Liturgia
II Domenica di Pasqua (A)
Giovanni 20, 19-31
Domenica della Divina Misericordia

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». […]
Letture: Atti 2, 42-47; Salmo 117; 1 Pietro 1, 3-9; Giovanni 20, 19-31
Le ferite del Signore,
quel segno eterno dell’amore
Ermes Ronchi
I discepoli erano chiusi in casa per paura. È un momento di disorientamento totale: l’amico più caro, il maestro che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, quello che camminava davanti, per cui avevano abbandonato tutto, non c’è più. L’uomo che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato (M. Marcolini). E in più la paura di essere riconosciuti e di fare la stessa fine del maestro.
Ma quegli uomini e quelle donne fanno una scelta sapiente, forte, buona: stanno insieme, non si separano, fanno comunità. Forse sarebbero stati più sicuri a disperdersi fra la folla e le carovane dei pellegrini. Invece, appoggiando l’una all’altra le loro fragilità, non si sbandano e fanno argine allo sgomento. Sappiamo due cose del gruppo: la paura e il desiderio di stare insieme.
Ed ecco che in quella casa succederà qualcosa che li rovescerà come un guanto: il vento e il fuoco dello Spirito. Germoglia la prima comunità cristiana in questo stringersi l’uno all’altro, per paura e per memoria di Lui, e per lo Spirito che riporta al cuore tutte le sue parole. Quella casa è la madre di tutte le chiese.
Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme. Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di imporsi, si propone; invece di rimproverarli, si espone alle loro mani: Metti, guarda; tendi la mano, tocca.
La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il vertice dell’amore, e resteranno aperte per sempre.
Il Vangelo non dice che Tommaso abbia toccato. Gli è bastato quel Gesù che si ripropone, ancora una volta, un’ennesima volta; quel Gesù che non molla i suoi, neppure se l’hanno abbandonato tutti. È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare. Allora la risposta: Mio Signore e mio Dio. Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio come il cuore e, senza, non sarei.
Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Grande educatore, Gesù. Forma alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, e alla serietà delle scelte, come ha fatto Tommaso.
Che bello se anche nella Chiesa, come nella prima comunità, fossimo educati più alla consapevolezza che all’ubbidienza; più all’approfondimento che alla docilità.
Queste cose sono state scritte perché crediate in Gesù, e perché, credendo, abbiate la vita. Credere è l’opportunità di essere più vivi e più felici, di avere più vita: «Ecco io credo: e carezzo la vita, perché profuma di Te!» (Rumi).
Venuto a porte chiuse!
Don Angelo Casati
C’è un modo di raccontare la Risurrezione in qualche misura fantastico, miracoloso: un rovesciamento improvviso – quasi automatico delle situazioni – un cammino trionfante, dirompente. Così si racconta a volte la Risurrezione, e così si racconta a volte la Pentecoste: un rombo come di vento ed ecco le porte si aprono. Non dico che non ci sia del vero in questo modo di raccontare. E’ il modo di raccontare di chi corre in avanti e anticipa il futuro.
In realtà – se stiamo al vangelo che oggi abbiamo ascoltato – il cammino della risurrezione ci appare meno dirompente: conosce avvicinamenti, resistenze, pause, gradualità. C’è un po’ di enfasi in una certa predicazione che va sostenendo che come si fa presente Gesù, il Risorto, come viene lo Spirito, ecco le porte si aprono, si spalancano.
L’evangelista Giovanni dice che otto giorni dopo, otto giorni dopo la Risurrezione, le porte erano ancora chiuse! Eppure avevano visto il Signore fermarsi in mezzo a loro, avevano ricevuto lo Spirito: “Ricevete lo Spirito Santo” aveva detto, alitando su di loro. Ebbene le porte erano ancora chiuse! Le porte – le porte chiuse – sono come un simbolo: simbolo della durezza di una situazione, che ancora permane.
Noi oggi ci lamentiamo degli insuccessi della fede. Pensate ai discepoli, agli apostoli che non riescono a convincere uno di loro. Eppure erano stati testimoni oculari del Risorto, l’avevano sentito dire: “Pace a voi”. Aveva mostrato loro le ferite. E avevano gioito al vedere il Signore. Non erano riusciti. E le porte erano ancora chiuse: la povertà delle nostre parole a dire, a testimoniare, e la resistenza del cuore a credere. Le porte chiuse!
E questo Gesù, il Risorto, che viene a porte chiuse – non si vuol certo dire che viene alla maniera dei fantasmi -. Si vuol dire che nonostante i nostri ostacoli, nonostante le nostre resistenze, viene! Nonostante le nostre porte chiuse! E questo ci consola: tu, Signore, non ti fermi davanti alle nostre porte chiuse. E ci porti una parola di pace: “Pace a voi”. E ci mostri le mani e il costato. E c’è bisogno di pace. Voi mi capite, certo di una pace anche dalla guerra e non possiamo non guardare con preoccupazione il riaccendersi di focolai di guerra in questi giorni.
Ma c’è bisogno di pace dentro di noi, una pace che liberi anche noi – come un giorno gli apostoli – dalle paure, dalle paure che ci bloccano dentro. A volte mi capita di pensare che i discepoli erano barricati sì anche per la paura dei Giudei, ma forse erano anche barricati dentro da un’altra paura, ancora più devastante, che era la paura per come avevano reagito, per come si erano comportati nei giorni della cattura e della crocifissione del loro maestro.
Bloccati, come a noi succede, dalla delusione verso se stessi, una delusione che genera inquietudine, genera frustrazione, genera paura. E Gesù che, come prima parola, dice una parola di pace. E anche la Chiesa dovrebbe dire come prima parola sempre questa: non una parola di condanna, ma di pace: “Non temere, va in pace”.
Ed è sorprendente, ma anche ricca di significati, nel brano, la connessione tra pace e segno delle ferite. Disse loro: “Pace a voi”. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. Disse: “Pace a voi”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel costato”. La visione di quelle ferite, che potrebbe ingenerare paura – la paura e lo sconforto per i nostri tradimenti – dà invece pace.
L’evangelista Giovanni ricorda il costato “metti la tua mano nel costato”. Non possiamo dimenticare che Giovanni, unico evangelista, ha parlato nel suo vangelo della lancia che ha aperto il costato del Signore sulla croce. Attraverso quella ferita – dicono i mistici – attraverso l’apertura del costato, tu hai accesso al cuore di Cristo: un territorio ora invaso, invaso da tutti, una dimora per tutti noi, una dimora di pace, per tutti. Le ferite, proprio perché vi leggi l’amore di un Dio che ci ha amati sino alla fine, quelle ferite, ci danno pace. Pace a voi. State in pace.
Non ci rimane tempo di indugiare su Tommaso, l’uomo del dubbio, il primo dei credenti. Una cosa però vorremmo – ancora una volta – sottolineare: che la chiesa degli inizi, per chiusa che fosse, non aveva chiuso la porta in faccia all’uomo del dubbio… non l’aveva messo alla porte. Il non credente, l’uomo del dubbio è in mezzo a loro. Un’accoglienza che -a mio avviso- ha qualcosa da suggerire alla chiesa di oggi.
(tratto da http://www.sullasoglia.it)
Domenica in albis
Enzo Bianchi
Siamo nell’ultimo capitolo del vangelo scritto dal discepolo amato, dove ci è data la testimonianza della resurrezione di Gesù da parte di Maria di Magdala, del discepolo amato stesso e degli altri discepoli, tra i quali Tommaso (il capitolo 21 è stato aggiunto dalla comunità del discepolo amato, tant’è vero che i vv. 30-31 del capitolo 20 costituiscono la conclusione del vangelo).
Sempre in quel “primo giorno della settimana”, il giorno della resurrezione e dunque il giorno del Signore (Dominus, da cui dies dominicus, domenica), alla sera i discepoli di Gesù sono ancora nella paura, chiusi in casa, nonostante Maria di Magdala abbia annunciato loro: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). Dov’erano i discepoli? In quale casa? Non ci viene detto, ma l’evangelista sembra suggerirci che dove sono i discepoli, là viene Gesù. Così il lettore comprende che ogni primo giorno della settimana, nel luogo in cui lui si trova con altri cristiani, là viene Gesù risorto e vivente.
In quel giorno della resurrezione Gesù ha inaugurato un altro modo di presenza: sta in mezzo ai suoi non più come prima, uomo tra gli uomini, ma come Risorto vivente per sempre. È sempre lui, Gesù, il figlio di Maria, l’inviato da Dio nel mondo, ma ormai non più in una carne mortale, bensì in una vita eterna nello Spirito di Dio. Questa nuova presenza è più forte e più potente della presenza fisica, perché vince ogni porta chiusa e ogni muro, e diventa credibile, sperimentata, vissuta nel quadro di una vita fraterna, di una vita di comunione: la chiesa.
Gesù, dunque, venuto tra i suoi nella posizione centrale (“stette in mezzo a loro”) di chi presiede l’assemblea, saluta i suoi con la benedizione messianica: “La pace sia con voi!”, e nel consegnare la pace mostra loro il suo corpo piagato, le mani che portano i segni della crocifissione (cf. Gv 19,17) e il costato che aveva ricevuto il colpo di lancia (cf. Gv 19,34). Gesù è vivente, è risorto da morte, ma non cessa di essere il Crocifisso: quella morte, destino di ogni uomo ma anche morte violenta data a Gesù dall’ingiustizia di questo mondo, è stata da lui vissuta e assunta, fa parte della sua umanità ormai trasfigurata in Dio ma sempre presente, non cancellata né dimenticata. Sì, Gesù risorto è vita eterna, divina, ma anche vita umana trasfigurata, sicché ormai non è più possibile pensare a Dio, dire Dio, senza pensare anche all’uomo.
A questa percezione i discepoli gioiscono, realizzando le parole dette loro da Gesù prima della passione: “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete … Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete … Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 14,19; 16,16.22). Gesù allora quale Risorto alita, soffia su quella comunità, gioiosa perché credente in lui, e li fa tutti inviati, apostoli. Inviati per cosa? Nel quarto vangelo questi discepoli resi apostoli sono inviati per dare agli uomini la possibilità di sperimentare la salvezza nella remissione dei peccati: rimettere i peccati, rimettere i debiti, perdonare, questo è il mandato missionario. Nient’altro, nient’altro! Perché questo è ciò di cui gli uomini hanno bisogno: il perdono, la remissione dei peccati, la cancellazione dei peccati da parte di Dio e da parte degli uomini loro fratelli.
A questa esperienza della presenza del Risorto da parte dei discepoli Giovanni aggiunge l’esperienza di uno dei Dodici: Tommaso, quel discepolo che aveva detto di voler andare a Gerusalemme per morire con Gesù (cf. Gv 11,16), ma che poi in realtà era fuggito come tutti gli altri. Tommaso non vuole credere, sulla parola dei suoi fratelli, alla presenza di Gesù risorto e vivente, ma otto giorni dopo, quando la comunità è nuovamente radunata nel primo giorno della settimana, egli è presente.
Ed ecco che, di nuovo, viene Gesù, sta in mezzo e dà la pace ai discepoli; poi si rivolge a Tommaso mostrandogli le mani bucate e il costato trafitto, i segni della passione in un corpo trasfigurato. Tommaso allora non può fare altro che invocare: “Mio Signore e mio Dio!”, pronunciando la confessione di fede più alta di tutto il quarto vangelo. Quel Risorto è Kýrios e Dio per la chiesa! Questo occorre credere senza aver visto nulla, ma accogliendo l’annuncio della comunità del Signore e il dono di Dio che rivela la vera identità di Gesù risorto per sempre. Per Tommaso toccare il corpo di Gesù è ormai diventato inutile, ed egli non lo fa, perché la contemplazione e l’incontro con i segni della passione trasfigurati gli bastano.
Ma l’operazione più difficile, per Tommaso come per noi, sta proprio nel vedere nei corpi piagati la potenza di una trasfigurazione che fa delle piaghe delle cicatrici luminose e piene di senso: non più segno di morte o di peccato, ma segno di guarigione e di vita per sempre.
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Dall’incredulità alla fede
Clarisse Sant’Agata
Con questa Domenica, detta “In Albis”, si conclude “l’Ottava di Pasqua”, come unico giorno “il giorno del Signore”(Ap. 1,10): “otto giorni dopo”, la Domenica di Resurrezione, e la Liturgia si sofferma sul mistero della vita del Risorto, presente nella vita di tutti i giorni nella Sua Chiesa: “sta in mezzo a loro” nel radunarsi domenicale.
L’Evangelista Luca nel brano degli Atti degli Apostoli ci presenta uno spaccato di vita delle prime comunità cristiane parlandoci di quattro modi di vivere: “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera” (At 3,42). Se notiamo sono tutte realtà che dicono a noi una vera relazione con il Cristo, il Crocifisso Risorto.
Questo tema è ben presente nella pagina che leggiamo oggi dell’Evangelista Giovanni: il Signore si fa riconoscere da Tommaso non quando è separato dalla comunità, ma quando finalmente, “otto giorni dopo” è di nuovo con i suoi fratelli. D’altro canto l’incredulità di Tommaso si era dimostrata proprio nel non accogliere la testimonianza della comunità: quella di Maria di Magdala prima, e quella degli altri discepoli poi.
Tommaso quindi è il grande assente quando Gesù “la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana” entra a porte chiuse nel luogo dove sono riuniti i discepoli ancora sconvolti dall’arresto del loro Maestro, dalla sua crocifissione e dalla sua morte, e “sta in mezzo a loro”.
Non sappiamo perché Tommaso non fosse presente, ma è presente “otto giorni dopo”. Forse i discepoli, che si erano dispersi, come aveva loro annunciato Gesù a motivo della sua morte, ora sono di nuovo insieme proprio per il racconto di ciò che Maria di Magdala ha visto e ascoltato nel giardino davanti al sepolcro vuoto: “Ho visto il Signore” e “Va dai miei fratelli e di loro : io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17). Probabilmente Tommaso non crede al racconto di Maria, è incapace di accogliere il suo annuncio, come pure quello degli altri discepoli quando gli dicono con insistenza “abbiamo visto il Signore”. Tommaso dimostra qui il suo limite cioè la mancanza di fede nella comunità e qui sta la radice della sua incredulità: “se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e la mia mano nel suo costato non crederò”.
Tommaso, che ha bisogno di vedere e toccare per credere, lo troviamo presente altre volte nel corso del quarto Vangelo: al capitolo 11 manifesta la sua disponibilità a rischiare la propria vita insieme a Gesù: “andiamo anche noi a morire con lui” (v. 10), mentre gli altri discepoli, alla decisione di Gesù di tornare in Giudea per andare a trovare l’amico Lazzaro, manifestano la loro paura. Ancora al capitolo 14 dopo che Gesù aveva annunciato ai suoi discepoli che sarebbe andato a preparare un posto per loro di cui però essi non conoscevano la via, Tommaso interviene con una domanda: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”(v. 5). Quindi Tommaso da una parte dichiara di voler seguire Gesù lungo la sua stessa via, anche se conduce alla morte, dall’altra afferma di non conoscere la via, di non sapere dove il Signore va.
Tommaso forse non conosce la via perché la coglie solo come via che conduce alla morte (“morire con lui”). In realtà né lui né gli altri discepoli andranno a morire con lui, ma si disperderanno. Tutti non hanno capito che la via che percorre Gesù non è una via di morte, anche se passa attraverso la morte, ma è vita, e il posto che Gesù va a preparare è lì dove lui è cioè, presso il Padre.
Tornando al nostro brano dicevamo che Tommaso ha bisogno di vedere e di toccare. Tommaso vuole vedere le piaghe, i segni della passione che rimangono nel corpo risorto di Gesù. D’altro canto Tommaso vuole vedere quello che il Risorto stesso, per farsi riconoscere, ha mostrato agli altri discepoli quando Gesù è apparso loro mentre Tommaso era assente.
Quindi Tommaso pretende di verificare personalmente la verità del corpo del Risorto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non crederò” (v. 25). Tuttavia il testo non dice che Tommaso abbia toccato, abbia messo il dito nel segno dei chiodi. Su questo il racconto tace.
Quando Gesù “otto giorni dopo” viene di nuovo in mezzo a loro e incontra Tommaso gli dice subito: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (v. 27). Gesù, il Risorto, riprende le parole della richiesta di Tommaso e gliele ripete. E’ qui che Tommaso arriva a fare la più alta professione di fede: “Mio Signore e mio Dio” (v. 28). Tommaso è raggiunto dalla parola di Gesù, si sente toccato da questa parola, conosciuto, potremmo dire amato. Non ha più bisogno di toccare perché lui stesso è stato toccato e trasformato. Tommaso ha fatto il passaggio pasquale, dall’incredulità alla fede.
Ancora una volta l’evangelista Giovanni ci dice che non bastano i segni a fondare la fede, ma è sempre necessario l’ascolto della Parola che li accompagna, li interpreta, ne svela il significato e così anche noi siamo interpellati a dare la nostra risposta di fede, proprio come Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”.
Noi discepoli di oggi non possiamo più vedere il corpo del Risorto, ma possiamo riconoscerlo presente nei sacramenti, nella Chiesa riunita nel suo nome e nell’ascolto della sua Parola. Quindi come dice Pietro nella sua prima lettera: “Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui”(1 Pt 1,8). Si, siamo chiamati a credere in quel Dio, Gesù Cristo, morto e risorto, che si rivela così, con quelle mani bucate, con quel costato trafitto che mostrano a quale debolezza e consegna di sé è giunto l’amore. Amore che rivela l’assoluto dell’Amore: il Padre.
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L’amore fedele del Risorto
Enzo Bianchi
Il capitolo finale del quarto vangelo, Gv 20 (Gv 21 è un’aggiunta posteriore), andrebbe letto interamente, per comprendere in profondità “il primo giorno della settimana” (Gv 20,1.19; cf. 20,26), il terzo giorno dopo la morte di Gesù. Il primo giorno della settimana è il giorno della resurrezione del Signore ma è anche quello in cui il Risorto si rende presente in mezzo ai suoi: è il giorno del Signore, il giorno dell’intervento decisivo di Dio che, risuscitando Gesù, ha vinto la morte. Dal Nuovo Testamento sappiamo inoltre che proprio “il primo giorno della settimana” (At 20,7; 1Cor 16,2) è scelto dai cristiani per essere “nello stesso luogo” (At 1,15; 2,1.44.47, ecc.), quale assemblea di fratelli e sorelle che sperimentano la venuta del Risorto in mezzo a loro.
Scesa la sera di quel giorno, lo sconforto regna nei cuori dei discepoli che non hanno creduto né alla Maddalena né al discepolo amato. Ma Gesù aveva promesso: “Dopo la mia scomparsa, ‘ancora un poco e mi vedrete’ (Gv 16,16)”, e fedele alla parola data “viene e sta in mezzo”. Gesù è visto dai discepoli in mezzo a loro, al centro della loro assemblea, come colui che crea e dà unità, che “attira tutti a sé” (cf. Gv 12,32).
In quella posizione di Kýrios, di Signore, il Risorto dice: “Pace a voi!”, il saluto messianico, parola efficace che porta pace, vita piena, e scaccia la paura. E affinché le parole siano autenticate dalla sua persona di Maestro, Profeta e Messia conosciuto dai discepoli nella loro vita con lui, Gesù mostra le mani e il fianco che recano ancora i segni della sua passione e morte (cf. Gv 19,34). Gesù è presente con un corpo che non è un cadavere rianimato ma che viene a porte chiuse, non obbedendo alle leggi del tempo e dello spazio: un “corpo di gloria” (Fil 3,21), un “corpo spirituale” (1Cor 15,44.46), nel quale però restano i segni dell’aver sofferto la morte per amore. Sono segni di passione e insieme di gloria, segni dell’amore vissuto “fino alla fine, all’estremo” (Gv 13,1).
“E i discepoli gioirono al vedere il Signore”. Accade ciò che Gesù aveva profetizzato: “Ora siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà rapirvi la vostra gioia” (Gv 16,22). In questa nuova situazione della comunità, il Risorto, che aveva promesso di non lasciarla orfana (cf. Gv 14,18) e di donarle un altro Consolatore (cf. Gv 14,16), si fa manifesta. Ripete il saluto “Pace a voi!” e annuncia: “Come il Padre ha inviato me, anche io invio voi”. I discepoli hanno accolto l’Inviato di Dio, lo hanno seguito e hanno creduto in lui; ora sono inviati in tutto il mondo, per essere come lui, Gesù, è stato in tutta la sua vita: testimoni della verità, della fedeltà di Dio, cioè del suo amore per l’umanità. Con la loro vita devono mostrare che “Dio ha tanto amato il mondo da donargli il suo unico Figlio” (Gv 3,16).
Per essere abilitati a questa missione, devono essere ricreati: occorre un’immersione nello Spirito santo, occorre lo Spirito come nuovo soffio nel cuore di carne (cf. Ez 36,26). Allora Gesù, il Risorto che respira lo Spirito santo, lo effonde sulla sua comunità. Noi cristiani, vasi di creta fragili e peccatori (cf. 2Cor 4,7), per dono di Gesù risorto respiriamo lo Spirito santo che perdona i peccati e ci abilita alla vita eterna nel Regno di Cristo. Siamo dunque il corpo di Cristo, il “tempio dello Spirito santo” (1Cor 6,19). Lo stesso Spirito che ha risuscitato da morte Gesù è datore di vita ai discepoli, e da “compagno inseparabile di Cristo” (Basilio di Cesarea), diventa compagno inseparabile per ogni cristiano. È lui, presente in ogni discepolo e discepola, che ricorda le parole di Gesù (cf. Gv 14,26), che lo rende presente e testimonia che egli è il Signore (cf. 1Cor 12,3).
Lo Spirito santo, Spirito di Dio e Soffio di Cristo, ci è donato nella nostra condizione di corpo umano, di carne. Non si dimentichi che nel quarto vangelo la carne è il luogo dell’umanizzazione di Dio – “La Parola si è fatta carne” (Gv 1,14) –, il luogo scelto da Dio per stare con noi e in mezzo a noi. La carne è luogo di conoscenza a servizio della Parola di Dio che la abita: ecco la dimora dello Spirito santo. Per questo, come Gesù è stato concepito carne dallo Spirito santo e da una donna, così anche la chiesa è generata da Spirito santo e da umanità, e del soffio dello Spirito fa il suo respiro.
Ma questo ha una ricaduta decisiva nella vita dei cristiani: significa remissione dei peccati, perché l’esperienza della salvezza che possiamo fare sulla terra è proprio la remissione dei peccati. Lo cantiamo ogni mattina nel Benedictus: “… per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati” (Lc 1,77). Ricevere lo Spirito santo è ricevere tale remissione, cioè vivere l’azione del Signore che non solo perdona, ma dimentica i nostri peccati, facendo di noi delle creature nuove. Questa è l’epifania della misericordia di Dio, dell’amore di Dio profondo e infinito che, quando ci raggiunge, ci libera dalle colpe e ci ricrea in una novità che noi non possiamo darci! E si faccia attenzione a non intendere questo testo solo come fondamento del sacramento della riconciliazione. La capacità di liberare dalla colpa e di fare misericordia è data da Gesù a tutti i discepoli: non solo agli Undici, perché nel cenacolo il giorno di Pentecoste ci sono anche le donne, c’è Maria insieme ad altri discepoli e discepole (cf. At 1,13-15; 2,1).
Gesù, “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29), battezzando nello Spirito santo (cf. Gv 1,33) i discepoli, li abilita alla sua missione: perdonare, riconciliare con Dio e con i fratelli e le sorelle. Dalla croce e dalla resurrezione l’umanità è stata riconciliata con Dio, ma tale evento va annunciato a tutti, e i discepoli sono inviati per questo: dove giungono, devono far regnare la misericordia di Dio, devono vivere il comandamento ultimo e definitivo dell’amore reciproco (cf. Gv 13,34; 15,12), devono rimettere i peccati gli uni agli altri, abilitati dunque a chiedere il perdono dei peccati a Dio.
E sia chiaro: le parole di Gesù che accompagnano il gesto del soffiare lo Spirito – “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” – sono espresse attraverso uno stile semitico che si serve di espressioni contrastanti per affermare con più forza una realtà. Non significano un potere che i discepoli potrebbero utilizzare secondo il loro arbitrio; al contrario, esprimono che il loro compito è la remissione dei peccati, il perdono, come lo è stato per Gesù, che in tutta la sua vita non ha mai condannato, ma ha sempre detto di essere venuto non per giudicare e condannare (cf. Gv 8,15; 12,47), ma perché tutti “abbiano la vita in abbondanza” (Gv 10,10). “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”, dove questo “come” rimanda a uno stile: “Come io ho rimesso i peccati, anche voi dovete rimetterli; è con questo compito che vi mando”.
Fatta questa esperienza, i discepoli annunciano a Tommaso, non presente alla prima manifestazione del Risorto: “Abbiamo visto il Signore!”. È l’annuncio pasquale che dovrebbe essere sufficiente per accogliere la fede nel Risorto. Ma Tommaso non crede, quelle parole gli sembrano vaneggiamenti inaffidabili.
“Otto giorni dopo”, dunque nel primo giorno della seconda settimana dopo la tomba vuota, ecco Tommaso e gli altri di nuovo insieme. È il primo ma anche l’ottavo giorno, giorno della pienezza, eppure i discepoli hanno ancora paura degli uccisori di Gesù. Dovrebbero portare l’annuncio pasquale a tutta Gerusalemme e invece restano al chiuso, dominati dalla paura. Ma Gesù si rende di nuovo presente: “Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: ‘Pace a voi!’”. Ecco la fedeltà di Gesù, il Veniente tra i suoi anche quando non lo meritano e non sono in sua attesa. Innanzitutto consegna la pace, “la sua, non quella del mondo” (cf. Gv 14,27), poi si rivolge a Tommaso, “detto Didimo”, il “gemello” di ciascuno noi. Tommaso è il gemello nel quale c’è, come in noi, la logica del voler vedere per credere. Tommaso è come noi: quando si profila l’evento della resurrezione, vediamo morte (cf. Gv 11,15-16); quando Gesù annuncia che ci precede, non sappiamo quale sia la via (cf. Gv 14,2-6); quando dobbiamo fidarci della testimonianza dei nostri fratelli e sorelle, vogliamo essere quelli che vedono…
Gesù viene però anche per Tommaso e anche a lui si fa vedere con i segni del suo amore: le stigmate della sua passione impresse per sempre nella sua carne gloriosa. La resurrezione cancella i segni della morte e del peccato ma non i segni dell’amore vissuto, perché l’aver amato ha una forza che trascende la morte. Tutta la cura dei malati che le mani di Gesù hanno praticato, tutte le carezze che egli ha dato, tutto il suo amore vissuto, tutte le forze sprigionate dal suo seno sono visibili anche nel suo corpo risorto. Gesù dunque invita Tommaso ad avvicinarsi e a mettere il suo dito in quelle stigmate.
E qui, attenzione, non sta scritto che Tommaso mise il suo dito, ma che disse: “Mio Signore e mio Dio!”. Riconoscendo nelle stigmate l’amore vissuto da Gesù, Tommaso fa la confessione di fede più alta e piena in tutti i vangeli: Gesù è il Signore, Gesù è Dio. Ecco perché chi vede Gesù, vede il Padre (cf. Gv 14,9); ecco perché Gesù è l’esegesi del Dio che nessuno ha mai visto né può vedere (cf. Gv 1,18); ecco perché Gesù è “il Vivente” (Lc 24,5) per sempre. Tommaso non è certo un modello, anche se in lui possiamo riconoscerci. Per questo Gesù gli dice: “Beati quelli che, senza avere visto, giungono a credere”. È conoscendo l’amore vissuto dal Crocifisso che si inizia a credere: miracoli e apparizioni non ci fanno accedere alla vera fede. Solo la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, solo l’amore di Gesù di cui il Vangelo è annuncio e narrazione (“segno scritto”, per dirla con la chiusura del vangelo), solo lo stare nello spazio della comunità dei discepoli del Signore, ci possono portare alla fede, facendoci invocare Gesù quale “nostro Signore e nostro Dio”.
Quattro regali del Risorto:
la pace, lo Spirito, il perdono, la missione
Romeo Ballan, MCCJ
È significativa la cronologia che ci offre il Vangelo di Giovanni riguardo a “quel giorno, il primo della settimana” (v. 19), il giorno più importante della storia. Perché in quel giorno Cristo è risorto. Quel giorno era iniziato con l’andata di Maria di Màgdala al sepolcro “di buon mattino, quand’era ancora buio” (Gv 20,1). Nel Vangelo di oggi; siamo alla “sera di quel giorno… mentre erano chiuse le porte… per timore dei Giudei” (v. 19). L’ambientazione spazio-temporale, ed anche psicologica, è completa. È iniziata ormai la storia nuova per l’umanità, nel segno di Cristo risorto. Prescindere da Lui sarebbe una perdita di valori e un rischio per la stessa sopravvivenza umana.
Le porte chiuse e la paura sono superate con la presenza di Gesù, il Vivente, che per ben tre volte annuncia: “Pace a voi!” (v. 19.21.26), provocando la gioia intensa dei discepoli “al vedere il Signore” (v. 20). Pace e gioia sono fra le caratteristiche più evidenti della prima comunità cristiana (I lettura): prendevano i pasti con letizia e semplicità di cuore e godevano il favore di tutto il popolo (v. 46-47). Un favore giustificato, data la solidità e l’irradiazione missionaria di quel nuovo gruppo che si reggeva su quattro pilastri (v. 42): insegnamento degli apostoli, frazione del pane, preghiere e koinonía (unione fraterna, condivisione di beni). San Pietro (II lettura), da parte sua, esorta i fedeli ad essere “ricolmi di gioia, anche se… afflitti da varie prove” (v. 6). La Pasqua di Gesù fa superare le paure; la fede, che porta all’incontro con Cristo risorto, aiuta a superare anche tante difficoltà psicologiche, quali angoscia, timori, depressione…
Oltre alla pace, Cristo risorto offre alla comunità dei credenti altri tre grandi doni: lo Spirito Santo, il perdono dei peccati e la missione. Il frutto più grande della Pasqua è certamente il dono dello Spirito Santo, che Gesù soffia sui discepoli: “Ricevete lo Spirito Santo” (v. 22). Egli è lo Spirito della creazione redenta e rinnovata, che Gesù effonde nel momento della morte in croce (Gv 19,30), come preludio della Pentecoste (Atti 2).
Per San Giovanni il dono dello Spirito è necessariamente collegato al dono della pace e, quindi, al perdono dei peccati, come disse Gesù: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (v. 23). La pace vera ha le sue radici nella purificazione dei cuori, nella riconciliazione con Dio, con i fratelli e con l’intera creazione. Questa riconciliazione è opera dello Spirito, perché “Egli è la remissione di tutti i peccati”, come affermano chiaramente la preghiera sulle offerte, nella Messa del sabato prima di Pentecoste, come pure la nuova formula della assoluzione sacramentale. Per l’evangelista Luca “la conversione e il perdono dei peccati” sono il messaggio che i discepoli dovranno predicare “a tutte le genti” (Lc 24,47). Il sacramento della riconciliazione è un inestimabile regalo pasquale di Gesù: è il “sacramento dell’allegria cristiana” (Bernardo Häring).
I doni del Risorto sono da annunciare e da condividere con tutta la famiglia umana; per questo Gesù, in quella stessa sera, annuncia una missione universale, che Egli affida agli apostoli e ai loro successori: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (v. 21). Sono parole che vincolano per sempre la missione della Chiesa con la vita della Trinità, perché il Figlio è il missionario inviato dal Padre a salvare il mondo, con l’amore.
“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; parole da leggere in parallelo con queste: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi” (Gv 15,9).
Le due affermazioni stabiliscono un legame inscindibile fra missione-amore, amore-missione. Con queste parole resta definitivamente sancito che la Missione universale nasce dalla Trinità (Concilio, AG 1-6) ed è dono-impegno pasquale di Gesù risorto.
I doni del Risorto: la pace, lo Spirito, la riconciliazione e la missione, sono vissuti da noi nella fede.
Il Signore Gesù chiama “beati” (v. 29) coloro che credono in Lui e Lo amano, pur senza vederLo. Tommaso, chiamato gemello (v. 24), è diventato nell’immaginario popolare lo scettico, il duro a credere, colui che ci vuole mettere il naso (v. 25). È l’immagine di tutti noi che – tra dubbi, incertezze, ricerche, incredulità, ostinazioni – sperimentiamo la fatica di credere. Queste sono difficoltà normali nella vita di un cristiano, giacché, come dice il Card. Carlo M. Martini, ognuno porta dentro di sé un po’ del credente e del non-credente. Il Vangelo non dice che Tommaso abbia toccato davvero i fori dei chiodi e della lanciata: gli è bastato il gesto umile e rispettoso del Maestro che si propone senza rimproverarlo. Nel difficile cammino del credente, Tommaso diventa nostro fratello gemello; beati noi se, come lui, facciamo il salto, ci fidiamo di Dio, e facciamo nostra anche la sua totale professione di fede: “Mio Signore e mio Dio” (V. 28).
Dal Cenacolo Gesù ci lancia un’altra Beatitudine: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (v. 29).Questa beatitudine è per noi, qui, oggi, che cerchiamo di credere in Gesù Cristo, anche se non l’abbiamo visto; è una beatitudine per noi che non vediamo, facciamo fatica, cerchiamo a tentoni. Gesù ci dice: “beati voi”; e l’evangelista Giovanni spiega in che senso: “perché, credendo, abbiate la vita nel Suo nome” (v. 31); siamo beati perché credere ci aiuta a vivere, ci insegna ad affrontare domande difficili sul senso della vita, il mistero del male e della morte. La fede non ti rende la vita più sana, più ricca, più comoda o più lunga. Il credere non ti libera dal dolore e dalla malattia, ma ti dà la forza di vivere in essi senza disperarti; di accettarli come via di salvezza per te stesso e per altri, perché sei certo che Gesù ti è vicino e che porta anche Lui un po’ della tua croce.
Siamo grati all’apostolo Tommaso che ha voluto mettere la mano (v. 25; vedi la famosa pittura del Caravaggio) nella ferita del Cuore di Cristo, che “cubiculum est Ecclesiae”, è la stanza intima della Chiesa (S. Ambrogio). Quel Cuore è il santuario della Divina Misericordia, titolo-tesoro che nella domenica odierna è celebrato con crescente fede e devozione. “Il culto della Misericordia divina non è una devozione secondaria, ma dimensione integrante della fede e della preghiera del cristiano” (Benedetto XVI). La misericordia divina è, da sempre, la più globale e consolante rivelazione del mistero cristiano: “La terra è piena di miseria umana, ma strapiena della misericordia di Dio” (S. Agostino). Questa è la ‘buona notizia’, solida e permanente, che la Missione porta all’umanità intera.
II Pasqua: Gioirono al vedere il Signore
Fernando Armellini
L’abito migliore, quello che viene indossato quando ci si reca in chiesa è detto, nella lingua popolare portoghese: “Vestito per vedere Dio”. Quest’espressione nasce dalla convinzione che, di domenica, la comunità in festa si raduna per “vedere il Signore”.
È un giorno di gioia perché, come a Pasqua e “otto giorni dopo” (Gv 20,19.26), il Risorto si rende di nuovo presente in mezzo ai discepoli riuniti, riscalda i loro cuori, aprendoli alla comprensione delle Scritture e, “allo spezzar del pane”, apre i loro occhi e si fa riconoscere (Lc 24,31-32).
Gli evangelisti mostrano scarso interesse per la precisione cronologica, eppure su una data concordano perfettamente: fu nel “primo giorno dopo il sabato” che i discepoli videro il Signore, per questo le comunità cristiane scelsero questo giorno per dedicarlo all’ascolto della parola (At 20,7-12), alla celebrazione della santa cena (1 Cor 11,20.26), alla preghiera e alla condivisione dei beni.
Ogni primo giorno della settimana, ciascuno metteva da parte ciò che era riuscito a risparmiare (1 Cor 16,2) e presentava il suo dono alla comunità, che distribuiva le offerte ai membri più bisognosi o le inviava alle comunità più povere.
Una delle più antiche testimonianze è offerta da uno scrittore pagano, Plinio il Giovane che, verso il 112, scrive all’imperatore Traiano: i cristiani “sono soliti riunirsi, in un giorno stabilito, prima dell’alba e cantare inni a Cristo come a un Dio”.
Era il giorno del Signore – la domenica (Ap 1,10) – quello in cui ogni comunità celebrava, nel rito, la sua fede e la sua vita.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Come bambini appena nati, la madre Chiesa alimenta i suoi figli, non con visioni, ma con il latte della Parola”.
Prima Lettura (At 2,42-47)
42 Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.
La prima lettura di tutte le domeniche di Pasqua è presa dagli Atti degli apostoli, il libro che narra la diffusione del vangelo nel mondo e la nascita delle prime comunità cristiane.
Il brano di oggi presenta un quadretto incantevole della vita della comunità di Gerusalemme, sorta attorno a Maria e agli apostoli, dopo la Pentecoste. Essa costituisce il punto di riferimento per tutte le comunità cristiane. I pilastri su cui si regge sono elencati nei primi due versetti della lettura (vv. 42-43): fedeltà alla catechesi, comunione dei beni, celebrazione settimanale dell’eucaristia (chiamata “lo spezzar del pane”), preghiera in comune. Vediamo in dettaglio ciascuna di queste caratteristiche.
La catechesi (quotidiana) anzitutto.
I Dodici non si comportano come i rabbini: non si limitano a ripetere le interpretazioni degli antichi. Proclamano che sono giunti i tempi ultimi, mostrano come le Scritture e le profezie si siano adempiute in Gesù di Nazaret (At 4,33), comunicano la luce che hanno ricevuto nella Pasqua affinché tutti possano comprendere il significato della morte inspiegabile e scandalosa del loro Maestro.
Anche oggi l’ascolto della Parola è l’unico, solido fondamento su cui deve poggiare la fede delle comunità (Rm 10,14-17). Le emozioni religiose, le sensazioni, le “rivelazioni” personali non sono altro che fragili palliativi, ripieghi deludenti.
La comunione dei beni.
In molti campi della morale i cristiani seguono principi e fanno opzioni diverse dai non credenti, ma quando si tratta di amministrare i beni si comportano in genere come gli altri uomini: trafficano, commerciano, accumulano, come se la risurrezione di Cristo non avesse nulla a che vedere con la gestione dell’economia.
Chi pensa e agisce in questo modo rimane di certo sconcertato dal radicale cambiamento che si registra nella comunità di Gerusalemme a partire dalla Pasqua: i credenti hanno ogni cosa in comune (At 2,44), nessuno afferma che ciò che possiede è sua proprietà (At 4,32), tutto viene distribuito secondo il bisogno di ciascuno (At 2,45; 4,35). Non si dice che sono più generosi degli altri, che fanno più elemosine, ma che hanno rinunciato a tutti i loro beni.
Non vengono disprezzate le realtà di questo mondo, ma viene proposta la rinuncia volontaria ad ogni impiego egoistico di ciò che si possiede.
L’ideale del cristiano non è l’indigenza, ma un mondo in cui “nessuno più sia povero” (At 4,34). Chi crede che Gesù è risorto non si sottomette alla schiavitù dell’avere. Con la condivisione manifesta la completa disponibilità a porre se stesso a servizio dei fratelli.
La ricchezza non è un male, lo è invece l’arricchimento che lascia gli altri nel bisogno. La povertà è un male, per questo scompare nel regno di Dio. Nella comunità in cui si pratica la condivisione non può esistere la povertà. Come spiegava Basilio, il padre della Chiesa del IV secolo: “Se ciascuno si prendesse quanto basta al suo bisogno, lasciando il superfluo all’indigente, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero”.
I cristiani di Gerusalemme conducevano una vita radicalmente diversa da quella dell’ambiente circostante. L’allegria, la semplicità di cuore, la carità che avevano gli uni verso gli altri attiravano la simpatia di tutto il popolo. La gente si chiedeva: da dove deriva l’impulso ad una forma di vita tanto straordinaria? La risposta era: dalla risurrezione di Cristo. La vita nuova della comunità era la prova che Cristo è vivo.
C’è un’esperienza che gli uomini di ogni tempo sono in diritto di fare: incontrare una comunità di persone completamente diverse, una comunità che propone e vive valori alternativi a quelli offerti dall’ambiente circostante. L’esperienza della comunità di Gerusalemme non va applicata alla lettera alle nostre comunità, altrimenti non solo non verrebbero risolti i problemi, ma se ne creerebbero di maggiori. Tuttavia il distacco dai beni di questo mondo rimane una condizione indispensabile per chiunque creda nel Risorto.
Lo spezzare del pane.
L’espressione si riferiva, originariamente, al gesto del capofamiglia che, all’inizio della cena, prendeva in mano il pane, pronunciava la benedizione, lo spezzava e lo distribuiva ai commensali (At 2,46). Ben presto passò a indicare la celebrazione dell’eucaristia (At 20,7.11; 1 Cor 10,16) perché il Signore aveva compiuto questo gesto durante l’ultima cena. Nelle comunità primitive era preceduta da un pasto in comune (1 Cor 11,17-34).
Eucaristia significa rendimento di grazie. Costituisce l’apice della vita della comunità. È il momento in cui, davanti al pane spezzato – che ripropone il gesto dell’amore sommo di Dio per l’uomo – la comunità prende coscienza di tutti i doni ricevuti dal Signore. È colta da stupore e ammirazione e con gioia sente il bisogno di lodarlo. Potrebbe usare le parole del salmista: “Benedetto il Signore che ha fatto per me meraviglie” (Sal 31,22), oppure esclamare con Gesù: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10,21-22).
Una comunità che non celebra l’eucaristia, che non può esprimere, di fronte al sacramento, il suo rendimento di grazie, è priva di un elemento essenziale della sua vita. Purtroppo questo avviene in molte comunità cristiane dove, per mancanza di preti, viene distribuito solo il pane della Parola. È un alimento sostanzioso, certo, ma, se non è seguito dallo “spezzar del pane eucaristico”, la celebrazione non tocca il suo vertice.
La preghiera comunitaria.
I primi cristiani hanno continuato a comportarsi da pii giudei: frequentavano il tempio (At 2,46) e recitavano salmi. Poi hanno sentito il bisogno di tradurre in preghiera la fede nel Risorto ed il nuovo rapporto con Dio. Così, servendosi di espressioni colte sulla bocca di Gesù, hanno composto il Padre nostro, modello di ogni preghiera cristiana e i primi canti per celebrare l’evento pasquale.
La preghiera fatta in solitudine è bella e necessaria; Gesù la raccomanda: “Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto” (Mt 6,4). Ma la comunità è “la sposa” che, come la fanciulla Israele, è amata “di un amore eterno” (Ger 31,3) dal suo Signore. Per questo sente il bisogno di riunire tutte le sue membra per elevare “a una sola voce” il suo canto d’amore. Nel contesto di questa preghiera comunitaria viene ricordata Maria per l’ultima volta nel NT: “Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui” (At 1,14).
Una comunità fondata su questi quattro pilastri compirà prodigi, porrà le basi di un’umanità nuova, sarà il segno che nel mondo è presente e opera lo Spirito del Risorto.
Seconda Lettura (1 Pt 1,3-9)
3 Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, 4 per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, 5 che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, per la vostra salvezza, prossima a rivelarsi negli ultimi tempi.
6 Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, 7 perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: 8 voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, 9 mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime.
Siamo a Roma negli anni 80 d.C. e i cristiani hanno appena introdotto l’uso di amministrare i battesimi durante la notte di Pasqua. In questo contesto liturgico nasce l’omelia ai neobattezzati contenuta nella prima lettera di Pietro che ci accompagnerà nelle prossime domeniche. L’espressione “carissimi!” con cui il predicatore intercala il suo discorso (1 Pt 2,11; 4,12) lascia trasparire la sua commozione di fronte ai nuovi figli di Dio. Nel suo commovente discorso non introduce disquisizioni teologiche, ma si congratula con i neofiti (1 Pt 2,7), ricorda loro che sono stati “rigenerati non da un seme corruttibile, ma da un seme immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna” (1 Pt 1,23) ed espone le conseguenze morali che questa nuova nascita comporta. La sua omelia – lo vedremo nelle prossime domeniche – è un susseguirsi ininterrotto di esortazioni e di imperativi.
Questo testo è stato composto in un momento difficile per le comunità cristiane, specialmente per quelle dell’Asia Minore. Contro di loro non si era scatenata una vera persecuzione, ma i battezzati venivano facilmente offesi, discriminati, condannati ingiustamente nei tribunali (vv. 6-7).
L’autore li invita a riflettere sulla vita nuova che Dio ha loro donato nel battesimo, vita reale, anche se non può essere sperimentata con i sensi (vv. 3-5).
Dalla consapevolezza di aver ricevuto un dono unico, fioriscono la gioia, la serenità e la pace. Queste disposizioni interiori animano il cristiano anche nei momenti in cui deve affrontare tribolazioni, avversità, persecuzioni (vv. 6.8).
Come interpretare, alla luce del progetto di Dio, le difficoltà che molti cristiani della fine del I secolo stanno incontrando?
Il predicatore ricorre a una immagine biblica: il Signore sta mettendo alla prova i suoi eletti, li sta saggiando come oro nel crogiuolo (Sap 3,5-6), li sta facendo passare attraverso il fuoco per purificarli, come si fa con l’argento (Zc 13,8-9). Anche i metalli preziosi, infatti, hanno bisogno di essere liberati dalle scorie per raggiungere il massimo splendore.
L’ultima parte della lettura introduce il messaggio che sarà sviluppato nel vangelo: “Voi amate Cristo benché non lo abbiate mai visto; e ora, senza vederlo, continuate a credere in lui” (v. 8). I neofiti di Roma appartengono alla terza generazione di cristiani. Pur essendo ancora relativamente vicini agli avvenimenti della Pasqua, essi non hanno personalmente conosciuto Gesù di Nazareth, vivono un’esperienza di fede simile alla nostra: credono ai testimoni del Risorto e incontrano il Signore, come noi, nella celebrazione della Parola e allo “spezzar del Pane”. Sono beati perché, pur non avendo visto né Lui né chi lo ha visto, continuano a credere.
Vangelo (Gv 20,19-31)
19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. 27 Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. 28 Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. 29 Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.
30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Videocommento
Il brano di oggi è diviso in due parti che corrispondono alle apparizioni del Risorto. Nella prima (vv. l9-23) Gesù comunica ai discepoli il suo Spirito e con esso dà loro il potere di vincere le forze del male. È lo stesso brano che ritroveremo e commenteremo a Pentecoste. Nella seconda (vv. 24-31) è raccontato il famoso episodio di Tommaso.
Il dubbio di questo apostolo è diventato proverbiale. A chi manifesta qualche diffidenza si è soliti dire: “Sei incredulo come Tommaso!”. Eppure, a ben vedere, non pare abbia fatto nulla di male: chiedeva solo di vedere ciò che gli altri avevano visto. Perché pretendere solo da lui una fede basata sulla parola?
Ma davvero Tommaso è stato l’unico ad avere dubbi, mentre gli altri discepoli sarebbero arrivati in modo facile e immediato a credere nel Risorto? Non pare proprio che le cose siano andate così.
Nel vangelo di Marco si dice che Gesù apparve agli undici “e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” (Mc 16,14). Nel vangelo di Luca il Risorto si rivolge agli apostoli stupiti e spaventati e chiede: “Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?” (Lc 24,38). Nell’ultima pagina del vangelo di Matteo si dice addirittura che, quando Gesù apparve ai discepoli su un monte della Galilea (quindi molto tempo dopo le apparizioni a Gerusalemme), alcuni ancora dubitavano (Mt 28,17).
Tutti dunque hanno dubitato, non soltanto il povero Tommaso! Come mai allora l’evangelista Giovanni sembra voler concentrare su di lui i dubbi che hanno attanagliato anche gli altri? Cerchiamo di capire.
Quando Giovanni scrive (verso l’anno 95 d.C.), Tommaso è morto da qualche tempo, dunque, l’episodio non è certo riferito per mettere in cattiva luce questo apostolo. Se vengono posti in risalto i problemi di fede che ha avuto, la ragione è un’altra: l’evangelista vuole rispondere agli interrogativi ed alle obiezioni che i cristiani delle sue comunità sollevano con crescente insistenza. Si tratta di cristiani della terza generazione, di persone che non hanno visto il Signore Gesù. Molti di loro non hanno nemmeno conosciuto qualcuno degli apostoli. Fanno fatica a credere, si dibattono in mezzo a tanti dubbi, vorrebbero vedere, toccare, verificare se il Signore è veramente risorto. Si chiedono: quali sono le ragioni che ci possono indurre a credere? È ancora possibile per noi fare l’esperienza del Risorto? Ci sono delle prove che egli è vivo? Come mai non appare più? Sono le domande che anche noi oggi ci poniamo.
Ad esse, Marco, Luca e Matteo rispondono dicendo che tutti gli apostoli hanno avuto esitazioni. Non sono arrivati né subito né con facilità a credere nel Risorto, anche per loro il cammino della fede è stato lungo e faticoso, malgrado Gesù avesse dato tanti segni che era vivo, che era entrato nella gloria del Padre.
La risposta di Giovanni è diversa: egli prende Tommaso come simbolo della difficoltà che ogni discepolo incontra per arrivare a credere. Difficile sapere la ragione per cui ha scelto proprio questo apostolo, forse perché ha avuto più difficoltà o ha impiegato più tempo degli altri ad avere fede.
Ciò che Giovanni vuole insegnare ai cristiani delle sue comunità (e a noi) è che il Risorto possiede una vita che sfugge ai nostri sensi, una vita che non può essere toccata con le mani né vista con gli occhi, può solo essere raggiunta mediante la fede. Questo vale anche per gli apostoli che pure hanno fatto un’esperienza unica del Risorto.
Non si può aver fede in ciò che si è visto. Non si possono avere dimostrazioni, prove scientifiche della risurrezione. Se qualcuno pretende di vedere, constatare, toccare, deve rinunciare alla fede.
Noi diciamo: “Beati coloro che hanno visto”. Per Gesù, invece, beati sono coloro che non hanno visto, non perché a loro costa di più credere e quindi hanno maggiori meriti, sono beati perché la loro fede è più genuina, più pura, anzi, è l’unica fede pura. Chi vede ha la certezza dell’evidenza, possiede la prova inconfutabile di un fatto.
Tommaso compare altre due volte nel vangelo di Giovanni e non fa mai – diremmo noi – una bella figura, ha sempre difficoltà a capire, equivoca, fraintende le parole e le scelte del Maestro.
Interviene una prima volta quando, ricevuta la notizia della morte di Lazzaro, Gesù decide di andare in Giudea. Tommaso pensa che seguire il Maestro significhi perdere la vita. Non comprende che Gesù è il Signore della vita e, sconsolato e deluso, esclama: “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16).
Durante l’ultima cena Gesù parla della via che egli sta percorrendo, una via che passa attraverso la morte per introdurre nella vita. Tommaso interviene di nuovo: “Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14,5). È pieno di perplessità, di esitazioni e di dubbi, non riesce ad accettare ciò che non capisce. Lo dimostra una terza volta nell’episodio narrato nel brano di oggi.
Sembra quasi che Giovanni si diverta a tratteggiare in questo modo la figura di Tommaso; ma alla fine gli rende giustizia: mette sulla sua bocca la più alta, la più sublime delle professioni di fede. Nelle sue parole è riflessa la conclusione dell’itinerario di fede dei discepoli.
All’inizio del vangelo, i primi due apostoli si rivolgono a Gesù chiamandolo Rabbì (Gv 1,38). È il primo passo verso la comprensione dell’identità del Maestro. Non passa molto tempo e Andrea, che ha già capito molto di più, dice a suo fratello Simone: “Abbiamo trovato il messia” (Gv 1,41). Natanaele intuisce subito con chi ha a che fare e dichiara a Gesù: “Tu sei il Figlio di Dio” (Gv 1,49). I samaritani lo riconoscono come il salvatore del mondo (Gv 4,43), la gente come il profeta (Gv 6,14), il cieco nato lo proclama Signore (Gv 9,38), per Pilato è re dei giudei (Gv 19,19). Ma è Tommaso a dire l’ultima parola sull’identità di Gesù, lo chiama: Mio Signore e mio Dio. Un’espressione che la Bibbia riferisce a JHWH (Sal 35,23). Tommaso è dunque il primo a riconoscere la divinità di Cristo, il primo che arriva a capire cosa intendeva dire Gesù quando affermava: “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10,30).
La conclusione del brano (vv. 30-31) presenta la ragione per cui Giovanni ha scritto il suo libro: ha raccontato dei “segni” – non tutti, ma quelli sufficienti – per due ragioni: per suscitare o confermare la fede in Cristo e perché, attraverso questa fede, si giunga alla vita.
Il quarto evangelista chiama i miracoli segni. Gesù non li ha compiuti per impressionare coloro che vi assistevano, anzi ha avuto parole di condanna nei confronti di chi non credeva se non vedeva prodigi (Gv 4,48) e Giovanni non li racconta per stupire i suoi lettori, per “dimostrare” il potere divino di Gesù.
I segni non sono prove, ma rivelazioni sulla persona di Gesù, sulla sua natura e sulla sua missione. Arriva a credere in modo solido e duraturo chi, dal fatto materiale, si eleva alla realtà che esso indica. Non comprende il segno chi, nella distribuzione dei pani, non coglie che Gesù è il pane della vita, o, nella guarigione del cieco nato, non riconosce che Gesù è la luce del mondo, o nella rianimazione di Lazzaro non vede in Gesù il Signore della vita.
Nell’epilogo del vangelo, Giovanni usa la parola segni in senso ampio: intende tutta la rivelazione della persona di Gesù, i suoi gesti di misericordia (le guarigioni, la moltiplicazione dei pani) e le sue parole (Gv 12,37). Chi legge il suo libro e comprende questi segni si trova davanti, nitida, la persona di Gesù ed è invitato a fare una scelta. Opterà per la vita chi riconoscerà in lui il Signore e gli darà la sua adesione.
Ecco l’unica prova che è offerta a chi cerca ragioni per credere: lo stesso vangelo. Lì risuona la parola di Cristo, lì rifulge la sua persona. Non ci sono altre prove all’infuori di questa stessa Parola.
Per capire, vale la pena rifarsi a quanto Gesù ha detto nella parabola del buon Pastore: “Le mie pecore riconoscono la mia voce” (Gv 10,4-5.27). Non sono necessarie apparizioni, nel vangelo risuona la voce del Pastore e, per le pecore che gli appartengono, il suono inconfondibile della sua voce basta per farlo riconoscere e per attirare a lui.
Ma dove si può ascoltare questa voce? Dove risuona questa parola? È possibile ripetere oggi l’esperienza che gli apostoli hanno fatto nel giorno di Pasqua e “otto giorni dopo”? Come?
Avremo sicuramente notato che ambedue le apparizioni avvengono di domenica. Avremo notato anche che coloro che fanno l’esperienza del Risorto sono gli stessi (…uno più, uno meno), che il Signore si presenta con le stesse parole: “La pace sia con voi” e che, in ambedue gli incontri, Gesù mostra i segni della sua passione. Ci sarebbero altri particolari, ma bastano questi quattro per aiutarci a rispondere alle domande che ci siamo posti.
I discepoli si trovano riuniti in casa. L’incontro al quale Giovanni allude è chiaramente quello che avviene nel giorno del Signore, quello in cui, ogni otto giorni, tutta la comunità è convocata per la celebrazione dell’eucaristia. Quando tutti i credenti sono riuniti, ecco comparire il Risorto. Egli, per bocca del celebrante, saluta i discepoli e augura, come nella sera di Pasqua e otto giorni dopo: “La pace sia con voi”.
È quello il momento in cui Gesù si manifesta vivo ai discepoli. Chi, come Tommaso, diserta gli incontri della comunità, non può fare l’esperienza del Risorto (vv. 24-25), non può udire il suo saluto e la sua Parola, non può accogliere la sua pace e il suo perdono (vv. 19.26.23), sperimentare la sua gioia (v. 20), ricevere il suo Spirito (v. 22). Chi nel giorno del Signore rimane in casa, magari per pregare da solo, può sì fare l’esperienza di Dio, ma non quella del Risorto, perché questi si rende presente là dove la comunità è radunata.
E chi non incontra il Risorto che fa? Come Tommaso avrà bisogno di prove per credere, ma di prove non ne otterrà mai.
Contrariamente a quanto si vede raffigurato nei quadri degli artisti, nemmeno Tommaso ha messo le mani nelle ferite del Signore. Dal testo non risulta che egli abbia toccato il Risorto. Anch’egli è giunto a pronunciare la sua professione di fede dopo aver ascoltato la voce del Risorto, assieme ai fratelli della comunità. E la possibilità di fare questa esperienza è offerta ai cristiani di tutti i tempi… ogni otto giorni.
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