Ci sono guerre che riempiono i telegiornali e guerre che non esistono. Non perché manchino i morti, i profughi, le città rase al suolo, ma perché mancano le telecamere, gli interessi geopolitici, l’attenzione dei mercati. Eppure continuano: in Sudan, in Myanmar, nello Yemen, nel Sahel e altrove. Lontane dai riflettori, queste crisi si alimentano di armi vendute legalmente, di risorse contese, di Stati fragili abbandonati dalla comunità internazionale. Raccontarle non è solo un dovere giornalistico: è un atto politico. Perché dimenticare una guerra non la ferma, la prolunga.

Dossier di Valori marzo 2026
– 5 articoli
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- Le guerre invisibili: il silenzio sui conflitti dimenticati è complicità
- Le guerre invisibili: trentadue conflitti che i media non raccontano
- Le guerre invisibili: neocolonialismo in Africa, femminicidi in America Latina
- Le guerre invisibili: la guerra civile ignorata in Sudan
- Le guerre invisibili: a Gaza le stragi non si fermano
Gli articoli che compongono il dossier:
- Le guerre invisibili: il silenzio sui conflitti dimenticati è complicità
Trentadue guerre attive, milioni di civili invisibili. Raffaele Crocco spiega perché il silenzio sui conflitti dimenticati non è distrazione: è scelta politica - Le guerre invisibili: trentadue conflitti che i media non raccontano
Trentadue guerre attive, ventidue aree di crisi. L’Atlante delle guerre 2026 racconta i conflitti che non fanno notizia e le ragioni economiche che li alimentano - Le guerre invisibili: neocolonialismo in Africa, femminicidi in America Latina
Dal neocolonialismo africano ai femminicidi latinoamericani: le guerre che non fanno notizia ma devastano milioni di persone ogni giorno - Le guerre invisibili: la guerra civile ignorata in Sudan
Il Sudan è nel terzo anno di guerra civile. Un genocidio in corso, milioni di sfollati e nessuna attenzione internazionale. Il conflitto più ignorato del mondo - Le guerre invisibili: a Gaza le stragi non si fermano
Il cessate il fuoco a Gaza non ha fermato le uccisioni. I dati parlano di un massacro in corso che il mondo ha smesso di guardare
Non è mai stato così facile vedere la guerra. Sugli schermi degli smartphone scorrono senza sosta immagini di missili che attraversano il cielo, colonne di fumo che si alzano tra i palazzi, volti e corpi delle vittime – sempre più spesso civili. Ma vedere non significa capire. I numeri e le immagini sono indispensabili, ma da soli non bastano: vanno accompagnati da strumenti per decodificare le dinamiche che li hanno resi possibili.
L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo è uno di quegli strumenti. Lo spiega il fondatore e direttore del progetto, Raffaele Crocco, nell’editoriale che apre la quattordicesima edizione, pubblicata a marzo 2026. Il volume cartaceo è edito dall’associazione 46° Parallelo Ets e viene aggiornato ogni anno. L’intento è quello di affrontare il tema della guerra e della pace da una prospettiva differente, mettendo al centro le persone e la geografia.
Trentadue guerre, ventidue crisi:
i numeri dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo 2026
La quattordicesima edizione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo è aggiornata a novembre 2025. In quel momento, a livello globale si contano trentadue guerre attive e ventidue aree di crisi. Questa seconda definizione sta a indicare quei contesti instabili, di tensioni, repressioni e possibili escalation, non ancora sfociati in una guerra attiva. Ciò significa che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in una guerra o minacciati da tensioni armate. Sarebbe riduttivo parlare di “fronti”, visto che nei conflitti contemporanei le vittime civili – famiglie, bambini, comunità intere – superano di gran lunga quelle militari.
A ciascuna delle trentadue guerre attive, l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo dedica una scheda: hanno tutte la stessa struttura e lo stesso numero di pagine e, una volta suddivise per Continente, sono disposte in ordine alfabetico. Un rigore che è assolutamente voluto, perché indica chiaramente che non esistono conflitti più importanti rispetto ad altri. Sia per le guerre sia per le aree di crisi, il rapporto racconta anche i tentativi di pace. Esperienze che possono nascere dalle missioni dell’Onu come da fondazioni, organizzazioni civili e comunità religiose, e che dimostrano che un’alternativa alla violenza è possibile.
Disuguaglianze economiche e guerre: un legame che non si può ignorare
«Il problema sembra essere sempre lo stesso: la pessima distribuzione della ricchezza». Inizia così uno degli approfondimenti tematici con cui Raffaele Crocco, giornalista di guerra di lungo corso, traccia alcuni punti fermi sullo stato del Pianeta. Una frase che può sorprendere: in un lavoro tematico sui conflitti ci si aspetterebbe approfondimenti su armi, alleanze militari, risorse minerarie ed energetiche contese. Ma il collegamento è molto più diretto di quanto non possa sembrare.
Nel 2025, riferisce il rapporto citando il Tax Justice Network, la ricchezza finanziaria globale ha raggiunto i 305mila miliardi di dollari. La fetta nascosta nei paradisi fiscali si attesterebbe tra i 21 e i 32mila miliardi. Il che corrisponde a un mancato gettito fiscale di almeno 427 miliardi di dollari all’anno. Così, multinazionali e miliardari tengono per sé le proprie ricchezze e gli Stati sembrano assecondarli, rinunciando a risorse che sarebbero essenziali per il welfare. Tutto questo in un mondo in cui quasi una persona su dieci vive al di sotto della soglia di povertà estrema, pari a 3 dollari al giorno.
«Dalle disparità economiche derivano le politiche rigide dei privilegi, che a loro volta generano le rivolte dei più poveri, spinti dalla miseria. La povertà è il perfetto reclutatore di persone pronte a uccidere o farsi uccidere in nome di “soluzioni” alla propria miseria. In un rapporto causa-effetto (e la guerra, lo ricordiamo, è sempre effetto), la povertà e il mancato rispetto dei diritti umani restano tra i grandi generatori di scontri armati e conflitti», si legge nell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo.
Le economie avanzate spendono più in armi che in finanza climatica
Questo sistema economico che lascia ai margini una larga fetta della popolazione è lo stesso che tra il 2000 e 2023 ha visto aumentare dell’85 per cento la spesa globale per gli armamenti, arrivata a 2.500 miliardi di dollari. Anche in questo caso, il potere è nelle mani di pochi. I primi quindici Paesi per investimenti nella difesa concentrano oltre l’80 per cento delle spese. E sono gli stessi che generano quasi due terzi delle emissioni di gas serra, si legge nell’approfondimento a cura di Marica Di Pierri, portavoce dell’associazione A Sud.
Una sovrapposizione che non si ferma qui. Perché molte di queste economie avanzate – a cominciare dagli Stati Uniti, primi sia per Pil sia per emissioni cumulative – sarebbero tenute a fornire assistenza finanziaria ai Paesi in via di sviluppo per la mitigazione e l’adattamento climatico. Mentre i soldi per le armi non mancano mai, però, sembra molto più arduo reperire quelli per la finanza climatica. Dopo trattative sfiancanti, la Cop29 di Baku si è chiusa con un accordo per stanziare 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Poco meno di un quarto rispetto a quanto richiesto dai Paesi in via di sviluppo. Poco meno di un ottavo rispetto a quanto oggi si spende in armi.
Mentre la crisi climatica affama la popolazione alimentando tensioni, i governi continuano a potenziare un’industria bellica che ha un impatto – anche ambientale – gigantesco. Se fosse uno Stato, sarebbe il quarto emettitore globale dopo Cina, Stati Uniti e India. Ogni punto di Pil alla difesa può far salire le emissioni nazionali tra lo 0,9 e il 2 per cento. «Di fronte a questa spirale, la scelta è politica: continuare a investire in un modello che produce morte e distruzione o riconoscere che la tutela dei territori e dei diritti è precondizione per una sicurezza reale», conclude Di Pierri.
La crisi del multilateralismo e la debolezza dell’Unione europea
Il 2025, l’anno in cui l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo censisce trentadue guerre attive e ventidue aree di crisi, è lo stesso in cui cade l’ottantesimo anniversario dell’entrata in vigore dello statuto delle Nazioni Unite. «L’Onu ha costruito un’architettura internazionale senza precedenti, fondata su convenzioni e meccanismi di protezione che hanno rafforzato il principio di umanità delle Convenzioni di Ginevra. Eppure, oggi assistiamo all’erosione di quel sistema, minacciato dal ritorno della logica del potere e dalla crisi del multilateralismo», scrive Michele Vigne, presidente nazionale dell’Associazione nazionale vittime civili di guerra. Se le regole del diritto internazionale sono scritte nero su bianco ma gli Stati decidono unilateralmente di ignorarle, continua, «il sistema multilaterale si sgretola e con esso le garanzie per chi subisce la guerra».
Anche l’Unione europea, come l’Onu, nasce nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di garantire pace e stabilità. E anch’essa, pur essendo un gigante economico, appare più debole che mai. «Non ha strategie condivise, non ha un coordinamento politico, non ha neppure la consapevolezza di essere dentro un nuovo gioco di potere», scrive Raffaele Crocco. Il lancio del poderoso piano di riarmo da 800 miliardi di euro paradossalmente rischia di renderla ancora più fragile e divisa, perché – continua – non fa che rafforzare gli eserciti nazionali «in un momento confuso anche dal punto di vista della tenuta democratica di tutti i Paesi del “sistema Europa”».
Nella quattordicesima edizione dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo parliamo di trentadue guerre, cioè trentadue luoghi del Mondo in cui si combatte fra eserciti di Paesi nemici, oppure fra milizie irregolari e eserciti nazionali per avere potere. Infine, ci sono le situazioni in cui la guerra è ferma solo perché una forza militare terza – ad esempio i Caschi Blu dell’Onu – garantisce la non belligeranza. A tutto questo dobbiamo aggiungere ventidue aree di crisi forte, non ancora diventata guerra, non ancora diventata pace.
Sono questi i numeri del Pianeta. E se la nostra attenzione è tutta concentrata su quanto accade fra Iran, Stati Uniti e Israele e sta scemando sui fatti di Gaza e Ucraina, i dati ci raccontano che circa metà della popolazione mondiale è colpita da una qualche guerra. Sì, perché la guerra oggi non si limita a devastare le aree di scontro fra forze armate. Arriva ovunque, lontano, colpisce con droni, aerei, missili. Nel mirino ci sono quasi sempre le città e inevitabilmente questo trasforma i civili, i non combattenti, nei veri protagonisti della guerra. Il 90 per cento dei morti delle guerre moderne sono civili disarmati. Un dato spaventoso, che gli assedi di terra e i bombardamenti aerei contro le città statunitensi, israeliani e iraniani – ma anche russi e ucraini –, confermano.
La guerra moderna è cambiata, ma in ogni luogo mantiene le medesime caratteristiche: è sempre madre dell’orrore. Non esiste una guerra che non sia orrore. L’orrore è la distruzione sistematica di Gaza e dei palestinesi, lo stillicidio degli ucraini, le bombe su Teheran e Tel Aviv. Ma è orrore che ignoriamo, che non viene raccontato, la morte di bambini e di uomini e donne in Myanmar, Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Sud Sudan. È l’Africa ad avere il primato del “dove si muore”. Sono quindici i Paesi in guerra e nove le aree di crisi. Si calcola che nel solo Sudan, dall’inizio della guerra nel 2023, i morti siano stati 150mila e 14milioni gli sfollati.
Altrove non va meglio: nel Myanmar, la rivolta alla dittatura militare ha generato almeno 100mila morti, i curdi continuano a morire in Siria e si potrebbe proseguire all’infinito, raccontando che oltre alla morte c’è la distruzione di interi sistemi ecologici e la fine di apparati industriali e produttivi.
Di tutto questo sappiamo sempre poco. Non è solo distrazione, è quasi sempre mancato racconto. Perché? Ci sono cause precise. Il sistema dell’informazione funziona sempre più secondo logiche di visibilità e di opportunità. Diciamo che il primo vero gradino, il primo ostacolo, è che a livello popolare, diffuso, è ciò che è vicino geograficamente, politicamente o culturalmente a ricevere attenzione continua. In questa assenza di un ampio orizzonte collettivo, si infila responsabilità del “sistema informazione”.
Perché l’informazione non è uno specchio neutrale del Pianeta. È un filtro. È il luogo dove mettono in campo gli strumenti per creare cultura collettiva, ad esempio “cultura dell’altro”. Di conseguenza, diventa l’officina in cui si decide cosa merita attenzione collettiva e cosa, invece, deve restare invisibile. E questa decisione rappresenta spesso interessi politici ed economici precisi, impone modelli culturali e di conoscenza. Così, quando venti, trenta guerre restano fuori dal racconto quotidiano, non è solo una lacuna giornalistica: è una rimozione politica e morale.
Una rimozione che riguarda popolazioni intere, esseri umani. Le cosiddette “guerre dimenticate” – in realtà le dovremmo chiamare “guerre non raccontate” – diventano anche popolazioni dimenticate. Scordiamo l’orrore in cui vivono milioni di persone. E se questo accade, ecco che gestire, ad esempio, la questione dell’accoglienza in Europa di chi fugge dalla guerra diventa cosa differente. Ignorare l’orrore ci permette di essere cinici e freddi. Se non abbiamo la percezione delle guerre, non abbiamo la certezza dei drammi dei singoli. E così possiamo respingere, rifiutare, pensare «devono stare a casa loro». Ignorando che casa loro spesso non esiste più. Poi, le guerra senza attenzione mediatica vedono ridursi drasticamente la pressione internazionale. Si riducono gli spazi di diplomazia, si indebolisce la capacità delle opinioni pubbliche di incidere sulla complessità del Mondo. Il silenzio, diventa una forma di complicità involontaria. E diventa il vero nemico della pace.