di Adalberto Mainardi
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La pace che il Risorto dona ai suoi, quella pace che non è data come il mondo la dà (cf. Gv 14,27), è opera dello Spirito Santo che rimette i peccati (cf. Gv 20,22). Non è una pace oltre la storia perché non coincide con l’eliminazione dei conflitti, ma consiste nel risanamento delle ferite che opera il perdono. La condizione dei credenti non è di essere al riparo dalle guerre mondane, ma incamminati verso la promessa, come «stranieri e pellegrini (peregrini et hospites)sulla terra» (Ebr 11,13). La pace del Risorto non cancella la condizione di lotta al peccato, ma apre nella storia un orizzonte che la oltrepassa: «Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini (tamquam advenas et peregrinos) ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima» (1Pt 2,11). Nel Vangelo di Luca, Cristo risorto si accosta come «forestiero» ai due discepoli che da Gerusalemme ritornavano a Emmaus (cf. Lc 24,18).

La condizione del cristiano quale straniero e pellegrino ha definito una tipologia umana nella Russia ortodossa tra XVIII e XIX secolo, che ha intersecato la grande letteratura, le arti figurative, è diventata oggetto di indagine antropologica già all’inizio del XX secolo. La lingua russa distingue il pellegrino che compie un viaggio ai luoghi santi, diretto in Terra Santa o in uno dei monasteri dove si venerano reliquie dei santi, chiamato palomnik, colui che porta “palma” a Gerusalemme (come nel latino medievale palmarius, nel francese paumier, o nell’italiano palmiere), dallo strannik, il pellegrino che va come straniero di luogo in luogo, senza una meta precisa, per condividere la condizione del Cristo che non ha dove posare il capo, e seguirlo ovunque vada, come i discepoli di Gesù lo seguivano sulle strade di Galilea.

Nella Leggenda di sant’Alessio, uomo di Dio, diffusa in oriente e in occidente e tradotta dal greco in uno dei più antichi e popolari testi agiografici antico-russi, lo strannik, il «viandante forestiero», si rivela l’uomo di Dio, l’inviato in cui è racchiusa la benedizione divina — secondo la tipologia del «santo nascosto», che nell’agiografia bizantina troviamo all’origine anche del salòs, «il santo folle in Cristo». Nella Russia moderna la figura dello strannik assume una fisionomia peculiare, vicina all’ambiente monastico, ma non solo. «Che cos’è la vita? È un viaggio. Sono per strada, senza sapere dove andare o perché», scriveva il filosofo ucraino Gregorij Savvič Skovoroda (1722-1794), «il primo filosofo russo nel senso stretto della parola» secondo Vasilij Zenkovsky. Prima di essere una tipologia letteraria, lo strannik russo è un tipo umano che si specchia nella ritrattistica e nella documentazione fotografica, lascia tracce visibili sulla polvere della grande strada lungo le distese di una Russia senza confini; in una parola, è una vocazione cristiana vissuta, una sequentia sancti evangelii, che condivide certo analogie con la tradizione della cristianità occidentale, ma con tratti originali. Nikolaj Berdjaev parla della «Russia vagabonda, interamente soffocata dalle domande sulla fede e la vita giusta», la «Rus’ pellegrina, che cerca la Città».

Un prete, Sergij Sidorov, fucilato per la sua fede nel 1937, raccoglie a Optina le testimonianze degli ultimi stranniki: “Ecco, padre mio, come sono diventato uno strannik. Andavo dal santo Sergio a Radonež… Era autunno. La via era lunga e faticosa, ma io, guardando la strada, non solo non ero triste — e le gambe mi facevano male — ma c’era una gioia che mi si versava nel cuore. Ormai non desideravo più che il mio cammino avesse fine. È questa gioia che mi ha fatto diventare pellegrino. Continuavo ad andare da un luogo santo a un altro. E se, pensai, questa stessa strada, anche oltre, mi conducesse alla gioia… E così, fino ad oggi, vado forestiero e pellegrino”.

La figura del pellegrino russo che va di luogo in luogo senza apparente meta, poiché il suo viaggio è in realtà un’esplorazione dei luoghi dell’anima, un’interiore assimilazione al Cristo, aveva trovato la sua trascrizione letteraria emblematica negli anonimi “Racconti sinceri di un pellegrino al suo padre spirituale», pubblicati anonimi per la prima volta a Kazan’ nel 1881, e destinati a diventare uno dei più durevoli successi editoriali del XX secolo. Gli studi recenti sono riusciti a identificarne l’autore, dopo centocinquant’anni di anonimato, con il monaco Arsenij (Troepol’skij), viandante in cerca dell’incessante preghiera del cuore, come l’eroe dei suoi racconti tra i monasteri in Ucraina e Russia. Il protagonista dei Racconti si definisce “per misericordia di Dio … uomo e cristiano, per opere gran peccatore, per vocazione pellegrino senza dimora, del ceto più umile, che va forestiero di luogo in luogo. I miei averi sono: una bisaccia di pan biscotto sulle spalle e, in seno, la Sacra Bibbia, ecco tutto”. Il suo viaggio, però, non è senza meta: è mosso da una domanda. Dopo aver ascoltato, durante la divina liturgia, il passo della Lettera di Paolo ai Tessalonicesi in cui si dice: «Pregate incessantemente» (1Ts 5,16), si mette in cammino. «Queste parole si fissarono nella mia mente, e cominciai a pensare: com’è possibile pregare incessantemente, quando ognuno di noi, per vivere, è costretto ad occuparsi anche d’altre cose?». Insoddisfatto delle risposte che riceve da vari esponenti del clero, il pellegrino incontra finalmente un monaco dal grande abito, il quale gli rivela che «l’incessante preghiera interiore di Gesù è l’invocazione senza interruzione né intermissione del divino Nome di Gesù Cristo con le labbra, la mente e il cuore», implorando la sua misericordia «in tutte le occupazioni, in ogni luogo, in ogni tempo, persino nel sonno, con queste parole: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!”». I suoi racconti evocano le peripezie per acquisire l’orazione incessante nel cuore.

Accanto alla Bibbia, alla fine del primo racconto, il pellegrino aggiungerà alla sua bisaccia un altro libro: la Filocalia, celebre antologia di testi ascetico-spirituali della tradizione cristiana orientale, compilata da Nicodemo Aghiorita alla fine del Settecento, che il pellegrino si procura per due rubli nella versione in slavo ecclesiastico di Paisij Velickovskij, pubblicata nel 1793. Il padre spirituale gli aveva insegnato a ripetere su un rosario, un numero crescente di volte, la formula «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me», fino a «fare questa preghiera sempre», così che la preghiera stessa, quasi naturalmente, risuonasse da sola. Per mostrargli la validità di questo metodo di preghiera, gli aveva letto diversi passi dalla Filocalia, indicandogli in sogno un ordine di lettura adatto alla «gente semplice».

La cosiddetta “preghiera di Gesù” è una creazione monastica che risale al monachesimo del deserto, nata dalla pratica di ruminare un versetto della Scrittura in una “meditazione nascosta” (kripte melete), che si fa preghiera ininterrotta. Nell’epoca della rinascita del monachesimo bizantino, tra la seconda metà del XIII e la fine del XIV secolo, questa pratica ascetica conosce un’eccezionale fortuna. Gli autori che ne trattano ricapitolano in una nuova sintesi gli insegnamenti spirituali della tradizione più antica: la preghiera intellettuale di Evagrio, la tradizione contemplativa dello Pseudo-Macario, la teologia mistica dello Pseudo-Dionigi, la tradizione della preghiera pura di Isacco il Siro e la tradizione sinaitica (Giovanni Climaco), fino all’opera innovativa di Simeone il Nuovo Teologo (949-1022). Dalla seconda metà del xiii secolo la preghiera di Gesù viene associata a specifici esercizi psicofisici, consistenti nell’assunzione di particolari posizioni corporee e in una tecnica, variamente esposta, di controllo o ritenzione del respiro, che non ha mancato di attrarre l’attenzione degli studiosi per l’affinità con il prânâyama nello yoga.

“Discesa della mente nel cuore”, preghiera mentale o “attività della mente”, “preghiera fatta con arte dalla mente nel cuore”; o ancora “custodia della mente” (phylakè noós), “preghiera pura” (katharà proseuché) diventano altrettante espressioni per indicare questo modo peculiare di praticare la preghiera di Gesù, che ha per fine l’unificazione interiore dell’orante (corpo, mente, facoltà psichiche, spirito), fino a sperimentare l’illuminazione divina. È la preghiera praticata dai solitari o dagli anacoreti, in una parola gli esicasti, cioè da quanti vivono nell’hesychía, di cui già Giovanni Climaco (VI-VII secolo) dava una definizione rimasta canonica: “L’hesychía è la perpetua adorazione in presenza di Dio: che il ricordo di Gesù si unisca al tuo respiro, e allora tu conoscerai l’utilità dell’hesychía”. Le tecniche psicofisiche di orazione furono al centro delle controversie che travagliarono la vita religiosa e politica di Bisanzio a metà del xiv secolo e culminarono nella consacrazione della teologia di Gregorio Palamas (1294-1357). Distinguendo l’essenza inaccessibile della Divinità dalle sue operazioni comunicabili e partecipabili, Palamas aveva conferito un fondamento teologico all’esperienza della visione della luce taborica confessata dagli esicasti. Questi sviluppi dottrinali, tuttavia, ebbero pochissima o nessuna eco nel mondo slavo. L’autore bizantino che più influenzò la tradizione monastica russa fu invece Gregorio il Sinaita, le cui opere furono tradotte dai suoi numerosi discepoli slavi. È a questa tradizione che si rifece Paisij Veličkovskij e la sua scuola di traduzione.

La ricerca della preghiera incessante conduce il pellegrino sulla via della pace interiore. È la chiave con cui rilegge gli insegnamenti dei padri: “cercare di entrare nella parte interna dell’anima, che è la dimora di Cristo, dove sono pace e gioia […] La preghiera è la conversazione della mente con Dio”; “causa della gioia e della pace del cuore è l’attenzione estrema”. La pace interiore è al tempo stesso il mezzo e il fine della preghiera incessante. “Non c’è nessun altro mezzo per progredire nella preghiera interiore, se non il lavoro e la pace interiori”, annota Arsenij Troepol’skij nelle Lettere sulla vita interiore. La guerra che l’esicasta compie non è contro sangue e carne, ma contro i pensieri malvagi: “Se non avrai sempre Dio nella mente e l’incessante preghiera di Gesù nel cuore, non sarai mai in pace dai pensieri, e sarai sempre incline al peccato, persino nei casi più insignificanti”.

L’esito del pellegrinaggio interiore alla ricerca dell’orazione incessante è “l’indicibile esultanza, la gioia, la leggerezza, la pace profonda e la reale beatitudine, il sentimento della pienezza della vita suscitati dall’azione della preghiera nel cuore”. Questa pace interiore, che «nessuna offesa, né sventura, povertà, disprezzo, aridità, tristezza, paura, malattia, inimicizia, debolezza e persecuzione potrebbero veramente […] turbare”, è il dono della misericordia di Dio, invocata incessantemente nella preghiera di Gesù. La misericordia di Dio opera la pace. La giustizia è la vittoria contro i pensieri malvagi che sorgono nel cuore, l’altro cessa di essere un nemico: “Se accade che qualcuno mi insulti, non faccio che ricordarmi quanto è dolce la preghiera di Gesù; subito l’offesa e la collera passano e dimentico tutto”. La pace del cuore trasfigura in bellezza ogni cosa. Ancora oggi sono numerosi i cristiani ortodossi che, a caro prezzo, pregano per la pace. I passi del pellegrino sulle distese della Russia proseguono il loro paradossale annuncio di pace.