “ruggini”, vecchie o di recente formazione, che possono alimentare lo stato d’animo dell’ostilità, dell’atteggiamento ostile verso una o più persone. Anche qui alla base si può intravedere una forma di risentimento. E ciò vale sia per l’hostis, come concepito dagli antichi, il nemico pubblico (si pensi ai sanguinosi conflitti in Medio Oriente), sia per l’inimicus, il nemico privato, il rivale. Di nuovo, è come se fossero carenti gli “enzimi” necessari a superare steccati, incomprensioni, errori propri e/o altrui.

E, in fondo, è sempre il risentimento, questa volta soprattutto verso se stessi, a nutrire i sensi di colpa. Una sorta di autoflagellazione, di penosa e permanente autoaccusa.

In tal caso, come donare senso al sintomo? Detto altrimenti: come perdonarsi?

Si potrebbe pian piano provare a far leva sulla sofferenza che si vive per porre in atto, poniamo, comportamenti volti a “riparare” l’errore o a trarne insegnamento, come si suol dire. Vi sono persone che hanno conosciuto la tragedia della guerra, ad esempio, e hanno tolto la vita ad altri esseri umani e poi si sono dedicate a tempo pieno alla causa del dialogo e della pace.

Per non dire di tutte le relazioni sentimentali o di amicizia nate da iniziali incomprensioni o da violenti contrasti (vi è al riguardo quasi un genere letterario e cinematografico).

Il tema della ricerca di senso emerge di frequente in psicoterapia. Ci si interroga su come reagire di fronte alle ingiustizie del mondo, su come superare il rimpianto per le azioni non compiute o la colpa derivante da azioni compiute e di cui siamo pentiti. La risposta passa innanzitutto dal restituire senso e significato a tutto ciò che abbiamo vissuto, talvolta costruendo ex novo una cornice interpretativa.

Quando manca una cornice di significato, gli orrori, le brutture e il dolore restano senza collocazione, diventando difficili da elaborare.  Creare uno spazio in cui “digerire” queste esperienze e accettarle è fondamentale, e ciò avviene attraverso la ricerca di senso.

Il senso non si trova semplicemente negli eventi, ma nel modo in cui scegliamo di rispondere ad essi.

A tal proposito, non si può non pensare al noto psichiatra e filosofo austriaco Viktor Frankl, sopravvissuto ad Auschwitz, fondatore dell’analisi esistenziale e della cosiddetta logoterapia, un approccio terapeutico centrato sulla ricerca del senso della vita.

Secondo Frankl, la principale spinta motivazionale dell’essere umano è proprio la ricerca di senso: abbiamo bisogno di dare un significato personale e soggettivo alla nostra vita e spesso questo senso lo troviamo proprio nelle avversità e nella sofferenza. Quando il senso c’è ed è forte, l’essere umano mostra infinita forza, coraggio e tenacia.

Come affermava Nietzsche: “Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come.