Di seguito un estratto dal libro del teologo Tomáš Halík Un tempo per piantare e un tempo per sradicare. Quaresima e Pasqua di un’epoca inquieta, dal capitolo “Vittoria sulla morte. Veglia pasquale”.

di Tomáš Halík
31.03.2026
Per gentile concessione di
https://www.vitaepensiero.it
Non dobbiamo cercare Gesù dove lo colloca la storia profana, in una galleria di grandi defunti, di fondatori di religioni o maestri di morale del passato. Il Vangelo di Pasqua ci dice per bocca degli angeli: «Alzatevi, egli vive!». Cerchiamo di accettare in tutta la sua profondità questo mistero centrale della fede cristiana.
Innanzitutto, ammettiamo di non sapere cosa significhi la risurrezione di cui parla il Nuovo Testamento. La parola stessa è una metafora. Conosciamo il rinvenire di un uomo dallo svenimento, conosciamo il risveglio dal sonno, conosciamo casi di rianimazione, conosciamo casi di ritorno dalla cosiddetta morte clinica, che non è veramente morte. Ma non sappiamo cosa significhi la vittoria sulla morte di cui parlano i Vangeli. La morte è un evento più radicale del sonno o di uno svenimento. La Risurrezione di Gesù non è semplicemente un’espressione simbolica della vitalità (cioè dell’eterna attualità) del suo pensiero; sarebbe davvero riduttivo pensarlo. I cristiani non possono parlare di Cristo come i comunisti parlavano di Lenin. Né risorgere – ripetiamolo ancora una volta – è qualcosa di simile a essere rianimato; non è il risveglio di un cadavere e un ritorno in questo mondo e in questa vita che si concluderà con un’altra morte. San Paolo lo dice chiaramente: sappiamo «che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui» (Rm 6,9).
Gesù non torna indietro, ma punta in avanti. La voce che distoglie l’attenzione dei discepoli dalla tomba vuota li invita anche a proseguire il cammino: «Vi precede in Galilea, là lo vedrete» (Mc 16,7). Alle soglie della Pasqua ci poniamo, ancora una volta, una domanda fondamentale: dov’è la Galilea di oggi, dove possiamo incontrare il Cristo vivente? Noi crediamo e professiamo che Egli è vivo, che realmente ‘si è alzato’. Certamente lo ha fatto nello spazio di fede della sua Chiesa. Non è stata la fede dei discepoli a far risorgere Gesù. Al contrario, è stata la sua vittoria sulla morte a far risorgere la fede crocifissa dei suoi discepoli. Ed egli la ravviva sempre di più con la sua presenza, con il suo Spirito, come aveva promesso ai discepoli nell’Ultima Cena. Il suo Spirito continua a farci entrare nella pienezza della verità, anche della verità della Risurrezione. «Io vivo e voi vivrete», dice Gesù (Gv 14,19). Lui ci permette di entrare in una vita vera, piena: «Sono venuto perché [le mie pecore] abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Gesù ci libera da ciò che lega e distrugge la nostra vita: la paura, l’egoismo, la colpa e, in definitiva, la morte. Ci mostra che la morte, così come non ha avuto l’ultima parola nella sua storia, non avrà un potere assoluto su di noi.
La ‘vita eterna’, cioè la ‘vita in pienezza’, non inizia dopo la nostra morte. Inizia quando lasciamo che Gesù entri nello spazio della nostra vita attraverso la porta della fede, e allora non abbiamo davvero nulla da temere, nemmeno la morte. Allora possiamo dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). La Galilea dove incontrare il Cristo vivente va cercata innanzitutto con una svolta da uno stile di vita esteriore verso l’interiorità. È quel cercare Dio nel proprio cuoredi cui parlano sant’Agostino e i mistici di tutte le epoche. Per ‘cuore’ non si intende la sede delle emozioni, ma la profondità della vita, il contrario della superficialità. Ma la ricerca di Dio, la ricerca del Cristo vivente, non è solo un affare personale, non avviene solo in un orticello di devozione privata, recintato rispetto al mondo esterno. Dio stesso – come insegna la dottrina della Trinità – è relazione, comunione. Dio si manifesta nell’amore, avviene in una relazione. Ricordiamo l’antifona pasquale: dove c’è carità e amore, lì c’è Dio. Lì si manifesta Dio.
Abbiamo detto che Cristo è entrato nello spazio di fede della sua Chiesa: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Sarà nella Chiesa, comunità di fede condivisa. Sarà anche nella più piccola comunità di credenti, come ha mostrato ai discepoli di Emmaus per strada e poi alla tavola della Cena. Sarà con coloro che sono in cammino. Come uno che li accompagna, a volte anche nell’anonimato, come un ignoto straniero, un pellegrino tra i pellegrini. Sarà con coloro che sono addolorati, come i discepoli sulla strada di Emmaus, cui apre il signifi cato più profondo delle Scritture, e solo dopo si renderanno conto che i loro cuori ardevano mentre era presente. Sarà lì dove spezzeranno il pane nel suo nome, dove celebreranno l’Eucaristia. Sarà nella liturgia e nei sacramenti della sua Chiesa. Sarà anche nei cristiani che testimonieranno con la loro vita che Gesù è vivo in loro e attraverso di loro. Sarà nella testimonianza dei santi, e forse più chiaramente in quella dei discepoli, ai quali ha dato la vittoria sulla paura della morte e la grazia di mostrare che l’amore è più potente della morte (cfr. Ct 8). Sarà anche – come ha rivelato nel discorso sul Giudizio Universale – segretamente, anonimamente, nell’ultimo dei suoi fratelli e sorelle che hanno bisogno del nostro aiuto: gli affamati, gli assetati, i poveri e i perseguitati. Se non li serviamo e non li aiutiamo, potremmo sentirne la mancanza per sempre.
Ma non sarà solo nei credenti. Sarà anche nei ‘cristiani anonimi’, in tutti coloro che cercano la verità, la bellezza, l’amore e la bontà e non si accontentano dei surrogati disponibili a buon prezzo nei mercati di questo mondo. Sarà nel loro desiderio e nella loro ricerca. Sì, questo mondo di cercatori in costante espansione è la Galilea di oggi in cui dobbiamo recarci, sia per portarvi Cristo, sia per cercarvi e trovarvi Cristo. Noi credenti non abbiamo il monopolio di Cristo. Il mondo dei cercatori non sta aspettando una missione tradizionale, non dobbiamo istruire tutti coloro che ci circondano, ‘convertirli’ quanto prima né spingerli all’interno dei confi ni istituzionali e mentali dell’odierno cristianesimo ecclesiastico.
Oggi è necessario qualcosa di diverso: dobbiamo espandere radicalmente i nostri attuali confini mentali attraverso un dialogo onesto e attento con gli altri. Siamo tenuti a offrire loro in modo chiaro e credibile il più prezioso dei tesori della fede di cui siamo responsabili. Ma anche noi abbiamo bisogno di conversione. Una conversione da uno statico essere cristiani a un dinamico diventare cristiani.
È attraverso gli altri e negli altri che possiamo scoprire il Cristo vivente.